Dal Vangelo secondo Luca 11,29-32
 
In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».
Il commento di don Antonello Iapicca
 
Come le folle anche noi ci “accalchiamo” per carpire da Gesù un «segno» che ci dia “il successo personale e un aiuto per affermare l’assoluto dell’io” (J. Ratzinger). Ci illudiamo di chiedere a Dio un “segno” per orientare verso di Lui le scelte ma, quando non sono soddisfatte le nostre passioni, si svela la “malvagità” che coviamo nel cuore. Il volto scuro come Caino, e gelosie, invidie, ira e rancori capaci di uccidere il fratello per vendicarsi di Dio. Stentiamo a convertirci, nonostante nella Chiesa «Uno più grande di Giona» bussi ogni giorno alla nostra vita; è Cristo vivo nel suo Corpo che, con pazienza e misericordia, ci ammaestra con la predicazione e ci nutre con i sacramenti. Grazie al “segno di Giona”, all’annuncio del Vangelo in quel momento difficile della nostra vita, siamo stati salvati, e siamo salvi ora: il matrimonio è rinato, ed è nato il piccolo che neanche un pazzo avrebbe potuto immaginare. «Meritevoli d’ira» come questa «generazione malvagia», per Grazia siamo stati raggiunti dal suo amore e scelti come una primizia per divenire il «segno del Figlio dell’uomo» per ogni uomo. Ma che ne abbiamo fatto della nostra primogenitura? Forse l’abbiamo truccata per adattarla ai nostri desideri, e siamo scivolati in un’ipocrisia insopportabile. Per questo i pagani ci giudicheranno, come tutti coloro che hanno disprezzato le grazie ricevute per accogliere il Messia e convertirsi. I pagani subentreranno ai primogeniti che hanno rigettato la primogenitura per un piatto di lenticchie, duemila anni fa come oggi. Attenzione quindi, perché esiste il «giorno del giudizio», la vita non è un gioco e poi “tana libera tutti”…. Ci sarà un giorno nel quale gli uomini saranno giudicati, e i cristiani ancor più approfonditamente… Il giorno in cui i pagani si «alzeranno» e ci «giudicheranno» per non esserci convertiti; a loro sarebbero bastate le «briciole cadute dalla nostra tavola»… Ma il «giorno del giudizio» è anticipato nella storia, è anche «oggi»: al lavoro, a scuola, al bar, tra i parenti, la sofferenza di chi non ha conosciuto Cristo ci «giudica» in attesa del segno della nostra conversione, la fede adulta che si fa amore. Il collega di ufficio, lontano dalla Chiesa e nemico dei preti, con una situazione familiare fallimentare eppure incapace di accettarlo, che a sentirlo sembra vivere la migliore delle vite possibili; ebbene, proprio lui “si alzerà” dal suo tavolo di lavoro e ti chiederà aiuto. A te, che ha sempre disprezzato, insultato ed emarginato, a te chiederà luce e consolazione per non impazzire di fronte all’incidente che si è portato via il figlio sedicenne. Se non ti sarai convertito oggi non potrai dargli nulla, e dovrai rimandarlo a mani vuote; e la tua vita, alla quale Dio ha voluto legare la sua, precipiterà all’inferno, nella solitudine dove sono condannati a vivere quanti non hanno accolto l’amore e non hanno potuto diffonderlo. Proprio tu, Che ai suoi occhi appari come un cristiano… E così con tua moglie, i tuoi figli, che ti giudicheranno vuoto come una zucca…

