intervista a Sandro Magister
Tratto da Il Sussidiario.net il 17 settembre 2009

Il ddl sul testamento biologico è approdato in commissione alla Camera. Secondo il  politologo Giovanni Sartori, che vi ha dedicato l’editoriale di ieri sul Corriere, il provvedimento rappresenta al massimo l’interferenza del Vaticano nella politica italiana.

E sancisce la volontà della Chiesa di dirci come dobbiamo o non dobbiamo morire, prevaricando, grazie alla legge dello Stato, la nostra libertà individuale. L’ulteriore paradosso – dopo quello per la Chiesa di comandare meno di oggi quando al potere c’era la Dc – è che «oggi il più “aperto” ai voleri del Vaticano sia Berlusconi», che non è certo, dice Sartori, un cattolico esemplare. Ma Sartori non si ferma qui, e inizia una sarcastica reprimenda verso la Chiesa, protagonista, in ultimo, di un «fideismo che acceca la ragione». Un articolo che chiama a raccolta le ragioni laiche, veramente laiche del paese per contrastare le forze illiberali dell’oscurantismo cattolico? Ilsussidiario. net lo ha chiesto a Sandro Magister, vaticanista de L’Espresso.

Magister, nel suo editoriale di ieri sul Corriere Giovanni Sartori accusa la Chiesa di «un rinato sanfedismo» e di «un fideismo che acceca la ragione».
L’articolo esprime abbastanza bene una sorta di alleanza tra una frazione del pensiero laico, di cui Sartori è esponente autorevole, e una frazione del mondo politico che non condivide l’indirizzo prevalente emerso al Senato. Largamente prevalente, c’è da dire, e anche abbastanza esteso per quanto riguarda il consenso nella popolazione italiana.

Vede nel pezzo di Sartori l’espressione di un attacco al progetto di Ruini, come tentativo di mostrare la validità della proposta cristiana per la società del paese?
Direi proprio di sì. Anche se il nome di Ruini nell’editoriale di Sartori non viene fatto, la logica è questa. Curiosamente l’articolo approda ad una sorta di estromissione dal campo di gioco della controparte, alla quale si nega ogni razionalità dal punto di vista della convivenza pacifica tra persone di diverso orientamento in un paese democratico. Ma quella di Sartori è una palese violazione delle “regole”. Non si può buttar fuori dal gioco l’avversario semplicemente dicendogli che non è in grado di rispettarle. Perché non è proprio questo che risulta, mi pare.

Sartori parla addirittura di un testamento biologico “alla vaticana”. Da rispedire al mittente.
È una leggenda metropolitana, perché il Vaticano non ha alcuna volontà di mascherare il proprio pensiero, che ha sempre annunciato apertamente con la voce del papa e dei vescovi. Ma questa non è un’ingerenza. La posizione della Chiesa è nota, anzi notissima e argomentata. Essa dichiara semplicemente quello che per lei è il bene dell’uomo. Il suo messaggio si scontra con la visione opposta e ora l’elemento discriminante è la posizione da prendere sul fine vita.

Perché le accuse di ingerenza di parte laica hanno ripreso vigore?
Inizialmente una parte della Chiesa propendeva piuttosto per una non legiferazione sull’argomento. Era una posizione prevalente all’interno della gerarchia, e la stessa Cei era orientata a non chiedere una legislazione su questo tema – e su temi del genere – perché convinta che su questo potesse bastare un dialogo fruttuoso tra il paziente, il medico e la famiglia. Poi l’orientamento è cambiato.

Stiamo parlando del caso Englaro. Cos’è successo?
Il fatto che ha indotto la Chiesa a mutare opinione è stato l’intervento dell’autorità giudiziaria. Dove non c’era legge si è introdotta l’autorità giudiziaria che ha fatto legge. La convinzione della Cei è che il caso Englaro rappresenti il primo di una serie di prese di posizione della magistratura che in qualche modo vanno a colmare un campo che il legislatore ha lasciato sguarnito. Tutto si gioca, naturalmente, nel come questo vuoto viene colmato: se in modo rispettoso della dignità della vita oppure no. Ecco perché la Chiesa è intervenuta chiedendo che venisse fissato qualche limite entro il quale la dialettica tra paziente, medico e famiglia potesse esplicarsi. Un limite chiarissimo è quello di non considerare terapia la semplice azione di dissetare e di nutrire.

Il testamento è arrivato in commissione alla Camera. Dobbiamo attenderci un compromesso, magari verso una posizione alla Fini, basata su regole più ampie e meno prescrittive?
Questa possibilità c’è. Esiste un’area all’interno della maggioranza – la quale trova consenso nell’opposizione – che propende per una sorta di rinvio di ogni decisione. Nelle correnti di pensiero che affiancano il centrodestra ci sono indicazioni di questo genere, basti pensare al Foglio di Giuliano Ferrara.

Nelle ultime ore di vita di Eluana Englaro Berlusconi aveva preso una posizione molto netta, tentando di impedire con un decreto che venissero sospese idratazione e alimentazione. Può essere un elemento discriminante?
Sì. È difficile che il governo faccia idealmente marcia indietro, dopo aver addirittura ingaggiato un braccio di ferro col capo dello Stato che non volle controfirmare quel decreto. Nello stesso tempo il ministro Sacconi, il più impegnato su questo terreno insieme al sottosegretario Roccella, ha detto che al limite si potrebbe pensare a una ripresentazione di quel decreto o comunque ad una versione fatta anche di un solo articolo, che fissi semplicemente quel principio e rimandi il resto a tempi più maturi.