di Riccardo Cascioli

Processo alla CO2? «Non scherziamo, l’anidride carbonica è uno dei mattoni della vita, è grazie alla CO2 che c’è il processo di fotosintesi che permette alla vegetazione di crescere». Fabio Malaspina, fisico dell’atmosfera e tenente colonnello dell’Aeronautica Militare, è il direttore del Centro del Monte Cimone per la misurazione della CO2, ed è perciò l’interlocutore più adatto per chiarire alcune questioni sul gas serra che a Copenhagen ha vestito i panni del principale «imputato»,

Colonnello Malaspina, proprio pochi giorni fa il vostro centro ha diffuso dei dati che confermano la crescita di concentrazione di CO2 nell’atmosfera. Dobbiamo aver paura di questo dato?
Paura assolutamente no. Però è un segnale cui fare attenzione, perché si tratta dei valori più alti degli ultimi millenni. D’altra parte c’è da dire che, invece, le temperature globali hanno raggiunto valori più alti di quelli attuali, come ad esempio nel Medioevo nonostante la concentrazione di CO2 fosse minore dell’attuale.

Ma qual è la soglia di concentrazione di CO2 che può essere considerata un punto di non ritorno per il sistema clima?
Nessuno è in grado di dirlo con certezza scientifica. Nessuno sa cosa può succedere perché del clima sappiamo molto di più del passato ma ancora troppo poco.

Ormai siamo abituati a considerare le emissioni di CO2 come emissioni inquinanti. È corretto?
No, la CO2 non è un inquinante “classico”, nocivo per la salute umana come la diossina o l’amianto. La CO2 diventa tossica alla concentrazione di circa il 5%, attualmente è intorno allo 0,038% (380 ppm, parti per milione equivalenti a 380  grammi di CO2 per tonnellata di aria) e prima dell’industrializzazione – nel 1750 – era circa lo 0,03%. Quindi da questo punto di vista non c’è alcun problema. Ha invece un impatto sul sistema climatico, come lo può avere ogni azione umana.  Ad esempio l’agricoltura è una modificazione degli equilibri naturali a favore dell’uomo; il suo espandersi ha modificato notevolmente l’uso dei suoli, la forestazione e l’albedo della Terra, quindi ha avuto anch’essa un impatto sul sistema climatico. Il  padre della “teoria del Caos” applicata al sistema climatico,  Edward Norton Lorenz , il 29 dicembre 1972, alla Conferenza annuale della American Association for the Advancement of Science, spiego’ la sua teoria con una affermazione (non una domanda): “Può il battito d’ali d’una farfalla in Brasile provocare un tornado nel Texas”. L’insolita quanto suggestiva relazione diede il nome al cosiddetto ‘butterfly effect’, effetto farfalla. Questo può far capire come il sistema climatico ricerchi meravigliosamente sempre un equilibrio ma possono avere effetti importanti nella lunga scadenza anche le variabili più piccole e che normalmente possono essere trascurate.

Ma si può stabilire un rapporto diretto tra emissioni di CO2 e cambiamenti climatici, come sostengono i sostenitori della causa antropica del riscaldamento globale?
Il sistema climatico è molto complesso. Quello che siamo in grado di dire è che le attività economiche hanno effetto sulle emissioni di CO2, che tali emissioni hanno effetto sulla concentrazione di CO2 nell’atmosfera e che questa concentrazione ha effetto sul clima. Ma ognuno di questi passaggi non avviene in modo diretto e lineare. Dal 1960 ad oggi il Pil mondiale è aumentato di 40 volte, la popolazione è più che raddoppiata (120%), le emissioni sono aumentate del 200% cambiando radicalmente gli attori principali – attualmente i maggiori emettitori sono nell’ordine Cina, USA, India e Russia – la concentrazione di CO2 è cresciuta di circa il 20% in modo quasi lineare. La temperatura globale è aumentata dalla fine della cosidetta “piccola era glaciale” con un incremento dell’ordine di 0.7°C in un secolo, tale fenomeno è avvenuto seguendo diverse fasi: una crescita nel periodo 1850-1945 circa, un raffreddamento 1945-1975, un nuovo riscaldamento 1975-1998 e sostanzialmente la temperatura globale è rimasta stabile nell’ultimo decennio.

Vuol dire ad esempio che a un tot di emissioni non corrisponde un aumento certo della concentrazione di CO2?
Esattamente, non è un processo lineare, ad esempio nel 1992 a monte Cimone si è verificata una diminuzione della concentrazione di CO2 di 0.7 ppm nonostante le emissioni aumentassero. Le emissioni si trasformano in concentrazione attraverso la mediazione del sistema climatico, vale a dire nubi, sole, oceani, suolo, biosfera, “foreste di alghe” oceaniche, eruzioni dei vulcani in atmosfera e sotto il mare. E oggi non siamo in grado di valutare esattamente come tutte queste variabili interagiscono tra di loro. Peraltro l’impatto sul clima della CO2 è dovuto all’effetto sul vapore acqueo, che è anche il principale gas serra, e chiama perciò in causa le nubi. Indicativamente contribuiscono all’effetto serra per 55% il vapore acqueo, per il 24% le nubi ed il 14% la CO2. Ma delle nubi non sappiamo tutto, questi sono fenomeni molto difficili da riprodurre nei modelli che poi vengono usati per delineare gli scenari futuri.

