Dal Vangelo secondo Luca 18,35-43.

Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada.
Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse.
Gli risposero: «Passa Gesù il Nazareno!».
Allora incominciò a gridare: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò:
«Che vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io riabbia la vista».
E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato».
Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

“Gerico era saldamente sbarrata dinanzi agli Israeliti; nessuno usciva e nessuno entrava” (Gs. 5,13). Gerico, “città della luna”, è la porta di accesso alla Terra Promessa. La sua conquista, narrata nel capitolo 6 del libro di Giosuè, appare come una liturgia con suoni di tromba e il grido assordante del popolo. Per comprendere il segno di Gesù descritto nel Vangelo, occorre rileggere l’episodio della conquista di Gerico: “Disse il Signore a Giosuè: «Vedi, io ti metto in mano Gerico e il suo re. Voi tutti prodi guerrieri, tutti atti alla guerra, girerete intorno alla città, facendo il circuito della città una volta. Così farete per sei giorni. Sette sacerdoti porteranno sette trombe di corno d’ariete davanti all’arca; il settimo giorno poi girerete intorno alla città per sette volte e i sacerdoti suoneranno le trombe. Quando  si suonerà il corno dell’ariete, appena voi sentirete il suono della tromba, tutto il popolo proromperà in un grande grido di guerra, allora le mura della città crolleranno e il popolo entrerà, ciascuno diritto davanti a sé»… Al popolo Giosuè aveva ordinato: « Non urlate, non fate neppur sentire la voce e non una parola esca dalla vostra bocca finché vi dirò: Lanciate il grido di guerra, allora griderete ». L’arca del Signore girò intorno alla città facendo il circuito una volta… Così fecero per sei giorni. Al settimo giorno si alzarono al sorgere dell’aurora e girarono intorno alla città in questo modo per sette volte; soltanto in quel giorno fecero sette volte il giro intorno alla città. Alla settima volta i sacerdoti diedero fiato  alle trombe e Giosuè disse al popolo:  «Lanciate il grido di guerra perché il Signore vi dà in potere la città…». Allora il popolo lanciò il grido di guerra e si suonarono le trombe. Come  il popolo udì il suono della tromba ed ebbe lanciato un grande grido di guerra, le mura della città crollarono; il popolo allora salì verso la città, ciascuno diritto davanti a sé, e occuparono la città“.

Sino al momento in cui passa Gesù, il cieco era rimasto a mendicare. Silenzioso, come intimato da Giosuè al Popolo. Come ciascuno di noi, forse inconsapevolmente, si trova a mendicare silenzioso, senza sussulti o grida, sulla strada dei giorni, dove scorrono le relazioni, le cose da fare, e i pensieri e le decisioni. Chiediamo, semplicemente, vita, felicità, affetto, dignità. Mendichiamo l’essere, chiediamo di entrare a prendere possesso della Terra che ci è stata promessa; tutti abbiamo dentro un desiderio inappagato che ci muove a mendicare: “L’uomo aspira ad una gioia senza fine, vuole godere oltre ogni limite, anela all’infinito” (J. Ratzinger, Luce del mondo, p. 95). Il Catechismo rintraccia il fondamento del desiderio: “Mediante la creazione Dio chiama ogni essere dal nulla all’esistenza… Anche dopo aver perduto la somiglianza con Dio a causa del peccato, l’uomo rimane ad immagine del suo Creatore. Egli conserva il desiderio di colui che lo chiama all’esistenza.” (n. 2566). Si tratta del desiderio che muove il cieco, immagine dell’uomo ferito dal peccato, incapace di tutto eppure spinto a superare la sua situazione, il limite imposto da quegli occhi chiusi sul mondo. Il suo mendicare ogni giorno lungo la strada definisce il suo desiderio. Malamente, accontentandosi forse, cedendo a compromessi grossolani, eppure, in quella mano tesa, si fa presente il gemito di un cuore che, custode del seme divino deposto dal Creatore, conserva il desiderio, balbetta la nostalgia della perfezione e pienezza di Colui che lo ha chiamato all’esistenza dal nulla.

