Dal Vangelo secondo Marco 10,17-27.

Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!». I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: «Figlioli, com’è difficile entrare nel regno di Dio! E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?». Ma Gesù, guardandoli, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio». 

Il commento di don Antonello Iapicca

Gesù “esce per mettersi in viaggio”, perché Lui è sempre in movimento, Lui è il cammino. Passa, chiama, attira, e coinvolge nel movimento che strappa all’installazione, all’imborghesimento, al grigio della vita. Gesù è un vortice che purifica e stana chi vorrebbe nascondersi e fuggire dalla realtà. Il “tale” che appare nel Vangelo di oggi non ha nome perché non ha consistenza. E’ immagine dei tanti che scivolano nella vita aggrappati alle proprie ricchezze, non solo economiche. Apparentemente vuole la vita eterna, come ciascuno di noi, ma è davvero quello che il suo cuore desidera? “Corre incontro a Gesù, e si mette in ginocchio”: quante volte ci inginocchiamo davanti a Gesù! Quante volte ci mettiamo a pregare chiedendo luce su quello che dobbiamo fare, o chiedendo quello che desideriamo E nulla, ce ne “torniamo tristi” alla vita di ogni giorno, magari mormorando per non aver sentito nulla, per non aver capito, per essere rimasti al punto di partenza. La Parola del Vangelo di oggi invece è una luce di libertà, capace di smascherare quello che davvero vi è nel nostro cuore, l’atteggiamento ultimo e decisivo con il quale ci avviciniamo al Signore. Non basta mettersi in ginocchio. Non basta correre in Chiesa. Non bastano neanche le nostre opere di giustizia, perché il cammino di Gesù è qualcosa di diverso. Esso svela l’essenza della Legge, che non è un cumulo di articoli del codice da rispettare. La Legge del Sinai, i Dieci Comandamenti, sono le Parole della Vita, il cammino che Dio ha lasciato all’uomo per ereditare la vita che non muore. Procedere in essi conduce a gustarne un anticipo, perché sgorgano dal cuore stesso di Dio. I comandamenti sono pura Grazia, perché mostrano, nella vita quotidiana, la via alla vita in libertà di chi appartiene totalmente a Dio. Egli infatti “ha scritto sulle Tavole della Legge ciò che gli uomini non riuscivano a leggere nei loro cuori” (S. Agostino, Enarratio en Psalmum 57,1). Per questo Gesù, rivolgendosi al giovane, come per aiutarlo a scoprire la sua conoscenza superficiale della Scrittura, gli dice “Tu conosci i comandamenti”; e gli tende un trabocchetto, elencando i comandamenti ma come nascondendogli la prima parte del Decalogo, quella che fonda e genera ogni comandamento, e che fa riferimento proprio al cammino che Dio ha aperto al suo popolo quando lo ha liberato dall’Egitto: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione servile. Non avere altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna… Non pronunciare invano il nome del Signore tuo Dio… Osserva il giorno di sabato per santificarlo…”. Da quel miracolo d’amore che è stata la liberazione dall’angoscia della schiavitù sorge un amore nuovo, l’amore a Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze. Il “tale” non se ne accorge, e risponde di “aver osservato ogni comandamento sin dalla giovinezza”, quelli elencati da Gesù, rivelando implicitamente l’illusione che covava nel suo cuore: pensare di compiere la Legge senza aver conosciuto l’amore di Dio nella propria vita è pura illusione. Quando Gesù scopre le carte e presenta al ricco la perfezione, che nel linguaggio del Nuovo Testamento indica i cristiani sine-glossa, (i “perfetti” erano i battezzati), quella che sgorga dalla prima parte del Decalogo, il “tale” si spaventa, si rattrista, perché si rende conto che, in realtà, non aveva compiuto nessun comandamento. Aveva rispettato alcuni codici della Legge, ma il suo cuore era lontano, e la sua relazione con Dio era solo un vestito indossato. Solo un cuore liberato diviene la sorgente di una vita santa, separata, consacrata.

