dal vangelo secondo Lc 21,1-4
In quel tempo, mentre era nel tempio, Gesù, alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro. Vide anche una povera vedova che vi gettava due spiccioli e disse: “In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti. Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere”.
IL COMMENTO di don Antonello Iapicca
Il superfluo è esattamente la zona della vita dove passiamo la maggior parte del nostro tempo e per la quale occupiamo le nostre migliore energie e risorse. Francamente, il superfluo, tutto ciò che è periferico a quel che davvero conta, tutto quello che è laterale alla tremenda serietà della vita, questo davvero ci appassiona e ci trascina. Facciamo surf sulle onde della vita,  fluiamo sopra gli eventi e le relazioni, non vi entriamo mai realmente, secondo l’etimologia latina del termine superfluus composto di super – “sopra” – e fluus da fluere – “scorrere”-. L’illusione di essere vivi e di vivere fino in fondo le cose, ha quasi sempre il sopravvento su ogni timido tentativo di prendere seriamente la vita tra le mani e chiedersi per quale motivo ci vien data e per che cosa valga la pena viverla. I cosiddetti amori travolgenti, passionali, dove il cuore in gola acceso da uno sconvolgimento ormonale cattura tutta la scena e diventa l’assoluto protagonista dell’esistenza; o qualunque altra “passione”, civile, sportiva, culturale, religiosa, perchè no?, al diventare “assolute” stringono mortalmente le anime, le menti e i cuori in un cappio mortale. La menzogna del superfluo, del marginale che assurge ad assoluto. Il superfluo che diventa il motore dell’esistenza.
Attenzione, il superfluo non è un male, anzi, fa parte della vita, ma è come la terra che gira intorno il sole, non è il centro e il fondamento dell’esistenza. E’ “super“, è lo stesso “di più” che il Signore ha miracolosamente moltiplicato. E’ l’abbondanza che Dio non disdegna, anzi, al punto che in tutta la letteratura profetica e sapienzale il “superfluo – cheetimologicamente, si può anche leggere traboccante, che scorre sopra il livello –  l’abbondanza, sono segni dell’ormai avvenuta era messianica. Ma porrre il superfluo come centro della vita è rovesciare la verità delle cose in menzogna, scambiare il frutto con l’albero, il Creatore con la creatura. “Voi mi cercate non perchè avete visto dei segni – i pani moltiplicati e avanzati, al punto di divenire “superflui” – ma perchè avete mangiato e vi siete saziati” diceva il Signore a Cafarnao dopo la moltiplicazione dei pani. E’ idolatria. E’ la fonte della più grande sofferenza. E’ la porta della solitudine.
Al Tempio, i ricchi, i tronfi che credono di possedere e invece sono così stolti da aver perso la bussola e smarrito il centro e il senso dell’esistenza, gettano del loro superfluo. Come Caino, riconoscono al Signore una parte minima della loro esistenza, e neanche la migliore. E superfluo può voler dire anche inutile, che non serve, come il grasso superfluo, le parole superflue… Essi sono immagini di tutti noi che viviamo una vita in superficie e in superficie viviamo il rapporto con il Signore. La vedova invece, è ormai priva di tutto, ha terminato il suo cammino di fede attraverso la spogliazione d’ogni superfluo, non le rimane che l'”essenziale” per vivere. La vedova non ha nulla sulla terra. Anche i beni messianici, anche l’abbondanza delle benedizioni celesti sembrano essere scomparse: il marito, i figli, nessuno più. Nuda con due centesimi. Tutta la sua vita. Ha gettato tutta la sua vita nel tesoro del Tempio, nel cuore di Cristo. Non consegna al Signore il superfluo, i pani avanzati, il segno del suo amore in lei; ella consegna la sua vita colmata, risanata. Ella consegna i talenti moltiplicati, la sua vita e l’opera di Dio; non conserva nulla, non difende, perchè ormai in lei è tutto rigenerato, ordinato, pacificato. In questa vedova si compie lo Shemà, ella ama con tutta la sua mente, con tutto il suo cuore, con tutte le sue forze.
