Provocazioni davanti alle lapidi nei cimiteri
di Marina Corradi
Tratto da Avvenire

Sono stati i giorni del silenzioso pellegrinaggio che ogni anno ci riporta dai nostri morti. Nel grigiore e nella pioggia di novembre siamo tornati in quei viali in cui i passi riecheggiano rumorosi; davanti alle lapidi fredde e uguali – come paratie di una diga invalicabile, che separa per sempre i vivi dai morti. Non è, ogni volta, un urto, un affronto alla nostra speranza, la assoluta quiete dei cimiteri? Non tutti hanno una fede tale che quel silenzio non insinui il dubbio del nulla. Affetti filiali, amori, passioni: erano così vivi i nostri cari, e ora pesa come il piombo questa pace, qui dentro. Se ci accompagnano i figli siamo certi poi che credano che quella dei cimiteri è un’apparenza, oltre la quale c’è una vita eterna? Già noi, in tanti, siamo sottilmente toccati dal dubbio del nulla; e questa incrinatura si trasmette ai figli senza bisogno di parole, con lo sguardo, quasi col respiro.

Ripetutamente il Papa, nei giorni scorsi, parlando dei defunti, ha affrontato quest’urto della morte. «C’è in noi – ha detto – un senso di rifiuto, perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato durante un’intera esistenza venga cancellato, cada nell’abisso del nulla». Soprattutto, ha aggiunto, «sentiamo che l’amore richiama e chiede l’eternità, e non è possibile accettare che venga distrutto dalla morte». Già, non si può accettare che l’amore per un padre, per un figlio, per una ragazza, sia annientato dalla morte – come un file in un computer, se distrattamente lo cancelliamo. L’intollerabilità del nulla è qualcosa che può capire anche un ragazzo di sedici anni, se si innamora. È insostenibile questa sola possibilità, quando si vuole bene. E sembra addirittura una bestemmia l’idea che l’amore di una madre per un figlio falciato in un incidente possa, in un istante, affacciarsi solo, per sempre, sul vuoto. Eppure quanti, colpiti da un lutto, conoscono questa disperazione; più che i nostri vecchi, che in tanti, anche non praticanti, avevano la certezza cristiana come scritta addosso – qualcosa di ereditato, di metabolizzato, di indiscusso. E sembra che il Papa sappia bene quali moti e cadute dello spirito, e solitudini, si consumino, nei giorni dei morti, davanti alle tombe dove, ha detto, «si affollano i ricordi». Un dolore per il quale non bastano buone parole o fedi blande, abituate.

La sfida dei sepolcri è un aut aut: è vero o no, ci credi o no, tu, a quella audace, straordinaria promessa: «Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno»? La promessa di un Dio che, ha detto Benedetto XVI, «si fa così vicino a noi da non fermarsi nemmeno davanti all’abisso della morte, anzi la attraversa». È quell’attraversare, Cristo, la morte, e immergercisi, abitarla e poi uscirne, risorto, nel fragore di una pietra rotolata, la sola piena risposta al nostro silenzio davanti alle “nostre” pietre – le lapidi lisce e fredde. Il mistero del “terzo giorno”, del Sabato, è quello impresso nel lenzuolo della Sindone: davanti alla quale nel Duomo di Torino l’anno scorso abbiamo visto Benedetto XVI in ginocchio, solo, lungamente assorto.

È vero o no, ci crediamo o no, che quell’uomo ha sconfitto la morte? La sfida dei sepolcri è radicale. Lì davanti non può bastare una fede ridotta a morale, valori o generosa solidarietà: tutte cose buone, ma così impotenti e vane, se quell’uomo morto sulla Croce non è risorto, davvero. Allora è giusto dalle tombe dei nostri cari lasciarsi interrogare. «Chi crede in me, anche se muore, vivrà». Sbalorditiva parola, umanamente folle promessa. Non sono in realtà mute, quelle lapidi. Ripetono tacitamente, insistentemente una domanda: ci credete, voi?