di Pierluigi Vajra 
da La Bussola Quotidiana
Conclusosi il mese di novembre, dedicato alla preghiera per i fedeli defunti, vorrei condividere un tesoro della spiritualità e della mistica cattolica. Si tratta del Trattato del Purgatorio della mistica santa Caterina Fieschi Adorno, nobildonna genovese, vissuta a cavallo tra il XV ed il XVI secolo.

Il suo confessore, che ne ha compilato una biografia, ci dice che Santa Caterina aveva mostrato propensione alla vita spirituale fin dalla giovane età, pensando ad un certo punto di entrare in convento. La famiglia Fieschi, tuttavia, ne combinò il matrimonio con un rampollo di un’altra famiglia prominente nella società cittadina, gli Adorno. La giovane si sottomette di buona volontà alla ragion politica familiare, ma il matrimonio è tutt’altro che un successo, tanta è la differenza tra l’indole sua e quella del marito. Fa di necessità virtù, ma l’anelito spirituale resta accantonato. Finché un giorno, durante una confessione a cui era stata esortata dalla sorella monaca, le viene concessa un’esperienza spirituale particolare, che conferisce un nuovo slancio alla sua vita. Inizia un periodo di esperienze mistiche che l’accompagneranno, in crescendo, fino al giorno della morte. Il marito si lascerà in seguito coinvolgere dallo zelo dalla moglie, e la precederà nella vita eterna.

Santa Caterina si occupò con grande energia degli ammalati, fino a diventare la “Rettora” del grande ospedale genovese Pammatone. Lasciò una traccia indelebile nella storia della città di Genova per le sue qualità organizzative ed il grande spirito di sacrificio, occupandosi personalmente degli ammalati, specialmente i più repellenti. Ma il suo servizio agli ammalati altro non era che l’espressione esteriore e concreta della sua intensa vita spirituale. E qui arriviamo al punto che vorrei condividere. Infatti l’esperienza mistica di Santa Caterina si può sintetizzare (lo fece lei stessa, stando alle testimonianze) come l’esperienza del Purgatorio già in questa vita, nel suo corpo mortale.

Interessante notare che il Purgatorio è un dogma della nostra fede decisamente meno esplorato di altri, ed in tempi recenti regolarmente assente dalla predicazione comune e dalla formazione alla fede delle nuove generazioni. E forse non poteva essere esplorato più a fondo se non per via mistica. Inoltre Santa Caterina visse nel periodo dell’eresia luterana, quando il Purgatorio veniva messo in dubbio, o meglio apertamente rinnegato. Di suo pugno, santa Caterina non ha scritto nulla delle sue esperienze mistiche. Tuttavia un notevole gruppo di persone della sua città, persone di non poco conto, iniziarono presto a far riferimento a lei come ad una guida spirituale sicura: come che accadde alla sua più famosa omonima di Siena.

Quattro suoi discepoli, tra cui il notaio di fama Ettore Vernazza, fondarono sotto la sua ispirazione l’Oratorio del Divino Amore, realtà di origine laicale, di piccole dimensioni ma di impatto tale che gli storici della Chiesa non esitano a riconoscere in esso una delle forze di propulsione della riforma cattolica che sfociò nel grande Concilio di Trento. L’Oratorio del Divino Amore divenne una fucina di santi. È molto probabile che la mano che stese gli appunti che ora vanno sotto il nome di Trattato del Purgatorio sia stata proprio quella del Vernazza, uomo di grande levatura umana e cristiana. Santa Caterina comprende la vita cristiana come totalmente pervasa dall’amore di Dio, a cui l’anima può aprirsi o resistere. E così è anche della vita dopo la morte. Quello che l’immaginario cattolico ha sempre chiamato “fuoco” dell’Inferno o del Purgatorio, Santa Caterina lo intende come il fuoco dell’amore ardente di Dio per l’anima.

Il Trattato (una serie di brevissimi capitoletti di qualche paragrafo l’uno) è zeppo di questa metafora del fuoco. Devo avvertire l’improbabile zelante lettore: occorre fendere con coraggio un testo di secoli orsono, e quindi superare qualche difficoltà iniziale. Ma poi si scoprono tesori. Non voglio togliere il gusto della sorpresa, ma mi permetto di condividere due perle, per stuzzicare l’appetito. La prima. I capitoletti del Trattato lasciano al lettore l’idea che Inferno, Purgatorio e Paradiso non siano altro che l’esperienza dell’amore di Dio. Dio non smette mai di amare l’anima, neppure all’Inferno. È la disposizione dell’anima che fa sperimentare diversamente il fuoco del Divino Amore. L’anima dannata, morta in condizione di separazione totale da Dio, separazione scelta e consapevole, sperimenta l’amore di Dio come un eterno tormento: la sua colpa la separa dalla comunione con Dio, che è il fine proprio dell’essere umano. L’amore di Dio, che l’anima ha rifiutato ma che ora comprende, diventa il suo tormento eterno. L’anima salvata, passata all’altra vita in comunione con Dio, ritrova spesso in sé una piccola o grande inadeguatezza alla comunione con Dio, alla presenza del quale – ci insegna la Scrittura – non si può trovare nulla di impuro. L’amore di Dio che l’avvolge è per essa un fuoco purificante, per nulla diverso da quello infernale, ma senza il tormento della colpa.

L’anima in Purgatorio è in pace, ma come l’oro nella fornace: la purificazione, la sofferenza, continua fintanto che permane la scoria. E quindi il Paradiso non è altro che lo stesso amore di Dio, che ormai è solamente beatitudine. Purificata da ogni ruggine proveniente da una vita tiepida ma non separata da Dio, l’anima non sperimenta più alcuna sofferenza, ma al contrario pienezza. Inferno, Purgatorio e Paradiso non sono quindi compresi da Santa Caterina come luoghi – se non metaforicamente – o come nature diverse, ma come stato individuale, come l’esperienza che l’anima fa del fuoco del Divino Amore, esperienza diversa perché diversa è la disposizione dell’anima individuale. Tutto, anche queste realtà ultime, si risolve per Santa Caterina nell’unica realtà dell’amore di Dio.

La seconda: cito direttamente dal Trattato. «Io veggio, quanto per parte di Dio, il Paradiso non abbia porta: ma chi vuole entrare vi entra, perché Dio è tutto misericordia, e sta verso noi colle braccia aperte per riceverne nella sua gloria. Ma ben veggio, altresì, quella divina essenza esser di tanta (e molto più che immaginar si possa) purità e nettezza, che l’ anima, la quale in sé abbia tanta imperfezione quanto sarebbe un minimo bruscolo, si getterebbe più presto in mille Inferni, che trovarsi in presenza della divina maestà con quella macchia. E perciò, veggendo essa il Purgatorio ordinato per levarle esse macchie, vi si getta dentro; e le par trovare una gran misericordia, per potersi levare quell’impedimento».

Ormai sono alcuni anni
che il mese di novembre mi trova a rifar meditazione su questo trattatello. Sempre con grande profitto: perché tutto quel che conta, alla resa dei conti, sarà lo sviluppo della nostra capacità di amare ed essere amati, cioè la nostra carità. E allora la meditazione sul Purgatorio, lungi dall’estraniarmi dal mondo, mi spinge a vivere il presente così che quel momento mi trovi con una carità sufficientemente sviluppata per poter entrare direttamente in quel Paradiso che non ha porte. Conoscere il Purgatorio ci spinge a fare un body-building che tonifichi i muscoli dell’amore di Dio e dell’amore scambievole.

P.S. Chi volesse avvicinarsi al Trattato, non ha che da fare una semplice ricerca su Google.