Il nostro mendicare di ogni giorno è la traccia di questa nostalgia fatta desiderio. Per questo i sacerdoti con il popolo girano per sei giorni intorno a Gerico: è l’immagine della nostra vita alle porte della Terra Promessa, della pienezza della vita, della corrispondenza unica e autentica al nostro desiderio. Sei giorni, la ferialità della vita trascorsa mendicando. Ma, conservata e custodita, al centro dei giorni, del lavoro, della famiglia, delle amicizie che sembrano tirate via elemosinando lo straccio di un senso, vi è l’Arca, la presenza di Dio. La mendicanza è positiva, è già una liturgia! E’ attesa, inconsapevole eppure struggente, di Lui, del suo passaggio risanatore. Ogni nostro giorno, anche se mendicante, è creativo, perchè Dio, con amore, continua a creare dal nulla la nostra storia per farci felici. Dio crea durante i primi sei giorni “cose buone”, in attesa della “cosa molto buona”, dell’uomo a sua immagine. Così noi mendichiamo nell’attesa dello Shabbat, del giorno del Messia, di Cristo e della sua risurrezione, del riposo di chi, affaticato e oppresso, può trovare solo nella sua umiltà e mitezza. Mendichiamo, e in questo, Dio alimenta e sostiene il nostro desiderio, accompagnandoci, perdonandoci e tirandoci su quando, deboli e feriti, ci volgiamo a idoli e menzogne. Ogni nostro giorno è già lanciato alla presa di Gerico! Anche se ce ne stiamo seduti a mendicare, Dio sta preparando lo scrigno dove depositare la fede. Per questo anche quanto, nella nostra vita, ci sembra fallimentare, meschino e abietto ha un valore immenso. La stessa Grazia donata al  cieco: trovarsi in quel luogo, su quella strada alle porte di Gerico, in quel momento, a quell’ora. Quel suo mendicare protrattosi da non si sa quanto tempo, lo aveva condotto, misteriosamente, ad esser lì, dentro a quell’appuntamento che, di certo, non aveva fissato lui. Così è per ciascuno di noi. Desideriamo e mendichiamo, e non ci rendiamo conto che tutta la storia spesa a stendere la mano, ci ha preparato e condotto ad essere puntuali ad un appuntamento che Lui ha preso, da sempre, con noi.

Il Vangelo di oggi ci annuncia dunque una buona e inaspettata notizia: ogni giornata della nostra storia, ogni evento, ogni persona, ci accompagnano ad entrare in possesso dell’oggetto autentico del nostro desiderio. Anche attraverso la debolezza e le cadute intrecciate al nostro povero mendicare. Anzi, proprio attraverso l’esperienza dell’estrema indigenza, Dio scrive, lettera dopo lettera, la sua dichiarazione d’amore, il suo invito all’appuntamento nel quale donarsi totalmente. Possiamo guardare con fiducia a questa nostra vita mendicante. Il Signore è in cammino, è vicino a noi, passa proprio accanto a quel metro quadro di strada che definisce la nostra vita di oggi. Esattamente in questo momento. Giunge il settimo giorno, la Pasqua della Vita e del perdono, nel quale prorompere in grida altissime. L’Arca è, da sempre, con noi. Le trombe dei sacerdoti, la preghiera incessante della Chiesa, lo zelo di chi ha a cuore la nostra sorte, hanno custodito la presenza di Dio in noi. Passa Gesù, è arrivato il Messia. Ce lo annunciano quelli che “camminano avanti”, il Popolo in procinto di entrare in Gerico, coloro che vanno “ciascuno diritto davanti a sé”. 

Certo, lo stupore è grande, come la tentazione di star zitto e non disturbare. Dentro e fuori di noi i pensieri, i consigli, il buon senso, il “religiosamente corretto”, ci vogliono indurre a tacere. Un mendicante cieco è sempre, agli occhi legalistici e moralistici, un indegno: reca impresso nella sua cecità il segno del disordine del peccato; è un fallito, un pigro, preferisce starsene seduto aspettando da fuori l’aiuto che dovrebbe procurarsi da sé. Non si impegna, non si sforza, mendica…. E invece il cieco continua, “ancora più forte” del moralismo, dei sensi di colpa, dei rimorsi. Prende forza dalla sua debolezza e dalla fede seminata all’ascolto della predicazione – “Passa Gesù Nazareno!” – innescando la scintilla capace di schiudergli la salvezza. Tutto è Grazia! Perfino quel suo stare là… La fede era dentro di Lui, è bastato il passaggio di Gesù ad accenderla, a decodificarla in un grido, a professarla con semplici parole, umili perchè vere: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Abbi pietà tu di me: la mano tesa del mendicante, la nostra mano, ha trovato la pietà vera, cercata come la può cercare un cieco, nel matrimonio, nei figli, nel prestigio, nell’amicizia, nel lavoro; spesso nei peccati…

