di Davide Rondoni da Avvenire

Li chiameremo a maneggiare fiches, piuttosto che a vedere capolavori. Li inviteremo a sedersi al tavolo verde piuttosto che a restare a bocca aperta davanti a Raffaello, a Giotto, a Michelangelo. Surrettiziamente, quatto quatto, un decreto legge in avanzatissimo stato di elaborazione rischia di scatenare una proliferazione di Casinò nel nostro Paese. In nome del turismo. Mettendo davanti al fatto compiuto un Parlamento che (almeno finora) ha sempre avuto idee e preoccupazioni esattamente contrarie in proposito. Fatto sta che presto, forse già oggi, il Consiglio dei ministri comincerà a discutere della possibilità di aprire Casinò in ogni hotel di lusso che lo ritenga. Giochi d’azzardo per i soli clienti, si fa sapere. Ma come ha appreso chiunque sia stato una sola volta a Las Vegas, è facile che la camera venga offerta gratis a chi si siede al tavolo da gioco.

Dunque, il turismo italiano punta sui casinò. Sull’azzardo come fattore di richiamo. E speriamo che qualche ministro – a cominciare da quello proponente – ci pensi e ci ripensi e si faccia toccare dal dubbio che il messaggio lanciato da una scelta del genere è che l’azzardo è un bene, una propensione da maneggiare senza cautela alcuna, offerta a tutti e incentivata dallo Stato. Anche se il giro di denaro che circonda le case da gioco non è sempre il più pulito e trasparente, anche se quel tipo di vincite non risulta che venga sistematicamente investito per visitar musei e riscoprir tesori della cultura e dell’arte.

Noi non crediamo che funzioni il pacchetto “Roulette+Tiziano tutto compreso”. Non crediamo neppure che una simile scelta sia tra quelle che dovrebbero qualificare un provvedimento che punta a ridare slancio al turismo nel Bel Paese. E non riusciamo davvero a credere che una “puntata” del genere sia portata sul tavolo del governo in un provvedimento d’urgenza, come se il fomentar azzardo in Italia fosse una questione di straordinaria necessità e urgenza. Ogni città e tantissimi paesi italiani hanno hotel di lusso, nati per servire un fenomenale dispiegamento di bellezze culturali e paesaggistiche. Aprire casinò in questi alberghi significherebbe disseminarne in ogni angolo d’Italia. È questa l’immagine turistica che vogliamo? Ed è questo il genere di turismo che vogliamo corteggiare? Nell’Est d’Europa l’hanno fatto, e offrirsi ai cercatori di brividi e di fortune non ha portato una grande fortuna. Qualcuno ci sta persino ripensando. Che facciamo: ci candidiamo a succursale di lusso?

In questi casi il pensiero corre alle lobby. Che certo ci sono, e spingono. E poi viene in mente il fisco che, si sa, dalla mole crescente di giochi più o meno d’azzardo lucra parecchio. Ma non sono motivi sufficienti. Sentiamo che c’è di più. Anzi di meno. C’è una debolezza culturale nell’immaginare l’Italia se progettiamo di vendere all’estero e a noi stessi l’Italia dei Casinò invece che l’Italia dei capolavori. Sentiamo che si punta di più sul verde del tavolo da gioco che sulle sfumature dei panorami di Piero della Francesca. E allora, forse, sarebbe meglio dirlo. Non si finga e lo si dichiari: non ci crediamo alla bellezza dell’Italia. Crediamo di più ai grandi lampadari, al luccicare dei tavoli e dei banconi dei bar. Crediamo di più alle nottate intontite ai tavoli da gioco che alla sospensione stupita di fronte a un capolavoro.

Ma forse è tutto uno sbaglio. Un fraintendimento. O uno sbilenco  eccesso di zelo. E si sta già pensando a puntare in altre direzioni. Servendo la bellezza dell’Italia, e chiamando il mondo ad amarla. Sì, ne siamo certi, è possibile avere ancora questa dignità. Covare questa fantasia. Meditare questo sano e calcolatissimo azzardo: puntiamo sul bello, invece che sul vizio.