dal  Vangelo secondo Mt 9,18-26

In quel tempo, mentre Gesù parlava, giunse uno dei capi che gli si prostrò innanzi e gli disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà». Alzatosi, Gesù lo seguiva con i suoi discepoli. 
Ed ecco una donna, che soffriva d’emorragia da dodici anni, gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Pensava infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». Gesù, voltatosi, la vide e disse: «Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita». E in quell’istante la donna guarì. 
Arrivato poi Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse: «Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme». Quelli si misero a deriderlo. Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. 
E se ne sparse la fama in tutta quella regione.

Il commento di don Antonello Iapicca


Ci sono momenti in cui è meglio per noi ritirarci. Lasciare che Dio agisca. Lasciare il Signore solo con la nostra soffrerenza. Lasciarlo entrare. Alberga in noi tanta sfiducia, ammettiamolo. A volte anche la derisione di fronte all’impossibile che Dio solo è capace di fare. Lasciare in disparte quella parte di noi che dubita, mormora, sogghigna di Dio. Lasciare che Lui tocchi la nostra carne morta. Che perdoni, con le sue ferite, i nostri peccati, gravidi di morte e tristezza.
Il Signore è buono, Lui si ferma alla nostra piccolissima fede, basta un gesto, un grido. Quante volte ci gettiamo disperati ai Suoi piedi implorando la salvezza! Spesso ci ricordiamo di Lui solo quando lo necessitiamo per qualche sofferenza insopportabile. Ci avviciniamo, qualcosa dentro di noi ci dice che basta solo toccare il Suo mantello, come quello di Elia, segno – sacramento – del potere della Sua parola profetica che compie ciò che annuncia. Toccarlo è ascoltarlo. Poi, succede che dimentichiamo, ripiombiamo nell’incredulità, nella paura. Eppure a Lui basta una parola. La Sua, la nostra. Un briciolo di fede, un moto del cuore. Il nostro cuore più profondo. Le agitazioni esterne, le nevrosi e i nervosismi Lui li caccia fuori. Il suo amore si appoggia anche su una sola nostra parola. 
Non importa se lo cerchiamo solo quando siamo giunti all’ultima spiaggia, è Lui che ci lascia scendere, in quella relazione, in quel lavoro, nello studio, l’ultimo gradino della nostra forza presunta. E lì, di fronte al mare e con dietro l’esercito del Faraone, imparare ad attendere il suo intervento miracoloso che sgorga dall’umile confidenza di chi non ha più nulla da sperare che un miracolo. Perchè appaia il Cielo nella nostra vita, l’impossibile fatto possibile, un segno credibile della presenza di Dio nella storia: ogni nostra debolezza, ogni situazione limite, ogni muro invalicabile è per noi e per il mondo il luogo dell’annuncio più autentico. Per questo importa solo il desiderio profondo di toccarlo, di sfiorare il lembo del suo mantello, laddove ogni pio israelita portava lo “tzitzit” (“frangia” in ebraico). “C’è un obbligo nella Bibbia (Numeri 15, dal verso 38) che noi ripetiamo ogni giorno nella preghiera – fa parte dei tre brani dello shemà –, che afferma che sui quattro angoli della veste occorre portare delle frange, di cui un filo sia di colore celeste, colorato con un pigmento speciale derivato da un mollusco…  Il segno esisteva per dire a ogni ebreo: «Ricorda, anche nell’abito che indossi, che esiste Dio ai quattro angoli». Sono frange sulle quali si fanno dei nodi, che seguono una tradizione numerica particolare e simbolicamente rappresentano il nome di Dio. Come tali quindi queste frange rappresentano la parte sacra dell’abito. Ciascun ebreo osservante indossava questo abito e continua a farlo oggi. Non era una veste solo sacerdotale. L’emorroissa toccava perciò la parte sacra dell’abito, toccava quei nodi che rappresentavano il nome di Dio…  L’emorroissa toccava perciò la parte sacra dell’abito, toccava quei nodi che rappresentavano il nome di Dio… potremmo dire che l’emorroissa chiedeva una grazia, come atto di bontà nei suoi confronti, hesed”. (Riccardo Di Segni, Il Vangelo spiegato dal Rabbino, 30 Giorni n. 10/11 2009).
Basta sfiorare la sua hesed, il suo amore misericordioso. “Nel termine hesed è insito anche lo slancio entusiastico, come un ardore, la passione nell’atto di amore o di benevolenza” (R. Di Segni, cit.). Toccare con la nostra debolezza il suo ardore d’amore; accendere il fuoco della sua passione con il solo tendere mendicante della nostra mano. Toccarlo, in un istante di fiducia. La fede. Lì, nella parte più vera di noi. Un grido. Un abbandono. La certezza profonda d’essere ascoltati. Lo sguardo di Gesù nel nostro sguardo. “La fanciulla non è morta. Dorme”. La fede è avere questi occhi su ogni evento, su ogni sofferenza. E implorare, semplicemente, che Lui venga a destare quanto di noi s’è assopito. Il Mistero Pasquale che si compie ogni giorno. Anche oggi. “La domanda della presenza di Cristo in ogni situazione e occasione della vita – è una frase del Papa –, questo è l’ascesi. Che diventi familiare in noi la domanda della presenza di Cristo in ogni situazione e occasione della vita, questo è l’ascesi. (Mons. Luigi Giussani, L’opera del movimento. La fraternità di Comunione e liberazione).