E quel grido ferma il passaggio di Gesù. E’ il potere della fede fatta preghiera. Attraverso di essa, cifra della libertà orientata alla Verità, l’appuntamento diviene realtà. La preghiera ha il potere di far compiere la volontà di Dio: il suo pensiero di bene circa quel cieco si realizza grazie a quel grido. Occorre che Gesù si accorga di lui e si fermi. Occorre che la scintilla della fede raggiunga Cristo, lo tocchi, scenda al suo cuore e “liberi”la sua commozione, la sua pietà. Come hanno fatto l’emoroissa, il centurione, il buon ladrone sulla croce. Perchè l’appuntamento cui siamo destinati si traduca in un avvenimento reale, è necessario dare del “tu” a Gesù: la mia preghiera mendicante lo rende un “tu” per me, Qualcuno che ha relazione con me, con la mia vita. La preghiera gli consegna l’autorità per fare quello che ha pensato, per compiere la volontà del Padre in noi. “Si trovano l’uno di fronte all’altro: Dio con la sua volontà di guarire e l’uomo con il suo desiderio di essere guarito. Due libertà, due volontà convergenti: “Che vuoi che io ti faccia?”, gli chiede il Signore. “Che io riabbia la vista!”, risponde il cieco. “Va’, la tua fede ti ha salvato”. Con queste parole si compie il miracolo. Gioia di Dio, gioia dell’uomo” (Benedetto XVI).

Così la preghiera, a partire dall’umile riconoscimento della propria realtà di mendicante, divine la professione di fede più genuina: Sì, il cieco, in una frase condensa la fede della Chiesa. Il tu e l’io descritti nel suo grido, dicono tutto, professano la fede e attirano la salvezza. Io, mendicante bisognoso, Tu, Figlio di Davide, il Messia, l’unico Salvatore. E la pietà, la misericordia, la salvezza, Gerico, la Terra Promessa, il riposo, la vita piena ed eterna. Si comprende allora perchè tutta la tradizione orientale abbia come fondamento la preghiera di questo cieco, la “preghiera di Gesù”. Benedetto XVI sintetizza magistralmente tutto questo: “Nell’esperienza della preghiera la creatura umana esprime tutta la consapevolezza di sé, tutto ciò che riesce a cogliere della propria esistenza e, contemporaneamente, rivolge tutta se stessa verso l’Essere di fronte al quale sta, orienta la propria anima a quel Mistero da cui si attende il compimento dei desideri più profondi e l’aiuto per superare l’indigenza della propria vita. In questo guardare ad un Altro, in questo dirigersi “oltre” sta l’essenza della preghiera, come esperienza di una realtà che supera il sensibile e il contingente” (Benedetto XVI, Catechesi nell’Udienza Generale dell’ 11 maggio 2011).

Il grido del cieco lo orienta verso quell’oltre al quale è chiamato da Gesù e condotto dai discepoli. Ora è “vicino” a Lui e si accorge che, come nella bellissima scena del film “Marcellino pane e vino”, pur senza vederlo ancora, quell’Uomo era un mendicante come lui. Marcellino vede Cristo nudo, e pensa che abbia fame. Nella sua innocenza gli porta del pane. E quel pane gli aprirà il cuore di Cristo, che lo accoglierà nella sua intimità. E’ Cristo che mendica la fede del cieco, il suo bisogno, come il nostro; come sulla Croce, ha sete del nostro abbandono, ha sete di donarci l’acqua viva; mendica il poter offrire la pietà mendicata. Diceva Mons. Giussani che “L’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo”. “Che vuoi che io faccia per te?”. Questa domanda è oggi rivolta a ciascuno di noi. Possiamo riacquistare la vista per vedere Lui, il “tu” che dà compimento ad ogni nostro desiderio. Crollano le mura di Gerico che impediscono l’ingresso alla Terra, si aprono gli occhi e si può, finalmente contemplare il volto di Cristo, e scoprire che, da sempre, era impresso in noi e nella nostra storia. E da questo incontro nasce un discepolo ebbro di gioia e di lode. Il cieco lascia quel lembo di terra sul quale ha passato la vita mendicando. Ma non smette di mendicare. E’ afferrato in una relazione nuova e sorprendente, che lo attrae e lo seduce. Ora il cieco segue Cristo, con il cuore rivolto a Lui, origine e compimento di tutto: famiglia, lavoro, amicizie. Ora egli sa a Chi mendicare; lo seguirà in un cammino di fede e di illuminazione che durerà per tutta la vita, per imparare ad andare “diritto davanti a sè”.

