di Domenico Bonvegna

Nel 2011 si dovrebbe festeggiare il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, per la ricorrenza due comitati devono organizzare l’evento che però stenta a decollare.

Il dibattito si è già acceso, numerosi gli interventi sui quotidiani. Forse bisognerebbe capire se agli italiani importa qualcosa di questi festeggiamenti e magari qual’è il motivo perché ancora l’unità d’Italia non è pienamente entrata nella memoria collettiva degli italiani.

I festeggiamenti per l’unità d’Italia dovrebbero essere una buona occasione per dire la verità su come si è pervenuti. Apriamo un serio dibattito ampio a 360 gradi su come è stata fatta l’unità del nostro paese. Chi sono stati gli artefici, i protagonisti attivi e passivi, del nostro Risorgimento. Soprattutto, non facciamo parlare sempre i soliti, diamo spazio a tutti anche a quella storiografia controrivoluzionaria e cattolica. Si spera che non finisca come nel 2000 quando Giovanni Paolo II beatificò Pio IX, allora tutta la cultura laica progressista è insorta con i suoi uomini più rappresentativi, da Galasso, Scalfari ad Asor Rosa. Addirittura si voleva fare un appello in difesa della tolleranza e della democrazia, minacciate da un irragionevole e reazionario fanatismo di matrice cattolica.

Chi voleva dissentire come Angela Pellicciari, non gli fu dato nessuno spazio.

E proprio dalla Pellicciari, professoressa e studiosa di Storia, in particolare del Risorgimento, si può leggere un contributo sintetico alla storia dell’unità del nostro Paese, Risorgimento ed Europa, Miti, pericoli, antidoti, edito da una giovane casa editrice di Verona, Fede & Cultura. (www.fedecultura.com), un agile bigino di 120 pagine, frutto di una serie di articoli che la storica per circa due anni ha pubblicato sul quotidiano La Padania, è un itinerario incalzante con la semplice e impietosa forza dei fatti, scrive il direttore Giuseppe Baiocchi.

La tesi di fondo del libro della Pellicciari è che l’unità italiana è stata raggiunta a spese dell’identità cattolica del nostro Paese. Gli italiani erano già uniti dalla fede comune, bisognava unirli politicamente, bastava una federazione di Stati. La Chiesa tutta promuoveva e sosteneva l’unificazione italiana attraverso un processo federale. Ma Casa Savoia voleva “fare da sé”, per opera di Vittorio Emanuele e Cavour, il piccolo Regno di Sardegna, incurante delle più elementari norme di diritto internazionale, conquista con una strategia ben congegnata tutti i territori italiani per fare un regno più grande e così si trasforma in quinta colonna della Rivoluzione.

Il piccolo Piemonte, ha bisogno di apparire come un liberatore del popolo italiano, non come aggressore; per questo si usano frasi ad effetto come questa le popolazioni italiane gemono nelle prigioni e nelle galere dei principi italiani. Cavour al congresso di Parigi incassa il sostegno degli inglesi e dei francesi, che gli offrono l’occasione propizia difare da cassa di risonanza alle menzogne liberali sulla situazione dell’Italia non sabauda(…) Se c’è qualcuno che ‘geme’ nell’Italia degli anni cinquanta dell’Ottocento, questi sono i numerosissimi detenuti del regno sardo. (pag58)

Il Regno Sardo per conquistare l’Italia deve eliminare ogni opposizione, per questo si scaglia contro gli ordini religiosi in particolare i Gesuiti, il parlamento subalpino scatena una guerra senza frontiere contro la Compagnia di Gesù, è un paradosso lo Statuto albertino al primo articolo recita che “La Chiesa cattolica apostolica e romana la sola religione di Stato”. In seguito, Cavour-Rattazzi presentano in parlamento un progetto di legge per la soppressione degli ordini religiosi contemplativi e mendicanti, complessivamente furono letteralmente buttate in strada 57. 492 persone. “Fin dall’inizio del processo denominato risorgimento – scrive la Pellicciari – il programma politico liberale è perfettamente delineato. Si tratta di far pagare alla Chiesa, e cioè a tutta la popolazione, il costo dell’operazione che porterà Vittorio Emanuele a regnare sulla penisola italiana. Si tratta di procedere con cautela perché gli italiani sono, sì, destinati ad essere emancipati dalla propria fede, ma per il momento sono ancora tutti cattolici. La persecuzione anticattolica va quindi anzitutto negata, poi attuata con cautela e poco alla volta”. (pag. 45)

La Chiesa di fronte a questo lucido disegno di scristianizzare l’Italia come reagisce? La maggiore preoccupazione di Pio IX è che i cattolici conoscano la verità e non cadano nell’insidia e martellante propaganda liberale.

Il Papa attraverso le encicliche racconta i misfatti della rivoluzione italiana, che non ebbe mai l’approvazione della stragrande maggioranza degli italiani, purtroppo ignorate dagli storici del ventesimo secolo. Mastai Ferretti rievoca un panorama desolante dell’Italia sconvolta dalla tirannide liberale.

Tra i personaggi che più hanno fatto la storia del risorgimento italiano oltre a Cavour e Mazzini, un posto particolare lo merita Giuseppe Garibaldi, che la Pellicciari chiama un romantico negriero, per via del suo commercio marittimo tra la Cina e il Perù di schiavi cinesi grassi e in buona salute, così come si legge dal racconto tra l’armatore Denegri e Augusto Vecchj. Dei preti Garibaldi ha una particolare ripugnanza: “quando sparirà – si domanda – dalla faccia della terra questa tetra, scellerata, abominevole setta, che prostituisce, deturpa, imbestialisce l’esser umano?” Per i preti Garibaldi progetta la bonifica delle palude pontine.

Sulla Deutsche Rundschau nell’ottobre 1882 il massone Pietro Borrelli scrive: Non si deve lasciar credere in Europa che l’unità italiana, per realizzarsi avea bisogno d’una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione di Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti”. (pag. 79)

Il ruolo di Garibaldi è stato gonfiato ad arte, non avrebbe fatto un passo senza Cavour e La Farina, i loro soldi e le loro armi.

Garibaldi e i suoi conquistano il Sud senza combattere, scrive Massimo D’Azeglio, “Quando si vede un regno di sei milioni ed un’armata di 100 mila uomini, vinte colla perdita di 8 morti e 18 storpiati, chi vuol capire, capisca”. In pratica, Francesco II di Borbone, re delle Due Sicilie, completamente digiuno dell’arte di governo, cattolico devoto, animato da buonissimi sentimenti, ma l’inesperienza e la buona fede lo rendono facile preda della congiura massonica che lo avvolge come in una spirale.

da Mascellaro.it