Ma c’è speranza, proprio oggi: basta non difenderci, lasciarci giudicare e convertirci, ascoltare e accogliere la predicazione. Questo significa smetterla di crederci a posto, o almeno non poi così male, e ricordare la “cenere” dalla quale siamo stati tratti. Accettare di essere andati per la vita come i niniviti, senza distinguere la destra dalla sinistra, sbattendo sui muri della discomunione mentre credevamo di aver imboccato la strada giusta dell’amore. Purtroppo dietro a quella scelta non vi era lo Spirito Santo ma l’inganno del demonio: accettiamolo, convertiamoci una volta per tutte, riconosciamo che quella presa di posizione ha ucciso nostra moglie; che quel criterio ha ferito e umiliato nostro figlio; che quel progetto che abbiamo idolatrato ha escluso e allontanato il fratello. Umiliamoci allora, e “vestiamoci di sacco” anche noi come gli abitanti di Ninive; digiuniamo di parole e cibi, umiliamo il corpo con il quale abbiamo ucciso e scandalizzato. E, con il cuore contrito come quello di Davide, riconosciamo di aver peccato e accettiamo le conseguenze, come uomini adulti, finalmente. Solo così potremo, come la Regina di Saba, muoverci dagli “estremi confini della terra” dove siamo scappati ingannati dal demonio, e tornare a Cristo, alla Sapienza fatta carne. E da Lui implorare con sincerità il discernimento che plasma in noi occhi nuovi per guardare gli eventi con fede adulta, che sa identificare nella storia i segni di Cristo. Convertirsi oggi è smettere di chiedere capricciosamente e infantilmente che persone e fatti siano piegati ai rantoli della nostra concupiscenza; e chiedere la Sapienza della Croce, l’unica capace di svelare i segreti della storia e delle vicende della nostra vita, di quella dei figli e di ogni uomo. Per ottenerla occorre però accettare la nostra debolezza, anche la nostra carne capricciosa, e consegnarla alla misericordia di Cristo, insieme con tutto noi stessi, così come siamo. Gettiamoci tra le sue braccia, lasciamoci crocifiggere e nascondere nelle sue piaghe: le sue carni ferite, i “segni” dei chiodi sono le “uscite di sicurezza” che possiamo attraversare senza paura, per passare dalla carne allo Spirito, e “convertire” i peccati in Grazia. Lasciamoci immergere nella fonte della sua misericordia dove cresceremo sino alla fede adulta capace di discernere. Attingiamo ai sacramenti, ascoltiamo, scrutiamo e meditiamo la Parola, mettiamoci all’ultimo posto. Lasciamo che Gesù, in ogni istante, ci faccia una sola cosa con Lui, perché nell’ultimo giorno, il dolore di chi ha atteso di vedere in noi un segno di speranza, possa giungere in Cielo dicendo a tutti di averlo visto Cristo, di averlo incontrato nella nostra predicazione e testimonianza. E così potremo entrare insieme e con loro, e con loro godere eternamente delle delizie del nostro Sposo.


Come le folle anche noi ci “accalchiamo” per carpire da Gesù un «segno» che ci dia “il successo personale e un aiuto per affermare l’assoluto dell’io” (J. Ratzinger). Quante volte chiediamo un segno per orientare le nostre vite e restiamo delusi, interdetti dinanzi al silenzio di Dio. “Chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni. Gente infedele! Non sapete che l’amore per il mondo è nemico di Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio. O forse pensate che invano la Scrittura dichiari: «Fino alla gelosia ci ama lo Spirito, che egli ha fatto abitare in noi»?” (Giac. 4,3-5). Infedeli, adulteri e con il cuore perverso chiediamo male, anche quando ci inginocchiamo per chiedere luce sul nostro cammino: il nostro cuore è amico del mondo e cerca di pervertire la voce di Dio. Chiediamo per soddisfare le nostre passioni, fossero anche rivestite di religiosità. Il nostro cuore è così spesso impuro perché è schiavo! “Alla radice di tale richiesta sviata di un segno, c’è l’egoismo, la mancanza di purezza di un cuore che non aspetta nulla di Dio se non il successo personale e un aiuto per affermare l’assoluto dell’io. Tale forma di religiosità è rifiuto fondamentale di conversione. Eppure, quante volte anche noi dipendiamo dal segno del successo! Quante volte chiediamo il segno e rifiutiamo la conversione!” (J. Ratzinger, Ritiro predicato in Vaticano, 1983). Il volto scuro come Caino, e gelosie, invidie, ira e rancori capaci di uccidere il fratello per vendicarsi di Dio. Stentiamo a convertirci, nonostante nella Chiesa «Uno più grande di Giona» bussi ogni giorno alla nostra vita; è Cristo vivo nel suo Corpo che, con pazienza e misericordia ,ci ammaestra con la predicazione e ci nutre con i sacramenti; che ci chiama a conversione facendosi carne nei fratelli, nell’annuncio del Vangelo, negli eventi della storia. La Chiesa ci ha annunciato e testimoniato vero e credibile il “segno di Giona”: per noi è morto Cristo, per noi è risorto ascendendo vivo dalle fauci della morte, segno del perdono definitivo di ogni nostro peccato. Per questo segno siamo stati salvati, siamo salvi ora, e il matrimonio è rinato, ed è nato il piccolo che neanche un pazzo avrebbe potuto immaginare. «Meritevoli d’ira» come questa «generazione malvagia», per Grazia siamo stati raggiunti dal suo amore e scelti come una primizia per divenire il «segno del Figlio dell’uomo» per ogni uomo.