APPROFONDIMENTI

Benedetto XVI. Un frammento sulla preghiera.

“Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio (CCC. n. 27). L’uomo porta in sé una sete di infinito, una nostalgia di eternità, una ricerca di bellezza, un desiderio di amore, un bisogno di luce e di verità, che lo spingono verso l’Assoluto; l’uomo porta in sé il desiderio di Dio. E l’uomo sa, in qualche modo, di potersi rivolgere a Dio, sa di poterlo pregare. San Tommaso d’Aquino, uno dei più grandi teologi della storia, definisce la preghiera “espressione del desiderio che l’uomo ha di Dio”. Questa attrazione verso Dio, che Dio stesso ha posto nell’uomo, è l’anima della preghiera, che si riveste poi di tante forme e modalità secondo la storia, il tempo, il momento, la grazia e persino il peccato di ciascun orante.


La preghiera è un gesto che porta in sé una radicale ambivalenza: infatti, posso essere costretto a mettermi in ginocchio – condizione di indigenza e di schiavitù -, ma posso anche inginocchiarmi spontaneamente, dichiarando il mio limite e, dunque, il mio avere bisogno di un Altro. A lui dichiaro di essere debole, bisognoso, “peccatore”. Nell’esperienza della preghiera la creatura umana esprime tutta la consapevolezza di sé, tutto ciò che riesce a cogliere della propria esistenza e, contemporaneamente, rivolge tutta se stessa verso l’Essere di fronte al quale sta, orienta la propria anima a quel Mistero da cui si attende il compimento dei desideri più profondi e l’aiuto per superare l’indigenza della propria vita. In questo guardare ad un Altro, in questo dirigersi “oltre” sta l’essenza della preghiera, come esperienza di una realtà che supera il sensibile e il contingente” (Benedetto XVI, Catechesi nell’Udienza Generale dell’ 11 maggio 2011).   

Dalle « Omelie sul libro di Giosuè » di Origène
(Om. 6, 4; PG 12, 855-856)

  La presa di Gerico

Gerico viene circondata, è necessario che sia espugnata. Come dunque viene espugnata Gerico? Non si usa la spada contro di essa, non viene spinto l’ariete, né vengono lanciati i giavellotti, si usano soltanto le trombe sacerdotali e da queste sono atterrate le mura di Gerico.
Nelle Scritture troviamo frequentemente che Gerico viene portata come immagine del mondo del male e dell’errore. Infatti anche nel vangelo, dove si dice che un uomo era disceso da Gerusalemme a Gerico ed era incappato nei ladri, senza dubbio vi era contenuta l’immagine di quell’Adamo che dal paradiso era stato cacciato nell’esilio di questo mondo. E anche i ciechi che si trovavano a Gerico, ai quali si accostò Gesù per dar loro la vista, rappresentavano l’immagine di coloro che in questo mondo erano colpiti dalla cecità dell’ignoranza e ai quali venne incontro il Figlio di Dio. Perciò questa Gerico, cioè questo mondo, dovrà finire. E difatti la consumazione del mondo è già stata da tempo rivelata nei libri santi.
In che modo sarà distrutto? Con quali strumenti? « Con le voci delle trombe », dice. Di quali trombe? Paolo ti svela il segreto di questo mistero. Ascolta quello che egli dice: Suonerà, esclama, la tromba, e coloro che sono morti in Cristo, risorgeranno intatti, e il Signore stesso al comando, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba discenderà dal cielo (cfr. 1 Cor 15, 52; 1 Ts 4, 16). Gesù nostro Signore vincerà quindi Gerico con il suono delle trombe e la annienterà a tal punto che di essa si salverà soltanto la donna peccatrice e tutta la sua casa. « Verrà », dice, « il Signore nostro Gesù e verrà al suono della tromba ».