Così il Signore, attraverso la tristezza del “tale” del vangelo, ci dice che cosa sia essere cristiani. Non sono parole esclusive per frati o monache, sono per noi, oggi. Gesù non si rivolge a un’elite di super cristiani, quasi che la libertà sia riservata ad un club esclusivo. Il “tale” che desiderava la vita eterna, in fondo desiderava essere cristiano, ma, all’udire l’annuncio di Gesù, torna alla sua vita triste, perché il suo cuore non aveva conosciuto l’amore con il quale il Signore, “fissandolo, lo aveva amato”, annunciandogli la verità. Non aveva compreso che Colui che lo invitava a lasciare tutto e seguirlo, era Dio stesso, l’unico che poteva fissare in quel modo, giungere al cuore, amare senza limiti e, per questo, chiamare con quella autorità unica e illimitata. Quella di Gesù è, infatti, l’autorità piena e illimitata di chi ama pienamente e senza limiti. Così ogni autorità terrena, si fonda e si esercita nello stesso amore; un padre e una madre, un insegnante, un pastore d’anime, un catechista, avrà autorità autentica solo se essa sgorgherà da un amore senza limiti, dal servizio gratuito e disinteressato, l’autorità crocifissa. Il “tale” chiama buono Gesù, ma nel fondo non lo riconosce come Dio, il solo buono, non gli dà credito, non si abbandona al potere della sua parola, non ha conosciuto il suo amore. Le ricchezze, segno del proprio io che la fa da padrone, gli impediscono di ascoltare, credere, e seguire Gesù nel cammino verso la Pasqua, perché esse esigono sempre una legge senza Spirito, quella che delimita, esclude, e alla fine uccide. Il mondo che non conosce Dio si costruisce morali, pronte a cambiare secondo lo spirito dei tempi, le eleva ad assoluto, stritola chi ad esse non si piega e non acconsente, ed è sempre e solo per proteggere i propri beni e difendere il proprio io insaziabile di concupiscenze. E’ il panorama della società attuale, nella quale sorgono sempre più diritti, non importa se nemici dell’uomo e della sua anima, che diventano la cifra e la misura di morali nuove che pretendono autorità assoluta sugli Stati e i popoli. Ma è anche la nostra realtà. Preghiamo, andiamo a messa, facciamo opere di carità, ci sforziamo alla ricerca della felicità, ma siamo tremendamente gelosi di noi stessi, delle nostre ricchezze. Qualcuno ci ha nascosto la verità che sostiene e colma la nostra esistenza: il demonio ci sta ingannando con arte, proprio occultandoci l’incipit del Decalogo, l’amore di Dio nel quale siamo stati creati, l’unica fonte incontaminata della gioia che non perisce! Un cristiano infatti, è immagine della gioia di chi, come gli apostoli, ha incontrato nello sguardo di Cristo l’amore di Dio, e per quell’amore unico, lasciare i propri beni non è una rinuncia ma una liberazione. Quel “tale” invece non ama che se stesso, non è mai uscito dall’Egitto, continua a fare mattoni, opere di buona fattura, ma impiegate per costruire una cattedrale al proprio io. La gioia e la pienezza della vita non derivano dal compiere la Legge, ma dalla rettitudine di intenzione con la quale si opera. C’è chi lavora e studia con grande profitto, ma resta incatenato alla tristezza. C’è chi paga le tasse sino all’ultimo centesimo, ed è pieno di livore e odio per chi evade il fisco. Senza amore, nella vita tutto non è che vanità… Nel “tale” del vangelo infatti, si riflette l’immagine di tutti coloro che credono di poter raggiungere il Cielo con le proprie forze e che la vita eterna sia una questione di meriti da porre dinanzi a Dio; o, più laicamente, un attestato di “civiltà” presso la “società civile”, tanto di moda in questi tempi di moralismi amorali. Da qualunque parte lo si consideri,  il centro della sua vita è lui con il proprio ego. E’ immagine di chi si sforza, di chi si impegna per compiere la legge, di non sgarrare, dell’uomo che vive l’orizzonte della religiosità naturale, dove non c’è posto per la Grazia. San Tommaso d’Aquino, commentando l’affermazione di San Paolo «Certo, noi sappiamo che la legge è buona, se uno ne usa legittimamente» (1 Tim. 1,8): scriveva «L’Apostolo si riferisce qui ai precetti morali perché aggiunge che si tratta di legge posta per i peccati… Il loro uso legittimo [potremmo anche tradurre ragionevole] è che l’uomo non attribuisca a questi precetti più di quanto è in essi contenuto. La legge è data per conoscere il peccato. Non vi è dunque in questi precetti morali la speranza di essere resi giusti, ma solo nella grazia della fede».