A proposito di modelli, in questi anni sono state diffuse molte previsioni catastrofiche del clima futuro.
Quando parliamo di modelli parliamo di scenari e non di previsioni, non di deve confondere le due cose. Vale a dire che si inseriscono una serie di variabili – economiche, sociali, demografiche oltre che climatiche – che forniscono poi dei possibili scenari. Basta che una variabile si comporti in modo leggermente diverso da quanto prospettato per modificare lo scenario.
Io sono un fisico con estrazione sperimentale. Però ho osservato che fino all’estate scorsa, i modelli matematici di prestigiosi centri prevedevano, entro pochi mesi, il petrolio a 200 dollari al barile ed una crescita economica che faceva proporre a molti di tassare ulteriormente petrolieri, banchieri, case automobilistiche ed assicurazioni. A distanza di poche settimane, la crisi ed il prezzo del petrolio è sceso a livelli che quasi nessuno aveva indicato. Ciò è accaduto a causa della complessità e non-linearità dei fenomeni economici. Questi processi economici determinanti per l’andamento delle emissioni antropogeniche, che vengono usati nei modelli matematici utilizzati nello studio dei cambiamenti climatici, interagiscono con i fenomeni ancor più complessi dell’atmosfera. Inoltre le modificazioni antropogeniche del clima si sovrappongono a quelle naturali, che ci sono sempre state. Questo fa capire la complessità e la difficoltà del lavoro della modellistica matematica che, pur avendo fatto molti passi in avanti negli ultimi decenni, sul lungo periodo non può andare oltre generici “scenari”. In realtà una delle certezze della “scienza del tempo” è che il clima non è stabile.
E’ possibile almeno quantificare il contributo umano alle emissioni sul totale o alla concentrazione di CO2 nell’atmosfera?
Le emissioni antropogeniche si stimano dai consumi di combustibili; queste sicuramente finiscono in atmosfera modificando le concentrazioni di CO2. Al momento è in atto uno dei più grandi esperimenti involontari della storia. L’attuale crisi economica ha infatti provocato per la prima volta dal dopoguerra una riduzione del 3% delle emissioni antropiche. Al momento la concentrazione di CO2 in atmosfera continua a crescere, e ciò viene spiegato con l’effetto trascinamento del sistema. Ma nei prossimi anni potremo misurare e valutare l’effetto reale delle emissioni antropiche sulla concentrazione di CO2 in atmosfera.

Il quadro che lei dipinge dal punto di vista scientifico è di grande incertezza. Ha senso allora concentrarsi sulla riduzione delle emissioni di CO2?
Anche se non stiamo parlando di inquinamento tradizionale, si tratta comunque di immissioni di sostanze naturali che hanno una ricaduta sul clima, ed è quindi saggio effettuare delle scelte guidate dalla prudenza che tendano a ridurre le emissioni. L’eliminazione degli sprechi, l’efficienza energetica, la ricerca di mix energetico equilibrato, la ricerca di energie pulite, sono scelte comunque giuste indipendentemente dal fatto che si vada verso il riscaldamento o verso la glaciazione. Trovare la giusta misura ed i giusti tempi in tali scelte, che garantisca oltre uno sviluppo sostenibile anche degli impegni sostenibili, è difficile ma tale sforzo è necessario per evitare che quanto firmato nel tempo divenga solo slogan. La crisi economica attuale ha ridotto le emissioni del 3%, se si vuole salire a due cifre, in assenza di una nuova tecnologia a costi sostenibili, non è banale ed è normale che si discuta.

E dal punto di vista scientifico qual è la prospettiva?
E’ fondamentale continuare a studiare questo tema e sostenere la ricerca, e per questo oltre lo sviluppo dei modelli sono fondamentali le misure. I dati aggiungono sempre informazione ed assumono sempre più valore col passare del tempo. Il nostro centro del Monte Cimone è fondamentale per lo studio dell’atmosfera, ma il discorso vale per tutti gli osservatori meteorologici ed ambientali. Purtroppo però si assiste a un fenomeno globale su cui riflettere.

Quale?
Cresce il numero di osservazioni satellitari ma vi è una riduzione degli osservatori in grado di fornire serie storiche significative. La Nasa ha calcolato che dagli anni ’70 ad oggi i punti di rilevamento storici nel mondo sono scesi da 5 a 2mila.

Sembra un paradosso vista l’attenzione crescente per il clima.
Il fatto è che la misurazione con scopi globali è molto costosa ed i risultati sono visibili solo sul lungo periodo, come possono esserlo le misure effettuate ai poli, sui picchi delle montagne o sulle isole sperdute.