Gesù registra un dato, non loda l’aspetto morale della vicenda, la generosità della vedova: solo chi ha camminato nella fede sino a non avere più nessuna sicurezza su questa terra, solo la vedova, l'”ultima” nella società (secondo la traduzione della parola greca “sua povertà” che appare nel Vangelo), solo chi dalla periferia della vita è stato condotto al centro dove si gioca il destino dell’esistenza, solo chi ha percorso il cammino in discesa che conduce alle acque battesimali, può “gettare”, consegnare, perdere la sua vita. Tutta. Perderla non in un senso moralista e volontarista. Perderla perchè è già del Signore, perdere e gettare via l’appropriazione di quel che non è nostro e che ci è stato affidato. Gettare i due spiccioli nel tesoro del Tempio significa riconsegnare a Dio ciò che è suo da sempre. Significa accogliere la verità sulla nostra povertà, sul nostro non poter fare nulla senza di Lui. Significa gettarsi tra le sue braccia, consegnargli la totale precarietà che costituisce la nostra vita.
Perdere la nostra vita nel Signore è riaverla moltiplicata eternamente. Come Cristo ha gettato e consegnato per noi la Sua vita, tutta, nel tesoro del suo tempio che siamo noi. La Sua vita in noi, completamente, perchè la nostra vita sia in Lui, altrettanto completamente. Questo è vivere la vita sino in fondo, al suo centro e autenticamente. Una vita d’amore.
La vedova offre lontana dagli sguardi umani, dalla gloria vana di questo mondo. Ella vive per Dio! Il suo rapporto con Lui è un segreto nessuno poteva sapere, non ha apparente significato, non ha valore umano. E’ come il piccolo seme gettato in terra, che rimane celato agli occhi umani. Così è il dono di tutta la vita, l’offerta delle piccole cose che la costituiscono; non sono i grandi gesti, fatti magari suonando la tromba o facendo sentire l’eco delle monete che scendono… è la fedeltà nel poco, che non significa quantità, ma il poco che siamo, il piccolo spicciolo che costituisce oggi la nostra vita: il lavoro e la sua routine che non ci piace, la stanchezza del marito, il nervosismo della moglie, il carattere del figlio, il mal di denti, il traffico, il non potersi comprare qualcosa o non poter dare ai figli quello che desiderano… Offrire tutto se stessi, giorno dopo giorno, nel tesoro del Tempio è farsi un tesoro nel Cielo di cui il Tempio terreno è immagine. Ma il nuovo Tempio è Cristo. Quindi dare offerte al Tempio è vivere già nel Cielo. Proprio all’ultimo posto, sconosciuti, come in un convento di clausura; eppure quelle due monete “restituite a Dio” come i Talenti, producono un frutto impressionante, proprio alle persone vicine e anche lontane. I missionari si muovono grazie alle preghiere dei conventi, l’offerta silenziosa delle sofferenze dei malati. Le nostre offerte. E allora, nel segreto dell’apparente insignificnza, possiamo prendere il mappapondo, girarlo e andare in un istante in qualunque parte del mondo, perchè è come mettere la nostra vita in un satellite che rimanda l’immagine presa in diretta nel nostro posto di ora, nella sofferenza, e poi “vista” all’altra parte del mondo, fa frutto dall’altra parte del mondo, come al nostro fianco. Il satellite è il corpo glorioso di Cristo a cui associamo e offriamo la vita perchè la presenti al Padre e faccia piovere la Grazia. Siamo ogni istante “in diretta”, come un Reality segreto, dove tutta la nostra vita diviene immagine di Dio, salvezza per ogni uomo.

Beato Charles de Foucauld (1858-1916), eremita e missionario nel Sahara
Meditazioni sui Santi Vangeli

« Ha dato tutto quanto aveva »

« Padre mio, nelle tue mani consegno il mio spirito » (Lc 23,46). Questa è l’ultima preghiera del nostro Maestro, del nostro prediletto. Possa essa essere nostra, e essere non soltanto la preghiera dei nostri ultimi istanti, ma pure quella di ogni nostro istante : « Padre mio, io mi consegno nelle tue mani ; Padre mio io mi affido a te ; Padre mio, io mi abbandono a te ; Padre mio, fa’ di me ciò che ti piace ; qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio ; grazie di tutto. Sono pronto a tutto, accetto tutto, ti ringrazio di tutto, purché la tua volontà si compia in me, mio Dio, purché la tua volontà si compia in tutte le tue creature, in tutti i tuoi figli, in tutti coloro che il tuo cuore ama ; non desidero niente altro, mio Dio. Rimetto la mia anima nelle tue mani, te la dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore, perché ti amo, ed è per me una esigenza d’amore il donarmi, il rimettermi nelle tue mani senza misura. Mi rimetto nelle tue mani con una confidenza infinita, poiché tu sei il Padre mio ».