Che qualcuno possa mettere in discussione il diritto della chiesa cattolica e dei credenti a manifestare liberamente il proprio pensiero in materia di vita umana è questione che fa letteralmente impallidire l’oscurantismo che nel passato ha visto protagonista la stessa Chiesa. Ma tant’è. Sulla vita e sulla morte, sul dolore e la malattia, in una parola, su ciò che tocca più da vicino la natura e il cuore dell’uomo, sembra che siano soltanto gli scienziati o, al più i politici ad avere diritto di parola.

Personalmente ritengo che proprio perché si tratta di un bene preziosissimo, la nostra vita, non è opportuno concedere certe deleghe, precludendo il diritto di parola a chicchessia. Se ne discuta apertamente; ciascuno dipani gli argomenti che ha; ma lo si faccia con il necessario rispetto per tutti, evitando quanto meno di far passare per verità evidenti, quelle che sono semplici opinioni, se non addirittura menzogne. Mi riesce difficile scrivere ciò che sto scrivendo, senza pensare a ciò che è successo in questi giorni a proposito della povera Eluana Englaro. Che cosa rimarrà – mi domando spesso – di questo triste caso, quando a fare da schermo a ciò che si è detto in suo nome non ci sarà più la sofferenza di un padre? Vedremo forse accelerata una qualche legge sul testamento biologico. E sarà sicuramente un bene, se verrà fatta una buona legge. Non possiamo però escludere che ne venga fuori una brutta legge, una legge che, ad esempio, autorizzi espressamente l’eutanasia. In ogni caso temo che, alla fine, ciò che soprattutto rimarrà sarà soltanto un’enorme tristezza: una sfortunata ragazza fatta morire, per trasformare in diritto un desiderio, espresso magari con serietà, ma anche con la spensieratezza dei sui giovani anni. Ebbene, domando, su questo la Chiesa e i credenti dovrebbero tacere?

Autorevolissimi filosofi ci dicono che, a fronte delle odierne tecnologie della vita, l’uomo va considerato ormai come un semplice “esperimento di se stesso” (Marc Jongen), grazie al quale coronare finalmente il sogno di realizzare un essere superiore all’uomo (Peter Sloterdjik); autorevolissimi scienziati, penso a Francis Crick e James Watson, gli scopritori della doppia elica del Dna, esternano ripetutatamente in favore della subordinazione del diritto alla vita al superamento di determinati test genetici; ovunque si volga lo sguardo è tutto un discutere di vita degna o indegna di essere vissuta; siamo in presenza di una sorta di cambiamento di paradigma che tende addirittura a trasformare l’”umano” da “presupposto” a “prodotto” dei nostri discorsi e delle nostre azioni: e su questo la Chiesa e i credenti dovrebbero tacere?

Viviamo in un contesto socio-culturale tale per cui, da un lato, si direbbe che le cose si facciano da sole, secondo logiche che trascendono i singoli individui e le comunità, dall’altro tutto sembra venire ricondotto al più radicale individualismo, nella convinzione che ognuno debba poter realizzare come, dove e quando vuole i propri desideri di felicità. Si tratta di due logiche solo apparentemente contraddittorie che in realtà si sostengono a vicenda. La crescente e inquietante “statalizzazione del biologico”, di cui parlava già trent’anni orsono Michel Foucault, sembra seguire prevalentemente proprio la logica della più radicale individualizzazione. Un po’ come accade nei romanzi fantabiologici di inizio secolo XX, la rivendicazione del “diritto” a far nascere i figli come e quando vogliamo o del diritto a scegliere come e quando morire sembra configurarsi come un semplice stadio di passaggio sulla via rispettivamente di una sorta di ectogenesi artificiale, fuori del corpo umano, e di una exit strategy, chiamiamola così, ugualmente artificiale, entrambe sotto rigoroso controllo statale e grazie alle quali risolvere qualsiasi problema: dalla discriminazione delle donne all’invecchiamento della popolazione, dal problema dell’inverno demografico a quello dell’ordine sociale. Ebbene, ancora: la Chiesa e i credenti dovrebbero tacere su tutto questo? Meglio, molto meglio che alzino la voce; si tratta in ultimo di non consentire che sia il potere, qualunque esso sia, a stabilire in che cosa consiste il “bene” della nostra vita o a fissare i criteri della nostra “umanità”.

Sergio Belardinelli *

* Professore Ordinario di Sociologia dei processi culturali nell`Università di Bologna e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica