dal Vangelo secondo Gv. 12,1-11.

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. Equi gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: «Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca
Il Vangelo di oggi ci pone una domanda fondamentale. In questi giorni santi potrebbe suonare fuori luogo, ci stiamo preparando alla Pasqua, camminiamo con il Signore verso il Calvario per sperimentare con Lui la resurrezione. Eppure è una domanda che non possiamo eludere; coinvolge i nostri giorni, i pensieri e i sentimenti, le parole e le parole. Sfiora il nostro intimo. Pensiamo forse che consegnare la vita a Gesù sia sprecarla? Il tempo, le idee, la poesia, gli amori e le passioni, spesso tutto sembra sprecato, il risultato non compensa mai lo sforzo. Come scriveva Orazio, “Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo agli astri, o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà: se molti inverni Giove ancor ti concede o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino – breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo e fugge il tempo geloso: cogli l’attimo, non pensare a domani”. Il libro del Qoelet risuona con queste parole: “Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento… Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c’è alcun vantaggio sotto il sole…. Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche; ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio… Egli concede a chi gli è gradito sapienza, scienza e gioia, mentre al peccatore dà la pena di raccogliere e d’ammassare per colui che è gradito a Dio. Ma anche questo è vanità e un inseguire il vento!” (Qoelet).
Perchè siamo incatenati a questo pensiero che ci spegne la speranza tramutandola in idolatria di noi stessi, delle nostre libertà, dei nostri diritti, dei nostri progetti? Da dove ci viene questo sentimento di frustrazione, questo dubbio quando tutto sembra eclissarsi, speranze, progetti, desideri? Quando anche la missione, il servizio reso a Dio sembra dissolversi nel fallimento, quando non nell’incomprensione e nella persecuzione? Che cosa ci impedisce di vivere la vita come Maria? Sulla soglia di questa Settimana Santa, unica, diversa da tutte le altre, la Chiesa ci pone dinanzi una casa e tre figure. A Betania (casa dei poveri) la casa di Lazzaro (Dio aiuta), risuscitato dai morti; Maria (amata da Dio), che ha conosciuto e scelto la parte buona della vita; Giuda, intelligente ed avaro, prigioniero di se stesso e dei suoi averi, materiali e intellettuali; e Gesù, oggetto di discussioni, al centro di scelte decisive per la vita o la morte. Entriamo in un tempo speciale, la nostra vita può cambiare davvero. Gesù scende a casa nostra, suoi amici, poveri Lazzaro resuscitati dal Suo amore infinito. Scende in modo del tutto particolare in questi giorni, cerca il fondo del nostro cuore, vuole fare luce sui nostri desideri, sui lacci che ci impediscono la gioia vera e piena. Gesù è nostro ospite per liberarci, e non lo può fare se prima non ci illumina senza sconti su quel che agita le nostre menti e i nostri cuori.
Per fare Pasqua occorre innanzi tutto cercare il lievito vecchio e farlo sparire. “Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio né con lievito di malizia e di perversità , ma con azzimi di sincerità e di verità” (1Cor 5,7-8). Nella Mishnà si legge: “Nella notte precedente il giorno 14 (di Nissan), si fa la ricerca del Hametz alla luce di un lumicino”. La parola hametz è usata per designare il pane fatto con il lievito (ossia, il pane che si mangia abitualmente), in opposizione a matzah, nome del pane non fermentato o pane azzimo. La proibizione di mangiare e conservare hametz durante Pesah è un precetto che troviamo nella Torah: “Nel primo mese, il giorno 14 del mese, alla sera, voi mangerete azzimi fino al 21 del mese, alla sera. Per sette giorni non si troverà lievito nelle vostre case, perché chiunque mangerà del lievito, sarà eliminato dalla comunità di Israele, forestiero o nativo del paese’ [Esodo 12,18-19]”. Perché si proibisce il pane fermentato? Cos’è hametz? Nel sistema sacrificale del tempio, l’immolazione degli animali era accompagnata, nella maggioranza dei casi, da oblazioni o riti complementari. Dato che il lievito cambia il carattere naturale dell’oblazione, o la profana, tutte le offerte dovevano essere assolutamente pure; il fermentato (e la farina, se si inumidisce può fermentare) era considerato impuro, poiché risultava acido e hametz significa ‘acido’. Hametz e matzah sono lavorati con la stessa farina e con la stessa acqua e sono anche cotti nello stesso forno, ma esiste tra essi una minima differenza che li separa: il riposoHametz deve riposare. Dicono i cabalisti che, come la pasta si gonfia di aria e cresce e prende il sapore acido del fermento, anche l’uomo si gonfia di vuota vanità e adotta l’atteggiamento acido dello sciocco. Più appetitoso e gradevole della matzahhametz rappresenta l’istinto cattivo. Il lievito stabilisce una continuità tra il pane di oggi e quello di ieri, perché il lievito naturale è preso dalla pasta fermentata del giorno precedente. Il pane azzimo invece segna un nuovo inizio! Per questo Gesù desidera passare gli ultimi giorni della sua vita a casa dei suoi amici, immagine della Chiesa, per fare luce e verità e prepararli a qualcosa di nuovo e sorprendente. Per preparare i suoi alla Pasqua, all’evento decisivo, con la luce della sua Parola, che penetra sino alle zone più profonde dell’uomo, scovandone ache i più piccoli frammenti di hametz, il pane che mangiamo abitualmente, il pane di Giuda.
Comprendiamo allora che stiamo entrando in una settimana di liberazione, nella quale davvero potremo passare dalla morte di una vita schaicciata su noi stessi alla libertà di una vita donata e consegnata per amore. Vi è in ciascuno di noi lo spirito di Giuda; la sua arroganza, la sua intelligenza legata indissolubilmente all’avarizia, il suo capire sempre tutto e l’avere per tutto la soluzione ideale. L’intelligenza che piega la sua mente, il suo cuore e ogni sua azione su se stesso, in un’avarizia insaziabile che è, come diceva San Paolo, pura idolatria. Siamo come Giuda, vuoto di vanità e acido di sciocchezze, che se ne infischia di chiunque gli sia accanto, pur ostendando un’apparente interesse filantropico per poveri e bisognosi. Giuda che non sopporta lo spreco perchè lui “ha capito bene per che cosa vale la pena vivere, e spendere i soldi”. Ha capito che l’unico che davvero importa è il proprio io e il proprio stomaco, e tutto il resto è spreco: tempo sprecato, denaro sprecato, affetto sprecato. E’ il nostro cuore avvelenato.
Ma oggi Gesù scende proprio lì, per guarirci, per liberarci, per donarci il cuore di Maria. E’ lei l’immagine della nostra vocazione, un profumo sparso per Cristo. Molto di più, essere in ogni istante, lo stesso profumo di Cristo sparso nella casa, la Chiesa, la nostra vita, perchè se ne possa gustare la fragranza di gioia e di pace in tutto il mondo. Sprecare la vita per Cristo. Sprecare il tempo, sprecare il denaro, sprecare ogni affetto, ogni sguardo. Lui ha sprecato sino all’ultima goccia la sua vita per noi. E non è stato spreco, è stato il guadagno più bello, la nostra salvezza. In questo “spreco” possiamo gettare e sprecare la nostra vita, in Lui, il nostro guadagno più bello.
Nei paralleli sinottici Gesù loda il gesto di Maria e dice che ha fatto un’opera bella. Ecco, la nostra vita ci è data per essere un’opera bella, la bellezza che Dio aveva visto nella creazione, riflesso del suo volto e del suo cuore. La nostra vita allora è un riflesso della bellezza che salverà il mondo, il volto di Gesù. Un volto sprecato, senza apparenza né bellezza umana per attirare gli sguardi, sozzo dei nostri delitti, consegnato alla peggiore delle morti. Il volto più bello del più bello tra i figli dell’uomo, profumo crocifisso di un amore che vince la morte. Ecco la bellezza che oggi ci raggiunge, ci cerca, ci ama. In essa, in questa bellezza sprecata per amore, possiamo sprecare la nostra vita. In essa vi è la libertà che ci strappaal lievito vecchio di Giuda, ipocrita, idolatra e destinato alla morte e alla corruzione. Il lievito del mondo che ci impedisce di essere felici, di amare.
L’opera bella di Maria è stata un’opera profetica, compiuta in vista della sepoltura di Gesù. Maria ha compreso laddove i discepoli non riuscivano a comprendere; Maria ha accettato ciò che i discepoli avevano respinto: la morte crocifissa del loro Maestro. Maria credeva, come davanti alla morte di suo fratello, e per questo ha onorato quel corpo che avrebbe dato vita eterna ad ogni carne. L’opera bella è dunque un’opera che accoglie ed entra con Cristo nell’assurdo della Croce, che rende onore alla sofferenza rinvenendovi i bagliori dell’alba di risurrezione. Maria non spreca, ama. E amare non è altro che ungere con quanto si ha di più prezioso, con la propria vita la vita di Cristo, il suo corpo in ogni corpo, la sua sofferenza in ogni sofferenza. L’opera bella è condividere sino in fondo il dolore di Cristo, il dolore di ogni uomo. L’opera bella è l’amore che com-patisce, che fa sua la passione di Cristo incarnata nella passione di ogni uomo. Maria unge, riveste di onore, il Profeta, il Re, il Sacerdote, il Messia sofferente e morente. Non vi è sacerdozio, non vi è regno, non vi è profezia se non sono segnate dalle stigmate della Croce. E’ la storia della Chiesa, di ciascuno di noi, e non può essere diversamente. Occorre che il vaso dell’unguento si rompa perchè il profumo si spanda e riempia la casa. Occorre la lancia che ha trafitto il costato di Cristo, la spada che ha trapassato l’anima della Vergine Maria. Lo spreco apparente della nostra vita che, come una lama, ci spezza il cuore, costituisce invece il culmine della nostra vita, il momento più fecondo, laddove splende l’opera bella e si spande la fragranza dei doni ricevuti da Dio: l’amore crocifisso, la compassione incarnata sino a sperimentare lo stesso dolore di Cristo, quello di ogni uomo, anche del nemico.
Il nardo infatti è un’essenza che si origina ad altissime quote. E’ dal Cielo che Maria e ciascuno di noi ha ricevuto il dono dello Spirito Santo nel Battesimo. Il nardo è immagine delle grazie delle quali Dio ci ricolma perchè in noi si dia la vita nuova, la Vita celeste dalla quale si spande il profumo delle opere che mostrano la vittoria sulla morte di Cristo. “Siano rese grazie a Dio che sempre ci fa trionfare in Cristo e che per mezzo nostro spande dappertutto il profumo della sua conoscenza. Noi siamo infatti davanti a Dio il profumo di Cristo” (2 Cor 2, 14-15). Ed il Vangelo ci dice che si trattava di vero nardo, autentico, non adulterato, degno di fede, secondo il significato dell’originale greco. Pistikis deriva da pistis, ed è la stessa radice che designa la fede. Il vero nardo è dunque il segno dello Spirito autentico, che ispira opere di fede degne di fede; il nardo con cui Maria unge i piedi di Gesù è il profumo autentico della sua vita fedele alla vocazione ricevuta, la fragranza della fede che si incarna in opere belle che vincono l’olezzo della corruzione e della morte. Quel nardo, la vita nuova irrorata di Spirito Santo che compie le opere belle della fede, è un segno che mostra l’amore di Dio che dalle altezze è disceso tra gli uomini, profumo squisito del Cielo che ha preso dimora sulla terra.
Il Targum del Cantico dei Cantici mette in relazione il nardo con il Paradiso: “I tuoi giovani sono pieni di opere buone… I loro odori sono come quelli dei begli alberi del giardino dell’Eden, come il cipresso ed il nardo… “. La Letteratura ebraica extra biblica ha ravvisato nella Torah il profumo della vita e dell’immortalità. Il Primo Libro di Enoc ha descritto l’albero della vita come un albero profumato che emana fragranza più fragrante di ogni altra. La Legge ed i suoi precetti sono, per la tradizione rabbinica, come un profumo dall’aroma inconfondibile che salgono davanti a Dio. Lo studio della Torah che sostituisce i sacrifici è anch’esso paragonato ad un profumo gradito a Dio. In questo orizzonte si comprende il gesto di Maria. Riconosce dinanzi a sé il Messia, il nuovo tempio, Dio stesso. A Lui tributa l’autentico e fedele sacrifico, lo studio che compie la Torah della vita, l’amore profumato della sposa adornata delle opere sante del Paradiso, segno dell’intima comunione che l’ha trasformata nello Sposo stesso. E’ l’amore il cuore di questa pagina del Vangelo, l’amore della sposa che, nella notte del dolore, dello sconforto, del fallimento, nella notte della Croce si consegna all’Amato consegnatosi a lei: “O notte che guidasti, O notte grata più dell’alba chiara; O notte che legasti Amato con amata,Amata nell’amato trasformata!” (San Giovanni della Croce, La notte oscura).
Lasciamo allora che Gesù entri oggi nella nostra casa, la famiglia, la storia, la vita che ci è donata. Lasciamo che ci attiri a sé, ci liberi da noi stessi, perchè possiamo sprecare, donare tutto di noi, le cose più preziose, i nostri segreti, le nostre intimità, i nostri desideri, i nostri dolori, le nostre ansie, i nostri sogni, le nostre speranze, ogni goccia dei nostri giorni, ogni sguardo, pensiero, palpito del cuore, tutto di noi a Cristo che ha dato tutto se stesso per noi. “Ora, nell’offerta del Figlio, si rivela, come già nell’unzione di Betània, una smisuratezza che ci ricorda l’amore generoso di Dio, la “sovrabbondanza” del suo amore. Dio fa generosamente offerta di se stesso. Se la misura di Dio è la sovrabbondanza, anche per noi niente dovrebbe essere troppo per Dio” (J. Ratzinger, Via Crucis 2005).
Fratelli di Cristo che, come scriveva il beato John Henry Newman, possano “diffondere ovunque il profumo di Cristo, affinché tutta la loro vita sia soltanto un’irradiazione della sua” (J. H. Newman, Irradiare Cristo)Ai piedi del Signore, nell’intimità di una vita completamente consegnata al suo amore, possiamo dare quanto di meglio vi è in noi, la Grazia dello Spirito santo ricevuta nel Battesimo di cui l’olio ne è segno. Maria è discesa nel fonte battesimale, è lì, ai piedi di Cristo – il luogo della Verità – scoprire chi siamo nel contemplare quei piedi che sono discesi sino all’intimo delle nostre povertà. Ai suoi piedi, come un profumo soave e molto costoso, lo Spirito santo diffonde i suoi doni abbondanti: gioia, pace, zelo, dominio di sè, pazienza, i segni di una vita bella, buona, giusta. “Un po’ come è la “forma” per l’atleta e l’ispirazione per il poeta: uno stato in cui si riesce a dare il meglio di sé” (P. Cantalamessa, Ministri della nuova alleanza dello Spirito, II Predica di Avvento, 11 dicembre 2009).
Maria, come ciascuno di noi, in ginocchio ai piedi di Gesù, diviene la Sposa più felice di questo mondo. A Lui dare il meglio di sè stessi, per amore, per puro amore. A sei giorni dal compimento dell’amore più grande, il vangelo di oggi, come un’overture, ci prepara al compimento della sinfonia. Come recita il Cantico dei Cantici, “Mentre il re è nel suo recinto, il mio nardo spande il suo profumo” (Ct. 1,12). Il famoso Rabbi Juda ben Ilai, verso il 150, dava la seguente esegesi del versetto citato: “Mentre il Re dei re, il Santo – benedetto egli sia ! – sedeva alla sua mensa nel firmamento, Israele emise la sua fragranza davanti al monte Sinai e disse : Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo (Es 24,3.7)” (Cantica Rabah 1,12.1). L’amore della sposa che si fa obbedienza, ascolto umile che assorbe il potere della Parola di Gesù, sino a vederla compiersi in lei. E’ il Cielo, è la gioia, è la pasqua. E’ l’amore nel quale e per il quale siamo nati. Altro che spreco, è il guadagno più grande, più bello, che nessuno potrà mai toglierci, l’amore infinito di Dio in Cristo Gesù. Esso riempie la casa del suo profumo, la colma, secondo l’originale greco: solo l’amore dà pieno compimento alla casa, alla nostra vita, alla famiglia, alla Chiesa. “Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi, profumo olezzante è il tuo nome, per questo le giovinette ti amano” (Ct. 1,2).
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Da “Tre donne e il Signore” di Hans Urs Von Balthasar
Maria dà il tutto che possiede,s e stessa, sotto la figura del nardo

Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e la casa si riempì del profumo dell’unguento ». Improvvisamente Maria interrompe questa comune festa tra amici. Essa esce dalla sua contemplazione per porre un’azione che non è comune, di tutti i giorni, ma un’azione del puro servizio, prestato non ad uomini ma a Dio.
Questo servizio non è in linea col servizio di Marta, la quale provvede al corporale. Infatti, Maria provvede ora al compimento di qualcosa che è promesso, Provvede a ciò con la sicurezza dei contemplativi. Essa compie qualcosa che a tutti coloro che non sono contemplativi, appare del tutto sconnesso e discontinuo,; e infatti la connessione del suo gesto risulta unicamente all’interno della contemplazione del Signore. Se prima, quando sedeva ai suoi piedi, si trovava in mezzo alla corrente del suo amore, piangendo dall’amore per l’amore, essa si trova ora nel medesimo amore, ma qui questa corrente, che va dal Padre al Padre, si apre un letto nuovo, attende un impulso nuovo, impulso che il Figlio in quanto uomo deve ricevere dall’uomo-Maria all’interno della vita della contemplazione. La contemplazione della croce deve e sere messa in azione dalla contemplazione di Maria mediante l’atto dell’unzione che nasce da essa.
Qui viene mostrato un nuovo volto dell’amore. Maria aveva scelto la parte migliore, desiderando vivere unicamente dell’amore dei Signore che liberamente dispone. E adesso, dalla sua prima scelta lei sceglie ancora una volta la parte migliore, dirigendo con decisione l’amore del Figlio, amore che lo ha fatto diventare uomo, sulla strada del suo ritorno al Padre.
Ascoltando le parole,di Gesù, essa è stata introdotta a tal punto nei divini misteri trinitari che adesso riceve come direttamente dal Padre la sua direttiva per l’azione, per agire nel nome del Padre nel Figlio, per presentare in modo nuovo al Padre il Figlio nel sua missione, così come il Figlio le aveva già mostrato il Padre e lo Spirito all’interno della sua scelta d’amore. In lei il lasciare-disporre è progredito a tal punto che adesso, superando il Figlio, lascia che avvenga in se stessa la volontà del Padre, per far nuovamente risplendere da qui il centro del Figlio. E’ un modo nuovo della rivelazione della vita consustanziale, trinitaria, nel mondo. Ciò che una divina persona dispone è proprio quello che l’altra si aspetta, anche se non lo esprime direttamente.
Ora Maria porta il nardo e con esso cosparge i piedi di Gesù. Come prima sedeva ai piedi di Gesù, così ora rivolge il suo gesto ai piedi. Ha bisogno per far questo di profumo vero, prezioso, nel quale viene simboleggiato tutto il prezzo che possiede per Dio l’anima donata a Dio. Il Signore conduce una vita di povertà, eppure le sue esigenze non sono quelle della povertà. A meno che povertà non significhi: tutto! subito! Vi è una liberalità che appartiene alla povertà cristiana. Il ricco non viene a capo dei dare – se vuole dare -, egli possiede tanto, una cosa fa vedere l’altra che si potrebbe ancora dare. I suoi giorni non so come non bastano per offrire al Signore tutti i suoi beni… Il povero, che non ha nulla o quasi nulla, è ben presto al termine del suo dare. Se vuole dare, deve dare subito tutto. Possiede così poco che non vale la pena suddividerlo. Il poco però che egli ha e dà, possiede per il Signore il profumo del prezioso nardo. Infatti, esso possiede il profumo del tutto. Una sola cosa è necessaria. Maria dà questa sola cosa, il tutto che possiede, se stessa; sotto la figura del nardo vi è anche tutto quello che lei ha, è qualcosa di prezioso, simboleggia tutto il possesso.
L’insegnamento di Benedetto XVI
Fin dalla prima ora della sua bimillenaria esistenza, la Chiesa ha conosciuto il tradimento al suo interno. Gesù era inviso alla maggioranza della classe dirigente ebraica del suo tempo, ma se essa trova infine il modo di catturarlo e mandarlo a morte è grazie al tradimento di uno della cerchia degli Apostoli. E’ Giuda Iscariota che consegna Cristo ai suoi nemici. E Giuda, scrivono i Vangeli, era “uno dei Dodici”. All’udienza generale del 18 ottobre 2006, concludendo la sua personale galleria di ritratti degli Apostoli, Benedetto XVI affronta la storia dell’uomo il cui nome, osserva all’inizio, “suscita tra i cristiani un’istintiva reazione di riprovazione e di condanna”. In quell’udienza, il Papa si pone le due domande che, quando si parla di Giuda, tutti si pongono: perché Gesù lo chiamò con sé? E perché decise di tradire chi lo aveva scelto? Il “mistero della scelta rimane”, afferma Benedetto XVI. E pur avanzando “ipotesi”, anche le ragioni contingenti del tradimento – delusione verso un leader non politico, pura e semplice avidità di denaro – non sono più chiare:
“In realtà, i testi evangelici insistono su un altro aspetto: Giovanni dice espressamente che ‘il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo’ (…) In questo modo, si va oltre le motivazioni storiche e si spiega la vicenda in base alla responsabilità personale di Giuda, il quale cedette miseramente ad una tentazione del Maligno”.

Ciò non vuol dire che Giuda abbia semplicemente ceduto a una forza soprannaturale che, per quanto malefica, era preponderante rispetto alla sua volontà. Vuol dire esattamente il contrario. Il punto nevralgico il Papa lo tocca sei mesi prima, il 13 aprile, all’omelia della Messa del Giovedì Santo: Giuda, dice, rompe gli indugi mentre si trova nel Cenacolo, poco dopo che Gesù, in un atto di suprema umiltà, gli ha lavato i piedi pur sapendo che, in quell’uomo, la vera sporcizia è annidata altrove:

“È la superbia che non vuole confessare e riconoscere che abbiamo bisogno di purificazione. In Giuda vediamo la natura di questo rifiuto ancora più chiaramente. Egli valuta Gesù secondo le categorie del potere e del successo (…) l’amore non conta. Ed egli è avido: il denaro è più importante della comunione con Gesù, più importante di Dio e del suo amore. E così diventa anche un bugiardo, che fa il doppio gioco e rompe con la verità; uno che vive nella menzogna e perde così il senso per la verità suprema, per Dio”.
Se Pietro, il primo degli Apostoli, che baratta inizialmente la propria incolumità con lo strazio inflitto al suo Maestro, sa trovare lacrime amare di vergogna e di pentimento per la sua debolezza, Giuda – prosegue Benedetto XVI – è l’evidenza di un uomo che “si indurisce”, che pur pentendosi non sa tornare sui suoi passi, e “butta via la vita distrutta”. La sua è la disperazione che degenera in “autodistruzione”:

“E’ per noi un invito a tener sempre presente quanto dice san Benedetto alla fine del fondamentale capitolo V della sua ‘Regola’: ‘Non disperare mai della misericordia divina’. In realtà Dio ‘è più grande del nostro cuore’, come dice san Giovanni. Teniamo quindi presenti due cose. La prima: Gesù rispetta la nostra libertà. La seconda: Gesù aspetta la nostra disponibilità al pentimento ed alla conversione; è ricco di misericordia e di perdono”.
Su un “gesto inescusabile” come quello di Giuda Dio poi costruisce un passaggio-chiave del suo progetto di redenzione del mondo. Nella sua “superiore conduzione degli eventi”, chiarisce il Papa, il tradimento conduce alla morte di Gesù, che “trasforma” un “tremendo supplizio in spazio di amore salvifico e in consegna di sé al Padre”.

I minuti restanti di quell’udienza generale del 2006 Benedetto XVI li dedica a Mattia, l’uomo che “fu associato agli undici Apostoli” al posto di Giuda. Di lui, riferisce il Papa, “non sappiamo altro, se non che anch’egli era stato testimone di tutta la vicenda terrena di Gesù, rimanendo a Lui fedele fino in fondo”. Una fedeltà culminata in una nomina a discepolo, che lo ricompensa per la sua lealtà e compensa il tradimento di Giuda. Conclusione che vale un inequivocabile insegnamento per le vicende della Chiesa di oggi:

“Ricaviamo da qui un’ultima lezione: anche se nella Chiesa non mancano cristiani indegni e traditori, spetta a ciascuno di noi controbilanciare il male da essi compiuto con la nostra limpida testimonianza a Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore”.

Omelia del 29 marzo 2010
Il Vangelo poc’anzi proclamato ci conduce a Betania, dove, come annota l’Evangelista, Lazzaro, Marta e Maria offrirono una cena al Maestro (Gv 12,1). Questo banchetto in casa dei tre amici di Gesù è caratterizzato dai presentimenti della morte imminente: i sei giorni prima di Pasqua, il suggerimento del traditore Giuda, la risposta di Gesù che richiama uno degli atti pietosi della sepoltura anticipato da Maria, l’accenno che non sempre lo avrebbero avuto con loro, il proposito di eliminare Lazzaro in cui si riflette la volontà di uccidere Gesù. In questo racconto evangelico, c’è un gesto sul quale vorrei attirare l’attenzione: Maria di Betania “prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli” (12,3). Il gesto di Maria è l’espressione di fede e di amore grandi verso il Signore: per lei non è sufficiente lavare i piedi del Maestro con l’acqua, ma li cosparge con una grande quantità di profumo prezioso, che – come contesterà Giuda – si sarebbe potuto vendere per trecento denari; non unge, poi, il capo, come era usanza, ma i piedi: Maria offre a Gesù quanto ha di più prezioso e con un gesto di devozione profonda. L’amore non calcola, non misura, non bada a spese, non pone barriere, ma sa donare con gioia, cerca solo il bene dell’altro, vince la meschinità, la grettezza, i risentimenti, le chiusure che l’uomo porta a volte nel suo cuore.
Maria si pone ai piedi di Gesù in umile atteggiamento di servizio, come farà lo stesso Maestro nell’Ultima Cena, quando – ci dice il quarto Vangelo – “si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli” (Gv 13,4-5), perché – disse – “anche voi facciate come io ho fatto a voi” (v. 15): la regola della comunità di Gesù è quella dell’amore che sa servire fino al dono della vita. E il profumo si spande: “tutta la casa – annota l’Evangelista – si riempì dell’aroma di quel profumo” (Gv 12,3). Il significato del gesto di Maria, che è risposta all’Amore infinito di Dio, si diffonde tra tutti i convitati; ogni gesto di carità e di devozione autentica a Cristo non rimane un fatto personale, non riguarda solo il rapporto tra l’individuo e il Signore, ma riguarda l’intero corpo della Chiesa, è contagioso: infonde amore, gioia, luce.
“Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11): all’atto di Maria si contrappongono l’atteggiamento e le parole di Giuda, che, sotto il pretesto dell’aiuto da recare ai poveri, nasconde l’egoismo e la falsità dell’uomo chiuso in se stesso, incatenato dall’avidità del possesso, che non si lascia avvolgere dal buon profumo dell’amore divino. Giuda calcola là dove non si può calcolare, entra con animo meschino dove lo spazio è quello dell’amore, del dono, della dedizione totale. E Gesù, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, interviene a favore del gesto di Maria: “Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura” (Gv12,7). Gesù comprende che Maria ha intuito l’amore di Dio ed indica che ormai la sua “ora” si avvicina, l’”ora” in cui l’Amore troverà la sua espressione suprema sul legno della Croce: il Figlio di Dio dona se stesso perché l’uomo abbia la vita, scende negli abissi della morte per portare l’uomo alle altezze di Dio, non ha paura di umiliarsi “facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,8). Sant’Agostino, nel Sermone in cui commenta tale brano evangelico, rivolge a ciascuno di noi, con parole incalzanti, l’invito ad entrare in questo circuito d’amore, imitando il gesto di Maria e ponendosi concretamente alla sequela di Gesù. Scrive Agostino: “Ogni anima che voglia essere fedele, si unisce a Maria per ungere con prezioso profumo i piedi del Signore… Ungi i piedi di Gesù: segui le orme del Signore conducendo una vita degna. Asciugagli i piedi con i capelli: se hai del superfluo dallo ai poveri, e avrai asciugato i piedi del Signore” (In Ioh. evang., 50, 6).