Gmg, la terra promessa
di Marina Corradi
Tratto da Avveniredel 21 agosto 2011

«Non siamo dei vian­danti verso l’abisso, verso il silenzio del nulla o della morte».

Attraverso Cristo, ha detto il Papa a Madrid, sappia­mo che siamo «dei pellegrini verso una terra promessa, verso di Lui, che è la nostra meta e an­che la nostra origine». Così ha detto ai seminaristi, ma in realtà a tutti i ragazzi a Madrid. E for­se, anche a quelli che a Madrid non erano affatto.

Agli altri: a quelli che in una chiesa non entrerebbero mai, a quelli che cercano senza sapere che cosa, a quelli che sfidano as­surdamente il destino in folli corse il sabato notte; ai soli, ai già cinici, e ai soddisfatti, che credono di bastarsi da soli. Immaginate di potere dire que­ste poche parole alle folle di a­dolescenti che si accalcano in quei locali notturni dove si be­ve, si beve e si prende roba con l’esplicito scopo di perdere la co­gnizione di sé; o in quelle strade dei sobborghi delle grandi me­tropoli dove fra i giovani cova u­na rabbia da emarginati, silente ma pronta a esplodere, improv­visa, furiosa. O di dirlo ai tanti ragazzi ‘normali’ con un bene­stante presente, un futuro pre­cario e il tacito dubbio d’essere quasi, coi loro vent’anni, di trop­po, in un Occidente in declino.

Forse queste parole si perde­rebbero nel frastuono, fra le tan­te che assordano le nostre gior­nate; ma se qualcuno ascoltas­se, che sguardo scoprirebbe in quell’annuncio. Perché è radi­calmente diverso camminare verso una meta dove siamo at­tesi e amati, dal percepirsi al mondo senza vederne una ra­gione.

È diverso avanzare, anche faticosamente, verso un porto dove ci aspettano, dall’andarsene in giro seguendo solo la propria voglia o inclinazione; sperando negli oroscopi, e angosciati dal fato – che ciecamente arrivi, senza un perché, a cancellarci in un momento.

È un vivere del tutto trasformato, l’essere figli, dall’essere un caso; cambia il modo di aprire gli occhi al mattino, e di amare e diventare vecchi, e lo sguardo sugli altri; cambia anche il dolore e la morte, perché perfino perdere un figlio è diverso, dentro quella promessa. E se un ragazzo da Madrid tornasse senza altro aver capito che questa sola parola del Papa, già sarebbe un dono grande. Il capovolgimento felice di chi sia certo che non siamo un casuale incrocio di cromosomi, carne che inesorabilmente invecchia, orfani nell’infinito – come implicitamente sussurra un coro concorde, in questo presente. (Se così fosse, in realtà, davvero sarebbe ragionevole prendere ciò che si può, anzi afferrare, sordi a ogni voce degli altri; se siamo un nulla, che almeno ci sia dato di annullarci come meglio ci piace). Così che prima di dire ai figli di essere onesti e buoni, vorremmo essere capaci di trasmettere loro questa sola certezza: non siamo un caso ma, come recita la Scrittura, «prima di formarti nel grembo di tua madre, io ti conoscevo». Non siamo un nulla ma, in Cristo, chiamati e attesi.

L’ha detto Benedetto XVI ai seminaristi di Madrid, ma diceva a tutti i nostri figli, vicini e lontani. (E anche a noi, che nell’affanno, nel rumore, a volte ce ne dimentichiamo).