Mt 9,18-26

In quel tempo, mentre Gesù parlava, giunse uno dei capi che gli si prostrò innanzi e gli disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà». Alzatosi, Gesù lo seguiva con i suoi discepoli.
Ed ecco una donna, che soffriva d’emorragia da dodici anni, gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Pensava infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». Gesù, voltatosi, la vide e disse: «Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita». E in quell’istante la donna guarì.
Arrivato poi Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse: «Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme». Quelli si misero a deriderlo. Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò.
E se ne sparse la fama in tutta quella regione.

Il commento

Ci sono momenti in cui è meglio per noi ritirarci. Lasciare che Dio agisca. Lasciare il Signore solo con la nostra soffrerenza. Lasciarlo entrare. Alberga in noi tanta sfiducia, ammettiamolo. A volte anche la derisione di fronte all’impossibile che Dio solo è capace di fare. Lasciare in disparte quella parte di noi che dubita, mormora, sogghigna di Dio. Lasciare che Lui tocchi la nostra carne morta. Che perdoni, con le sue ferite, i nostri peccati, gravidi di morte e tristezza.
Il Signore è buono, Lui si ferma alla nostra piccolissima fede, basta un gesto, un grido. Quante volte ci gettiamo disperati ai Suoi piedi implorando la salvezza! Spesso ci ricordiamo di Lui solo quando lo necessitiamo per qualche sofferenza insopportabile. Ci avviciniamo, qualcosa dentro di noi ci dice che basta solo toccare il Suo mantello, come quello di Elia, segno – sacramento – del potere della Sua parola profetica che compie ciò che annuncia. Toccarlo è ascoltarlo. Poi, succede che dimentichiamo, ripiombiamo nell’incredulità, nella paura. Eppure a Lui basta una parola. La Sua, la nostra. Un briciolo di fede, un moto del cuore. Il nostro cuore più profondo. Le agitazioni esterne, le nevrosi e i nervosismi Lui li caccia fuori. Il suo amore si appoggia anche su una sola nostra parola. 
Non importa se lo cerchiamo solo quando siamo giunti all’ultima spiaggia, è Lui che ci lascia scendere, in quella relazione, in quel lavoro, nello studio, l’ultimo gradino della nostra forza presunta. E lì, di fronte al mare e con dietro l’esercito del Faraone, imparare ad attendere il suo intervento miracoloso che sgorga dall’umile confidenza di chi non ha più nulla da sperare che un miracolo. Perchè appaia il Cielo nella nostra vita, l’impossibile fatto possibile, un segno credibile della presenza di Dio nella storia: ogni nostra debolezza, ogni situazione limite, ogni muro invalicabile è per noi e per il mondo il luogo dell’annuncio più autentico. Per questo importa solo il desiderio profondo di toccarlo, di sfiorare il lembo del suo mantello, laddove ogni pio israelita portava lo “tzitzit” (“frangia” in ebraico). “C’è un obbligo nella Bibbia (Numeri 15, dal verso 38) che noi ripetiamo ogni giorno nella preghiera – fa parte dei tre brani dello shemà –, che afferma che sui quattro angoli della veste occorre portare delle frange, di cui un filo sia di colore celeste, colorato con un pigmento speciale derivato da un mollusco…  Il segno esisteva per dire a ogni ebreo: «Ricorda, anche nell’abito che indossi, che esiste Dio ai quattro angoli». Sono frange sulle quali si fanno dei nodi, che seguono una tradizione numerica particolare e simbolicamente rappresentano il nome di Dio. Come tali quindi queste frange rappresentano la parte sacra dell’abito. Ciascun ebreo osservante indossava questo abito e continua a farlo oggi. Non era una veste solo sacerdotale. L’emorroissa toccava perciò la parte sacra dell’abito, toccava quei nodi che rappresentavano il nome di Dio…  L’emorroissa toccava perciò la parte sacra dell’abito, toccava quei nodi che rappresentavano il nome di Dio… potremmo dire che l’emorroissa chiedeva una grazia, come atto di bontà nei suoi confronti, hesed”. (Riccardo Di Segni, Il Vangelo spiegato dal Rabbino, 30 Giorni n. 10/11 2009).
Basta sfiorare la sua hesed, il suo amore misericordioso. “Nel termine hesed è insito anche lo slancio entusiastico, come un ardore, la passione nell’atto di amore o di benevolenza” (R. Di Segni, cit.). Toccare con la nostra debolezza il suo ardore d’amore; accendere il fuoco della sua passione con il solo tendere mendicante della nostra mano. Toccarlo, in un istante di fiducia. La fede. Lì, nella parte più vera di noi. Un grido. Un abbandono. La certezza profonda d’essere ascoltati. Lo sguardo di Gesù nel nostro sguardo. “La fanciulla non è morta. Dorme”. La fede è avere questi occhi su ogni evento, su ogni sofferenza. E implorare, semplicemente, che Lui venga a destare quanto di noi s’è assopito. Il Mistero Pasquale che si compie ogni giorno. Anche oggi. “La domanda della presenza di Cristo in ogni situazione e occasione della vita – è una frase del Papa –, questo è l’ascesi. Che diventi familiare in noi la domanda della presenza di Cristo in ogni situazione e occasione della vita, questo è l’ascesi. (Mons. Luigi Giussani, L’opera del movimento. La fraternità di Comunione e liberazione).