di Stefano Zecchi
Tratto da Il Giornale del 13 giugno 2009

Il dialogo socratico, così come quello galileiano sui massimi sistemi, e in generale i dialoghi filosofici che incontriamo nella storia del pensiero, sono espedienti letterari in cui l’autore si inventa un interlocutore per esporre la propria interpretazione del mondo. Una forma letteraria che facilita, ma non sempre, la comprensione dei concetti, ma non li semplifica.

Tutt’altra cosa sono i dialoghi editoriali di cui oggi si parla. Sono dei talk show televisivi di carta stampata: diversi tra loro come i veri talk show. Alcuni modesti, altri interessanti. Ciò che l’intellettuale sdegna con supponenza, viene recuperato con una buona dose di ipocrisia attraverso la compiacenza della casa editrice. La conclusione è elementare: la televisione detta le regole della comunicazione, e chi non si adatta è perduto. Nulla in questi libri scritti a quattro mani ha qualcosa che rievochi la struttura logica del dialogo della nostra tradizione filosofica, piuttosto essi sono un Porta a porta, un Costanzo Show, un Matrix. Ma, mentre nessuno chiede a un talk show l’approfondimento sistematico di un problema, semmai qualche informazione, qualche suggestione che l’interessato potrà eventualmente rivisitare con strumenti più adeguati per entrare nei dettagli, questi libri a quattro mani sono scorciatoie per non entrare nel problema, per non compromettersi. Si risponde a domande, si replica a battute, mai una vera struttura concettuale che comprometta lo scrittore e obblighi il lettore a una vera riflessione.

Libri diversi, appunto, come i talk show. Alcuni noiosissimi, per esempio quello di Augias e Mancuso, in cui il giornalista senza alcuna competenza teologica pone domande compiacenti e prevedibili al teologo che, pur essendone in grado, non sviluppa mai un pensiero compiuto. Così i due finiscono per non affrontare alcuna disputa su Dio: il titolo del libro è miseramente tradito. Di tutt’altro tenore Odifreddi-Valzania. Almeno qui vola qualche insulto, il talk di carta rispetta i principi di quello originale catodico, la lettura è divertente e non ti crea problemi: vai a dormire tranquillo sia che tu creda nel Paradiso, sia che tu professi con tenebrosa pervicacia, alla Odifreddi, la tua laica infedeltà.

Giorello, riferendosi al suo talk con Boncinelli, dice che il dialogo è la forma saggistica più democratica. Scopre la democrazia letteraria. Bisogna capirlo, non riesce a liberarsi dalle sue origini culturali. Per anni è stato al seguito del suo maestro Ludovico Geymonat in pellegrinaggio in Albania dove andavano insieme a inneggiare al glorioso capo dello Stato Enver Hoxha, ultimo granitico difensore del marxismo-stalinismo: il comunismo di Tirana val bene una cattedra. D’altra parte anche oggi Giorello ha un curioso concetto di democrazia: lui e Boncinelli, che parlano dello scimmione intelligente, cioè di loro, sono giocatori della stessa squadra, così vincono sempre e, a scanso di rischi democratici, dicono le stesse cose.