Ma che ne abbiamo fatto della nostra primogenitura? Forse l’abbiamo truccata per adattarla ai nostri desideri. L’abbiamo “pervertita”, come Gesù definisce questa generazione nel parallelo al brano odierno del Vangelo di Matteo. “Pervertire” significa, secondo l’etimologia latina, volgere il bene in maleChiedere un segno è volgere il bene della storia che Dio prepara in un male che Egli ci provoca. E’ l’inganno satanico che ha ferito l’anima dei progenitori. E’ la fonte del peccato che chiude la strada all’opera di Dio. Nonostante i segni compiuti nella storia di Israele, la generazione che si accalcava attorno a Gesù, cercava in Lui lo strumento per piegare gli eventi al proprio favore carnale. Una generazione perversa diviene sempre, di conseguenza, adultera: chi cambia il bene in male tradirà l’Autore del bene per “giacere” con l’autore del male. Ogni giorno ne facciamo esperienza, in famiglia, la lavoro, ovunque. Non ci convertiamo, essendo schiavi dei nostri ideali, progetti, criteri. E chiediamo segni che ci diano ragione e certezze, e scivoliamo in un’ipocrisia insopportabile. Per questo i pagani giudicheranno coloro che hanno disprezzato le grazie ricevute per accogliere il Messia e convertirsi. I pagani, subentreranno ai primogeniti che hanno rigettato la primogenitura per un piatto di lenticchie, duemila anni fa come oggi.

Attenzione però, perché esiste il «giorno del giudizio», quando i pagani si «alzeranno» e ci «giudicheranno» per non esserci convertiti; a loro sarebbero bastate le «briciole cadute dalla nostra tavola»… Il collega di ufficio, lontano dalla Chiesa e nemico dei preti, con una situazione familiare fallimentare eppure incapace di accettarlo, che a sentirlo sembra vivere la migliore delle vite possibili; ebbene, proprio lui “si alzerà” dal suo tavolo di lavoro e ti chiederà aiuto. A te, che ha sempre disprezzato, insultato ed emarginato, a te chiederà luce e consolazione per non impazzire di fronte all’incidente che si è portato via il figlio sedicenne. Se non ti sarai convertito oggi non potrai dargli nulla, e dovrai rimandarlo a mani vuote; e la tua vita, alla quale Dio ha voluto legare la sua, precipiterà all’inferno, nella solitudine dove sono condannati a vivere quanti non hanno accolto l’amore e non hanno potuto diffonderlo. Proprio tu, Che ai suoi occhi appari come un cristiano… E così con tua moglie, i tuoi figli, che ti giudicheranno vuoto come una zucca… Quel «giorno» è anche «oggi»: al lavoro, a scuola, al bar, tra i parenti, la sofferenza di chi non ha conosciuto Cristo ci «giudica» in attesa delle «briciole», il segno della nostra conversione, la fede adulta che si fa amore. Ma c’è speranza, proprio oggi: basta non difenderci, lasciarci giudicare e convertirci. Questo significa smetterla di crederci a posto, o almeno non poi così male, e ricordare la “cenere” dalla quale siamo stati tratti. Accettare di essere andati per la vita come i niniviti, senza distinguere la destra dalla sinistra, sbattendo sui muri della discomunione mentre credevamo di aver imboccato la strada giusta dell’amore. Purtroppo dietro a quella scelta non vi era lo Spirito Santo ma l’inganno del demonio: accettiamolo, convertiamoci una volta per tutte, riconosciamo che quella presa di posizione ha ucciso nostra moglie; che quel criterio ha ferito e umiliato nostro figlio; che quel progetto che abbiamo idolatrato ha escluso e allontanato il fratello.