Benedetto XVI: La fede è un cammino di illuminazione

Cari fratelli e sorelle,

nel Vangelo di questa Domenica (Mc 10,46-52) leggiamo che, mentre il Signore passa per le vie di Gerico, un cieco di nome Bartimeo si rivolge verso di Lui gridando forte: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Questa preghiera tocca il cuore di Cristo, che si ferma, lo fa chiamare e lo guarisce. Il momento decisivo è stato l’incontro personale, diretto, tra il Signore e quell’uomo sofferente. Si trovano l’uno di fronte all’altro: Dio con la sua volontà di guarire e l’uomo con il suo desiderio di essere guarito. Due libertà, due volontà convergenti: “Che vuoi che io ti faccia?”, gli chiede il Signore. “Che io riabbia la vista!”, risponde il cieco. “Va’, la tua fede ti ha salvato”. Con queste parole si compie il miracolo. Gioia di Dio, gioia dell’uomo. E Bartimeo, venuto alla luce – narra il Vangelo – “prese a seguirlo per la strada”: diventa cioè un suo discepolo e sale col Maestro a Gerusalemme, per partecipare con Lui al grande mistero della salvezza. Questo racconto, nell’essenzialità dei suoi passaggi, evoca l’itinerario del catecumeno verso il sacramento del Battesimo, che nella Chiesa antica era chiamato anche “Illuminazione”.

La fede è un cammino di illuminazione: parte dall’umiltà di riconoscersi bisognosi di salvezza e giunge all’incontro personale con Cristo, che chiama a seguirlo sulla via dell’amore. Su questo modello sono impostati nella Chiesa gli itinerari di iniziazione cristiana, che preparano ai sacramenti del Battesimo, della Confermazione (o Cresima) e dell’Eucaristia. Nei luoghi di antica evangelizzazione, dove è diffuso il Battesimo dei bambini, vengono proposte ai giovani e agli adulti esperienze di catechesi e di spiritualità che permettono di percorrere un cammino di riscoperta della fede in modo maturo e consapevole, per assumere poi un coerente impegno di testimonianza. Quanto è importante il lavoro che i Pastori e i catechisti compiono in questo campo! La riscoperta del valore del proprio Battesimo è alla base dell’impegno missionario di ogni cristiano, perchè vediamo nel Vangelo che chi si lascia affascinare da Cristo non può fare a meno di testimoniare la gioia di seguire le sue orme. In questo mese di ottobre, particolarmente dedicato alla missione, comprendiamo ancor più che, proprio in forza del Battesimo, possediamo una connaturale vocazione missionaria.

Invochiamo l’intercessione della Vergine Maria, affinchè si moltiplichino i missionari del Vangelo. Intimamente unito al Signore, possa ogni battezzato sentire di essere chiamato ad annunciare a tutti l’amore di Dio, con la testimonianza della propria vita.

Angelus 26 novembre 2006

San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelia 2 sul Vangelo : PL 76, 1081.

«Apri i tuoi occhi! La tua fede ti ha salvato»

Guarda cosa dice il Signore al cieco che si avvicina: «Che vuoi che io faccia per te?» Colui che aveva il potere di ridare la vista non sapeva dunque cosa voleva il cieco? Certo che lo sapeva! Ma egli vuole che noi gli chiediamo le cose, anche se sa già che le chiederemo e che ci Lui ce le accorderà. Ci invita a pregare fino ad essere importuni, lui che afferma anche «Il vostro Padre celeste sa di cosa avete bisogno prima che glielo domandiate» (Mt 6,8). Se chiede, è perché gli si domandi; se chiede, è per esortare il nostro cuore a pregare…

Ciò che il cieco chiede al Signore, non è l’oro, ma la luce. Non si preoccupa di chiedere altro che la luce… Imitiamo questo uomo, fratelli carissimi! Non chiediamo al Signore ricchezze fasulle o doni terrestri, né onori momentanei, ma la luce: non quella circoscritta dallo spazio, limitata dal tempo, interrotta dalla notte, che condividiamo con gli animali, ma chiediamo quella luce che solo gli angeli vedono con noi, che non si sa da dove inizi né conosce alcun termine. La via per arrivarci è la fede. Ecco perché il Signore risponde al cieco a cui sta per ridare la vista: « Apri i tuoi occhi! La tua fede ti ha salvato».