Gesù vuole accompagnare il giovane ricco e ciascuno di noi alle fonti e alle radici della nostra storia, laddove si annida l’inganno, per svelarci di nuovo la verità: “Una sola cosa ti manca…”, la sola cosa buona, necessaria, fondamentale che aveva scelto Maria mettendosi ai piedi del Signore in ascolto della sua ParolaAbbiamo tutto e ci manca l’unica cosa davvero importante! E’ uno shock, è lo tsunami che accompagna l’irrompere della verità. Quel giovane, come ciascuno di noi, sbatte violentemente contro se stesso, e si scopre un usurpatore insediatosi nel posto riservato a Dio. E’ figlio di Adamo, la sua vita sgorga dalla menzogna primordiale: si sta corrompendo nel peggiore dei modi, perché irretita nell’illusione di voler compiere la volontà di Dio, mentre il cuore è inceppato sui desideri della propria carne. L’esito non può che essere la tristezza, la stessa che sperimentiamo anche noi quando abbiamo realizzato qualcosa di importante; dopo un breve entusiasmo, al seccarsi delle lacrime commosse, ci resta l’amaro dell’insoddisfazione, ci “manca qualcosa” per essere felici davvero, perché quella gioia si stabilisca nel nostro intimo senza evaporare irrimediabilmente. Ci manca “una sola cosa”….  Ci manca vendere tutti i nostri beni per entrare, già oggi, nel Cielo, e pregustare, in questa terra, le primizie della vita eterna: vendere tutto per avere un tesoro in Cielo; liberi da se stessi perché Cristo sia il centro della nostra vita; lasciare il posto che abbiamo usurpato schiacciando l’esistenza sul triste e infecondo orizzonte terreno, perché vi si insedi Colui che ci ha amati e introdotti nel Cielo, il nostro destino autentico, luce che illumina ogni istante attirandolo nell’orizzonte infinito dell’amore, di una vita donata sino all’ultimo spicciolo, senza risparmiare nulla. Gesù dice “quello che hai”, perché può camminare dietro a Lui solo chi è tutto suo e non si ritaglia spazi di autonomia nelle scelte. Seguire Gesù è lasciarsi liberare sino in fondo dal suo amore che fa possibile l’impossibile, cioè far nascere la vita divina in una carne corruttibile. Per questo il Vangelo di oggi è una Buona Notizia: ci denuncia schiavi ma ci annuncia la liberazione: “Se vuoi essere perfetto…Traduci in opere queste parole e seguendo nudo la nuda Croce salirai con più prontezza la scala di Giacobbe” (S. Girolamo, Lettera a Paolina). Non possiamo, è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che oggi, così come siamo, decidiamo di lasciare tutto e abbandonarci al suo amore per seguirlo. Ma scoprire oggi la tristezza dell’impossibilità, la frustrazione dei nostri limiti disegnati dall’egoismo, è il principio di una vita nuova, la porta stretta che conduce alla libertà. Non possiamo, forse neanche lo desideriamo davvero, ma non importa! Lui è oggi davanti a noi, e ci guarda fissandoci con amore infinito! Lui vuole compiere in noi quanto ci annuncia: ci ha detto la verità, non abbiamo scampo, ma proprio per questo possiamo abbandonarci a Lui. Gesù non cerca i sani, i perfetti, gli illusi; Lui è venuto per te e per me esattamente come siamo oggi, tristi perché avvinti alle nostre ricchezze che ci si corrompono tra le mani, incapaci di liberarci dal nostro io, dai nostri progetti; Lui ci ama così, ora! Lui freme di compassione, ci fissa sino al fondo del nostro cuore malato e paralizzato per entrarvi e compiere l’impossibile. La Buona Notizia di oggi è che proprio la nostra totale debolezza è il nostro autentico trofeo, la porta dischiusa sulla Vita che non muore, la pienezza cui aneliamo. Lui è il cammino al Padre e al Cielo, Lui oggi può strapparci all’Egitto e condurci, sulle sue spalle, al riposo del suo amore, compiendo in noi e con noi, sino al più piccolo iota della Legge, liberandoci da ogni ricchezza avvelenata. Guardiamolo, fissiamolo e lasciamoci rapire dal suo amore, è questa l’unica cosa che ci manca, per sperimentare la gioia della fede invece della tristezza dell’idolatria: “La forza con cui la verità si fa strada deve essere la gioia in cui essa si manifesta. Essa – la gioia della fede – porta direttamente al centro della natura umana, che attende questa gioia con tutte le fibre dell’anima” (J. Ratzinger, La festa della fede).

APPROFONDIMENTI

Benedetto XVI. Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?

San Giovanni Crisostomo. Chi mai si può salvare?