Il Papa ha chiarito come non si tratti di un sacramento minore. Un vero e proprio “farmaco” non solo dello spirito, ma anche del corpo
di Giacomo Galeazzi
Tratto da Vatican Insider

«L’unzione degli infermi non è un Sacramento minore». Altolà alla superstizione grazie al «bon ton» del malato tracciato cinque secoli fa da San Giovanni di Dio e rilanciato ora da Benedetto XVI. Nel messaggio per la Giornata del malato, Benedetto XVI chiarisce che l’unzione degli infermi non va ritenuta un sacramento di serie B.

Il Papa pone in primo piano un gesto sacramentale ancora oggi avvolto troppo spesso, anche fra i cristiani, da un superstizioso senso di rifiuto. Fra Marco Fabello, direttore generale del Centro dei Fatebenefratelli di Brescia (una delle strutture dell’antico Ordine ospedaliero fondato da San Giovanni di Dio) accoglie l’appello papale come una svolta rispetto alla «mala educación» che mette in secondo piano l’unzione degli infermi. «Credo che, finalmente, ci sia una presa importante di posizione sul significato di questo Sacramento, che è ancora così poco “vissuto” dalle persone ed è ancora ritenuto un fatto, per molti aspetti, scaramantico, intendendo con ciò dire che molti malati e molti familiari non lo vogliono e lo vogliono solo quando il malato non è più in grado di capire- osserva Fra Marco Fabello a “Radio Vaticana”-. Invece, pensare al Sacramento dell’Unzione dei malati come a un farmaco, a un medicinale che aiuta, a un fatto terapeutico non solo dello spirito ma anche del corpo, credo sia davvero un dono molto grande, che andrebbe spiegato e prospettato ai parenti, ai familiari e ai malati con molta convinzione».

L’Ordine ospedaliero è un Ordine molto antico. Gli insegnamenti del fondatore, San Giovanni di Dio, delineano una sorta di «galateo del malato». Il religioso, di origine portoghese, desideroso di maggiori traguardi dopo una vita da soldato trascorsa tra i pericoli, con carità instancabile si impegnò a servizio dei bisognosi e degli infermi in un ospedale da lui stesso fatto costruire e unì a sé dei compagni, che poi costituirono l’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio.

Nato a Montemoro-Novo, poco lontano da Lisbona, nel 1495, Giovanni di Dio – allora Giovanni Ciudad – trasferitosi in Spagna, vive una vita di avventure, passando dalla pericolosa carriera militare alla vendita di libri. Ricoverato nell’ospedale di Granada per presunti disturbi mentali legati alle manifestazioni “eccessive” di fede, incontra la drammatica realtà dei malati, abbandonati a se stessi ed emarginati e decide così di consacrare la sua vita al servizio degli infermi. Fonda il suo primo ospedale a Granada nel 1539. Muore l’8 marzo del 1550. Nel 1630 viene dichiarato Beato da Papa Urbano VII, nel 1690 è canonizzato da Papa Alessandro VIII. Tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 viene proclamato Patrono degli ammalati, degli ospedali, degli infermieri e delle loro associazioni e, infine, patrono di Granada.

«Credo che il processo di umanizzazione che porta alla fede sia fondamentalmente ciò che più ci muove. Considerare il malato persona a tutti gli effetti, e non un qualcosa da guarire, vuol dire appunto camminare insieme tra corpo e spirito e accompagnare la persona sia nella malattia fisica che nella sofferenza interiore e spirituale – cosa che, a volte, è più forte che non il dolore fisico ed è ciò che condiziona maggiormente la vita delle persone- precisa Fra Marco Fabello-. Credo che questo sia molto sottovalutato soprattutto nella medicina di oggi, dove la premura, la fretta rendono la medicina, soprattutto la chirurgia, più simile forse a una “catena di montaggio” che non a delle vere azioni di umanità e di aiuto spirituale, interiore, psicologica, alle persone».

Attualmente i seguaci di San Giovanni di Dio (patrono di infermieri, medici, ospedali, cardiopatici, librai, stampatori) operano in 51 nazioni nel mondo, in tutti i continenti: le ultime presenze sono in Croazia, in Cina. «Abbiamo una ventina di strutture sanitarie molto impegnative in Africa, siamo presenti anche in Asia. Ma, probabilmente, non è il numero delle strutture che conta di più, quanto piuttosto – pur venendo meno in modo notevole il numero dei religiosi – l’idea dell’ospitalità continua, anche con il contributo di altre persone, i nostri collaboratori. Un’idea che noi tutti vorremmo racchiudere in uno slogan nel quale crediamo quando definiamo le nostre realtà l’“essere la famiglia di San Giovanni di Dio”», precisa Fra Marco Fabello.