di Fabrizio Bisconti

È significativo che accanto alla commovente immagine della natività dipinta, nella  prima metà del III secolo, nelle catacombe romane di Priscilla, compaia la singolare figura di un personaggio che indica una stella e che, in tale personaggio, alla luce delle più recenti acquisizioni iconografiche, sia stato riconosciuto un profeta. È ancora più significativo constatare che si tratta di un unicum nell’arte delle catacombe e che, anzi, quel personaggio compaia anche isolato, fuori da ogni contesto narrativo, assurgendo a simbolo della profezia messianica.
Nel corso del IV secolo, vari personaggi con un simile atteggiamento appaiono negli affreschi dei cimiteri cristiani di Roma e, segnatamente, nelle catacombe dei santi Marco e Marcelliano, dei santi Marcellino e Pietro, di santa Tecla, di Ciriaca. L’immagine significativa compare nell’ipogeo di diritto privato, scoperto nel 1955 sulla via Latina e riferibile alla seconda metà del IV secolo. Il personaggio veste la tunica clavata e un ampio pallio raccolto dignitosamente dalla mano sinistra, mentre con la destra indica un astro a otto punte. L’immagine sembra alludere, a un primo impatto, alla profezia di Balaam e, in particolare, al suggestivo versetto dei Numeri, che annuncia:  “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (24, 17-18). Ma non è mancato chi ha legato la figura a Isaia, in riferimento alla profezia, che recita:  “Ecco:  la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (7, 14).

Altri hanno pensato a un accenno alla profezia di Michea “E tu, Bethlemme di Efrata, così piccola per essere tra i capoluoghi di Giuda, da te uscirà colui che deve essere il dominatore di Israele” (5, 1-4). Non è mancata una suggestiva ipotesi che lega la figura al re David e, particolarmente, ai Salmi (109, 3) laddove si proclama “Dal grembo, prima della stella del mattino, ti ho generato”. Quest’ultimo salmo è assai considerato dall’esegesi patristica più antica ed è interpretato, oltre che come annuncio della generazione del Lògos, anche come profezia della incarnazione. È, forse, per questo che l’immagine dell’uomo che indica la stella entra anche nelle scene di presepe o dell’adorazione dei magi.
Esemplare, in questo senso, il corredo figurativo inciso sull’epitaffio marmoreo della defunta Severa, proveniente presumibilmente dalle catacombe di Priscilla e ora conservato al Museo Pio Cristiano. La lastra, riferibile agli ultimi anni del III secolo, propone, innanzi tutto, il testo laconico, ma estremamente suggestivo per la componente augurale:  Severa in Deo vivas. Attorno all’iscrizione si organizza l’apparato figurativo, a cominciare da sinistra, dove si incontra il busto-ritratto della defunta in tunica e palla, con il capo scoperto e acconciato a boccoli allineati, con orecchini ad anello e il rotolo tra le mani, all’altezza del petto, che infonde alla figura un aspectus filosofico. I tratti del volto, estremamente espressionistici, ci accompagnano, come si diceva, verso l’età tetrarchica. Subito dopo l’iscrizione, si svolge, sulla destra, una figurazione piuttosto complessa, con i tre magi vestiti all’orientale che procedono verso la Madonna, solennemente seduta su un trono vimineo dall’alta spalliera, con il bambino sulle ginocchia. Tra i magi e la Madonna, in alto, è incisa una stella con tondo centrale e cinque punte, verso cui indica un personaggio con la mano destra. Si tratta del medesimo “uomo biblico” sinora considerato e assume la posizione, la gestualità e l’impostazione del profeta che, additando l’astro, vuole annunciare la venuta del Messia.
La scena, nel complesso, desidera esprimere, intanto, la valenza cristocentrica dell’arte primitiva, ma anche la congiunzione dell’Antico e del Nuovo Testamento, suggerendo, in un unico quadro, la profezia messianica e l’attuazione della stessa, rispondendo, così, alle polemiche cristologiche che si stavano consumando, proprio nello scorcio del III secolo, a Roma e in tutto il mondo cristiano. Per molto tempo, il personaggio che indica la stella è stato riconosciuto come Giuseppe, ma la critica iconografica ha escluso la presenza del padre putativo di Gesù nelle più antiche rappresentazioni dell’Infantia Salvatoris, almeno sino al V secolo, quando gli scritti apocrifi (vangelo dello pseudoMatteo, protovangelo di Giacomo, Storia di Giuseppe il falegname) entrarono nell’immaginario delle comunità cristiane, sino a ispirare alcune, pur rare, rappresentazioni artistiche. Per il periodo più antico, invece, anche alcuni personaggi che compaiono nell’ambito delle scene di presepe, pure complesse e ricche di figure, vanno ricondotti alla personalità dei pastori e possono essere riferiti al momento della loro adorazione. L’unica fonte che rievochi questo episodio è il vangelo di Luca, il cui resoconto, così dettagliato, trova espressione e sintesi nell’arte paleocristiana e, segnatamente, in un coperchio di sarcofago del Museo Pio Cristiano, riferibile al pieno IV secolo. Qui, si assiste all’adorazione congiunta dei Magi e dei pastori, anche se questi ultimi sono sintetizzati da un unico personaggio in tunica corta, ritratto presso la mangiatoia, dove il bambino è scaldato dal bue e dall’asino, mentre, in alto, risplende una stella. Ma il luogo lucano è seguito alla lettera, talché la Madre è rappresentata seduta, affranta, in una riflessione intima e silenziosa; anche in questo caso, è assente Giuseppe, mentre sono presenti i Magi, quasi per riprodurre – secondo il dibattito patristico del tempo – le due estremità della società umana. Il concetto sarà perfezionato, nel tempo, dallo splendido Sermone sull’Epifania (PL, 65, 733), dove Fulgenzio riconosce nei pastori i rappresentanti dei Giudei e nei Magi quelli dei pagani, che, poi, non sono altro che due pietre per la costruzione dello stesso edificio. Il piccolo “popolo” dei personaggi, più o meno enigmatici o, comunque, difficilmente decodificabili, costruisce gradualmente l’iconografia del presepe, da cui sembra assente, in un primo momento, Giuseppe, lo sposo della Vergine, che, pure, presentato dai vangeli di Luca (3, 23-38) e di Matteo (1, 2-16) come “uomo giusto”, israelita perfetto, giudeo modello e attento esecutore della volontà di Dio, ebbe certa fortuna nella letteratura patristica, specialmente in funzione del suo ruolo di padre putativo del Signore e di elemento provvidenziale del disegno della redenzione. Di lì a qualche tempo, d’altra parte, anche la figura disattesa di Giuseppe entrerà ufficialmente nel repertorio figurativo cristiano, ora con gli attributi del faber lignarius, ora nell’ambito di storie apocrife e di vere e proprie affabulazioni visionarie, come nel mosaico dell’arco trionfale di Santa Maria Maggiore, dove viene enfaticamente rappresentato l’episodio dell’annuncio dell’angelo al vecchio sposo di Maria, affidando umana dignità a una figura disattesa dagli artifices e sostanziando l’accostamento che propongono i Padri della Chiesa tra la figura di Giuseppe e quella degli apostoli, che “donano” Cristo ai gentili, con la stessa dinamica con cui i pastori, con il loro bastone ricurvo (comune anche a Giuseppe), guidano il gregge con dignità e potenza, come Davide, che assurge alla carica di re dall’umile condizione di pastore, da cui Giuseppe discendeva.

(©L’Osservatore Romano – 1 gennaio 2010)