È riuscito a salvarsi sotto le macerie. «Ho capito di aver perso mia moglie e i due figli anche se ero incosciente»

VIAREGGIO (Lucca) – Quella sera lui era un filo d’erba piegato, la falce della morte  non l’ha visto. Poi in coma un mese e mezzo e la morte non l’ha vinto. In sei mesi di camera sterile, operazioni, medicazioni, ha sopportato il dolore fisico, l’attesa, i ricordi che fanno male, assenze più pericolose delle infezioni. Adesso Marco Piagentini è salvo, se salvo può essere una parola possibile per un grande ustionato che ha perduto la moglie e due bambini. «Salvo» vuol dire che ha fatto il miracolo di resistere a ustioni di secondo e terzo grado sul 90 per cento del corpo. Resistere finché ha riavuto lo scudo fra lui e il mondo: la pelle. A contare i suoi anni per intero si arriva a 41 (compiuti quattro mesi fa) ma questo è un nuovo Marco Piagentini, «nato» il 29 giugno 2009, ore 23.48.

È stata la notte più drammatica che Viareggio ricordi. Il treno carico di gpl che arriva in stazione, deraglia, la cisterna che si buca, le esplosioni, un quartiere illuminato a giorno dalle fiamme e poi soltanto il suono delle sirene, per ore. Lui era lì, fra fuoco e macerie. C’era sua moglie Stefania, 40 anni, e c’erano i suoi tre figlioli, come si dice da queste parti: Lorenzo, due anni, Luca, quattro e mezzo, e Leonardo, che oggi ha nove anni e ferite di poco conto a ricordargli quella notte. Marco insegue un ricordo: «Sembrerà strano ma io ho saputo che mi era rimasto soltanto Leonardo mentre ero in coma farmacologico. Quando mi sono svegliato vedevo gli occhi dei miei genitori che cercavano in modo disperato di farsi e farmi forza. Non potevano andare avanti a lungo senza dirmi cos’era successo e così un giorno è stato mio cognato ad affrontare la questione. Stefania e i bambini erano morti. Però per me non è stata una sorpresa. Lo sapevo già, non c’era bisogno delle parole. Non saprei come spiegarlo ma in qualche modo dal coma l’avevo percepito. Avevo la sensazione fortissima di sentire la voce di Leonardo, ma soltanto la sua, gli altri no, nemmeno un lamento. Avevo incubi e in questi incubi Leonardo era una presenza positiva, l’unica. Gli altri erano assenti, non li ho mai nemmeno sognati e lamia mente ha tradotto tutto questo nella certezza che niente sogni voleva dire niente vita. Erano morti».

Eppure la sera del 29, prima che i medici lo costringessero al sonno, Marco (rimasto fino ad allora cosciente) ha chiuso gli occhi pensando esattamente il contrario. E cioè di aver perduto soltanto Leonardo. «Vedo Stefania come fosse qui, adesso. La vedo in piedi sul marciapiede davanti a casa nostra, con Lorenzo fra le braccia. E rivedo Luca nella macchina dove io l’avevo messo credendolo più al sicuro». Ci sono ricordi che hanno bisogno di pause per diventare parole. Marco riprende fiato, guarda negli occhi il suo avvocato, Graziano Maffei, e riprende il racconto. «Il mio Luca… Dopo il rumore del treno che deragliava e dopo quell’odore fortissimo di gas avevo capito che eravamo tutti in pericolo. L’ho strappato dal letto mentre dormiva e sono corso fuori. Si è svegliato un momento e mi ha guardato. Avrà pensato «sono fra le braccia di mio papà, al sicuro» e si è rimesso a dormire. L’istinto mi ha detto di metterlo in macchina e così ho fatto. Li ho lasciati lì fuori e sono corso in casa di nuovo, a prendere Leonardo. E in quel momento è stato il finimondo. Ho visto arrivare la fiamma, blu, alta come questa stanza. Sono salvo perché ho trattenuto il fiato e mi dicono che se avessi inalato il gas mi sarei bruciato gola e polmoni, senza scampo. Le macerie mi hanno sommerso e io pensavo a Leonardo, lo credevo morto. Non immaginavo proprio che il fuoco potesse prendersi Stefania e Lorenzo o raggiungere la macchina dove dormiva Luca. Ora quando penso a loro mi dico sempre che sapevano far felici gli altri. Li ricordo partendo da questa premessa».

La famiglia Piagentini viveva al numero 36 di via Pietrasanta, quasi all’angolo con via Ponchielli, la strada-simbolo della strage, distrutta dalla prima all’ultima casa. «Da dicembre, quando sono tornato a Viareggio, sono stato più volte davanti a casa mia e in via Ponchielli, inseguito da ricordi e angosce. È un luogo che mi fa paura. Rivedere casa mia la prima volta dopo l’ospedale è stata una sensazione pazzesca ma dovevo farlo. Non voglio vivere con i fantasmi addosso, voglio affrontarli». Dalle macerie spuntano dettagli che fanno male: «Per esempio le mattonelle del bagno o della cucina» dice Marco. Se ne vede qualcuna. «Impossibile non ripensare agli spazi e ai momenti condivisi con la mia famiglia fra quelle mattonelle». Il nastro della memoria rincorre un giorno di dicembre, quando Leonardo andò a trovarlo per la prima volta, in ospedale. «Avevo miliardi di cose da dirgli ma per l’emozione non sono riuscito a dire niente. L’ho toccato, lei sa cosa significa poter toccare qualcuno dopo mesi di camera sterile fra i grandi ustionati?».

Nessuno può saperlo salvo chi l’ha vissuto. Difficile persino immaginare la catena di emozioni e difficoltà nei giorni di un grande ustionato. Prima di uscire, ogni mattina, Marco deve medicarsi, farsi aiutare per indossare i tutori che proteggono la pelle. Ne porta uno anche sul volto, trasparente ma non abbastanza perché qualcuno non si volti a guardarlo. «Non ci faccio caso. Esco e faccio una vita il più possibile normale. Non posso arrendermi e chiudermi in casa. Buttarmi via sarebbe un gesto che Stefania e i bambini non meritano. Io sono cattolico. Loro sono qui, accanto a me e non posso deluderli». Di delusioni, semmai, Marco ne ha incassate. «Il silenzio sulla strage è stato deludente. E poi trovo sconcertante la misteriosa lunghezza delle indagini». Ne avrebbe di cose da dire, Marco. Di rabbia da smaltire. Ma naviga a vista ogni giorno e stavolta all’orizzonte vede la sua famiglia, mille volte più importante di ogni polemica.

Giusi Fasano da Corriere della sera