di Francesco Tomatis
Tratto da Avvenire del 17 novembre 2009

Centinaia di spettatori in piedi e sala stracolma alla serata dedicata  a Dostoevskij durante i festeggiamenti per gli 80 anni dell’editrice Bompiani a Milano (stasera la conclusione allo Spazio Oberdan, con proiezioni di film tratti da opere di Alberto Moravia).

Non solo per il regista russo Aleksandr Sokurov e Giorgio Albertazzi, che recita «L’idiota», protagonista nello sceneggiato Rai nel 1959, chiedendosi se sia davvero oggi impossibile fare televisione (e cultura) in quel modo. Ma soprattutto per Giovanni Reale e Armando Torno, questo curatore dell’edizione corredata dall’originale russo di tutto Dostoevskij, secondo le traduzioni coordinate da Ettore Lo Gatto, quello direttore delle collane filosofiche della Bompiani, con testo originale a fronte, che in un decennio hanno sbaragliato ogni tipo di concorrenza. E ciò sarebbe ancor poco. Con più di duecento titoli, Reale ha messo a disposizione della cultura italiana, e non solo, classici del pensiero che spaziano dall’antichità greca e orientale all’Otto-Novecento russo, da tutti gli autori cruciali del platonismo pagano a quello cristiano, assieme ai principali teologi, Padri della Chiesa, dagli arabi alla eccelsa stagione della filosofia classica tedesca.

Insomma, i testi classici del pensiero europeo e non solo, colti nella loro viva originalità, senza filtri ideologici, ma con traduzioni, introduzioni, apparati filologici atti ad accostarsi davvero ad altri mondi, diversi pensieri, singolari pensatori. Se Croce e i «comitati scientifici» non sono riusciti a dare una cultura critica all’Italia, Reale vi riesce aprendo l’intelligenza analitica e creativa, di ampio respiro e innovatrice italiana ad autori e testi classici accessibili nella loro originalità.

Si tratta di una svolta epocale, una seminagione che vedrà i propri frutti sempre più abbondanti nel tempo.

Pensiamo alla straordinaria idea di pubblicare Dostoevskij in una collana filosofica. Egli non è infatti soltanto il più grande romanziere russo, ma uno dei maggiori pensatori del XIX secolo accanto a Nietzsche, Kierkegaard, Schelling e Hegel.

Ma allora occorre comprenderlo con la profondità che soltanto una filologia accurata e il confronto con l’originale può dare. «La bellezza salverà il mondo» è l’affermazione spesso ripresa da «L’idiota».

Propriamente in esso compare l’espressione «il mondo sarà salvato dalla bellezza», con la quale il giovane nichilista Ippolit riporta quanto disse il protagonista principe Myškin, folle di Dio, ‘jurodivyj’. Ma quale bellezza salverà, forse ad un futuro escatologico, il mondo, in tutta la sua mortale debolezza? Per Dostoevskij non quella dell’ateismo, secondo cui il mondo si salverebbe da solo sino all’autodivinizzazione. Né quella del teismo assolutista, individuante la salvezza nella negazione divina del mondo umano. Piuttosto la bellezza che salva, già lampeggiante sul Monte Tabor durante la Trasfigurazione, energia divina increata secondo la teologia sofianica russa, sintesi di grecità e cristianesimo, è quella di Gesù Cristo, sofferente e trasformato in gioia assieme, così come attraverso di Lui di ogni cosa creata, fatta di evidenza e mistero, presenza e trascendenza. È la luce della resurrezione la bellezza che salva il nostro stesso mondo, per quanto fuggevole e delicato.