Per guarire il cuore “malvagio” di noi ancora figli di questa generazione, vi è un solo segno: quello di Giona. In Cristo, infatti, possiamo essere strappati a questa generazione per divenire figli di Dio, con un cuore libero e abbandonato alla volontà di Dio. Un figlio non chiede un segno, non ne ha bisogno; chiede quanto suggerito dal Figlio nella preghiera che ci ha insegnato: chiamando Dio Papà – Abbà, un figlio chiede, come Salomone, la Sapienza per discernere i segni che già sono dati nel tessuto della storia. E discernere presuppone un cuore aperto alla conversione, a lasciare i propri schemi, a cambiare opinione, a far posto al pensiero di Dio. Umiliamoci allora, e “vestiamoci di sacco” anche noi; digiuniamo di parole e cibi, umiliamo il corpo con il quale abbiamo ucciso e scandalizzato. E, con il cuore contrito come quello di Davide, riconosciamo di aver peccato e accettiamo le conseguenze, come uomini adulti, finalmente. Solo così potremo implorare con sincerità il discernimento che plasma in noi occhi nuovi per guardare gli eventi con fede adulta, che sa identificare nella storia i segni di Cristo. E’ Lui il segno, qui, nella nostra vita concreta, come lo fu Giona per i niniviti, come quel giorno dinanzi alla folla che si accalcava, vi è Gesù Cristo. La sua vita, la Parola di Dio sulle sue labbra, e la chiamata a conversioneIn quell’Uomo vivo di fronte a loro vi era il segno capace di guarire e ridonare fedeltà e rettitudine di intenzione. Il segno capace di destare il desiderio di convertirci, di accogliere la sapienza che dia il discernimento. Per questo Lui ci attira ogni giorno nel deserto della nostra storia, ad “impattare” con la sua persona; nell’incontro con Lui affiorano i dubbi, i timori, le debolezze e i limiti della nostra carne. La sua presenza che si fa prossima smaschera l’adulterio e la perversione che si fa mormorazione ed esigenza. Gesù è oggi il segno, la misericordia che guarisce e ci ricrea vergini e casti per sposarci con Lui nella fedeltà e nell’amore; è Gesù il segno che ci dischiude gli occhi perché possiamo discernere in Lui il Messia che attendiamo. Lui, il segno incarnato nella nostra vita che ci svela ogni istante come una meraviglia del suo amore, dove trovare la vera pace.

Convertirsi oggi è smettere di chiedere capricciosamente e infantilmente che persone e fatti siano piegati ai rantoli della nostra concupiscenza; e abbandonare la nostra debolezza, anche la nostra carne capricciosa, consegnandola alla misericordia di Cristo. Gettiamoci tra le sue braccia, lasciamoci crocifiggere e nascondere nelle sue piaghe: le sue carni ferite, i “segni” dei chiodi sono le “uscite di sicurezza” che possiamo attraversare senza paura, per passare dalla carne allo Spirito, e “convertire” i peccati in Grazia. Lasciamoci immergere nella fonte della sua misericordia dove cresceremo sino alla fede adulta capace di discernere. Attingiamo ai sacramenti, ascoltiamo, scrutiamo e meditiamo la Parola, mettiamoci all’ultimo posto. Lasciamo che Gesù, in ogni istante, ci faccia una sola cosa con Lui, perché nell’ultimo giorno, il dolore di chi ha atteso di vedere in noi un segno di speranza, possa incontrare Lui, speranza delle genti, e non ci chiuda le porte del Paradiso.