di Assuntina Morresi da Avvenire

Dopo l’allarme, un evidente imbarazzo ha accompagnato tanti commenti all’incidente al San Filippo Neri, in cui il 27 marzo sono andati distrutti embrioni e gameti umani.

Troppe le domande scomode evocate dai fatti e dalle reazioni delle famiglie coinvolte; tante le contraddizioni emerse, e soprattutto imprevedibili gli esiti di una battaglia giudiziaria senza precedenti, in cui si dovrà decidere se e come rispondere a interrogativi troppo spesso confinati nel recinto del dibattito accademico. Comunque vada, l’esito sarà un precedente per la giurisprudenza in questo ambito e non solo a livello nazionale: a tutt’oggi, infatti, non c’è notizia di un incidente analogo nel mondo, il che, però, non tranquillizza. E molto difficile pensare che non sia mai accaduto niente del genere, in trent’ anni di procreazione assistita in tanti Paesi; assai più probabilmente incidenti di questo tipo sono stati sottovalutati, se non nascosti o taciuti all’opinione pubblica, il che pone molti dubbi sull’effettiva trasparenza in ciò che accade intorno alla fecondazione in vitro.

«Hanno ucciso i nostri figli», è stata la denuncia esplicita di alcune coppie del San Filippo Neri che hanno già avviato la richiesta di un congruo risarcimento danni: un grido di dolore che dice bene la percezione della perdita subìta. E sarà inevitabile, nel percorso giudiziario, stabilire quanto vale un embrione umano e quindi, piaccia o meno, chiedersi (anche da parte di coloro che hanno cercato di farne a meno) “cosa” o, piuttosto, “chi” è, tanto più che sono andati persi pure gameti, e quindi il confronto nella valutazione fra cellule ed embrioni è d’obbligo. Eppure sarebbero proprio queste le domande da eludere, secondo alcuni commentatori, che preferirebbero non «sovraccaricare» l’incidente del San Filippo con questioni sullo statuto dell’embrione, portando argomentazioni che però invitano a fare proprio il contrario.

Chiamare in causa i motivi che hanno “legittimato” l’aborto per sminuire il valore dell’embrione non funziona proprio.

Cominciamo col precisare che l’embrione umano è già un essere umano: nessuno può dire che è un essere inizialmente poniamo – vegetale, che poi si trasforma in “umano”. Ma soprattutto la tesi secondo cui «non esiste feto senza la donna che lo accolga», portata a sostegno di chi vuole legittimare l’interruzione di una gravidanza rifiutata, in questo caso va proprio in senso opposto, e cioè aumenta ancor più il valore di un essere umano concepito ma non ancora nato. Chi ritiene che solo la volontà della donna valga per stabilire se una gravidanza possa proseguire o venire interrotta mai come in questo caso ha di fronte donne, e coppie, che fortemente volevano figli, e proprio quei figli andati persi nell’incidente, che avevano già desiderato e accolto e che sicuramente consideravano già esseri umani: che fossero immersi in azoto liquido non sminuisce l’attesa, il desiderio e la volontà di quelle donne, ma pone piuttosto una rinnovata e pressante domanda sull’ opportunità che esseri umani siano tenuti in quelle condizioni. Proprio chi dà priorità alla percezione soggettiva delle donne, indipendentemente dal chiamare o no “persone” delle vite umane appena concepite, dovrebbe a maggior ragione riconoscere l’immenso valore di quegli embrioni, anche al di fuori del grembo materno. E, con onestà intellettuale, andare fino in fondo nel chiedersene il perché.

Perché tanta sofferenza per quella perdita, anche se quel «grumo di cellule» non ha fattezze umane, non ha ancora un cuore che batte, non ha mani, piedi, non è immediatamente riconoscibile come uno di noi? Forse perché nel proprio cuore ogni coppia, ogni donna sa che in quel «grumo di cellule» c’è già tutto: mani e piedi, cuore e volto, ed è già maschio o femmina, proprio come uno di noi. E già vita umana, anche se invisibile a occhio nudo: deve solo crescere, ma già c’è, tutta quanta, tutta intera. E in quei novantaquattro embrioni c’era, e non c’è più.