dal Vangelo secondo Mt 8,18-22

In quel tempo, Gesù, vedendo una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all’altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: “Maestro, io ti seguirò dovunque andrai”. Gli rispose Gesù: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”.
E un altro dei discepoli gli disse: “Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre”. Ma Gesù gli rispose: “Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti”.

Il commento di don Antonello Iapicca

Quando la mattina apriamo gli occhi, si dipana dinanzi ai nostri occhi un futuro incerto di impegni, lavoro, rapporti, soldi, famiglia, studio. Passarvi dentro senza lasciarci la vita e giungere indenni alla fine della giornata, è il desiderio che, prepotente, ci brucia dentro. Non restare invischiati tra le maglie dei problemi, delle preoccupazioni, delle angosce. Ma sappiamo che scappare è solo una pura illusione. Abbiamo provato tante droghe nella nostra vita, ci hanno reso più fragili e meno felici. Il Vangelo di oggi risponde al desiderio insaziabile di libertà e di felicità che ci accompagna ogni giorno. Gesù ordina perentoriamente di passare all’altra riva, di entrare nella Pasqua, il seno da cui è stato tratto Israele. Gesù ci spinge a lasciarci attirare nel suo passaggio dalla schiavitù alla libertà.

Quello che abbiamo dentro, dunque, è molto più che un desiderio, è un ordine del Signore, la chiamata che ci ha tratto all’esistenza, e nella quale viviamo, esistiamo, siamo. Il “senso” profondo della nostra vita ovvero la “direzione” che dà consistenza e pienezza ad ogni istante, è quella che ci fa “passare all’altra riva”, ogni giorno. Una vita incastrata nella concupiscenza e incapace di “passare” attraverso il fuoco delle passioni, un’esistenza atrofizzata e installata nelle sicurezze schierate come reggimenti a difesa di una pace che neanche possediamo, una vita seduta con le noccioline in mano e il telecomando puntato sullo schermo sperando di poter cambiare insieme ai canali anche i programmi “in diretta” dalle nostre giornate, una vita che non segue il cammino pasquale del Signore è già preda dei vermi: la corruzione delle menzogne, invidie, gelosie, rancori, egoismi, ha preso il sopravvento, tutto marcisce tra le mani e ormai nulla soddisfa e nulla rallegra.

Passare all’altra riva è l’unico modo di seguire il Signore. Lui “non ha dove reclinare il capo”, lo farà sulla Croce, offrendo gratuitamente la propria vita. Su di essa ha disteso le braccia per accogliere ogni uomo, rivelandoci che ogni istante della vita è operoso e fecondo, e sulla terra non troveremo mai il riposo autentico, quello carnale e mondano che scorre negli spot pubblicitari: le Maldive e nessuna spiaggia ci daranno mai il riposo che desideriamo, perché il cuore non smette mai di battere e l’amore non va mai in vacanza. Come per Gesù, la Croce non è il riposo ma la via, non è la meta ma il passaggio ad essa. Il riposo di chi “segue” il Signore è l’amore che dimentica se stesso, prendendo la Croce d’ogni giorno che introduce nel Cielo del suo compimento, per gustare su questa terra il perdono e la presenza di Gesù, anticipi e caparre della Vita eterna che ci attende.

Quando Gesù passa e chiama il tempo si ferma, ed è impossibile cercare di comprendere quello che accade se non ci lascia raggiungere e avvolgere dal suo amore; chi non ha l’esperienza del suo perdono, della Pasqua che fa risorgere dalla morte ogni relazione, ogni situazione che sembrava spacciata, non potrà “seguire il Maestro ovunque andrà”. Nei suoi ovunque vi saranno luoghi e persone che la carne rifiuterà, e le buone intenzioni di fedeltà e amore si scioglieranno come neve al sole. Può “seguire” Gesù solo chi ha fatto l’esperienza cruda e autentica di Pietro, chi, come i catecumeni della chiesa primitiva, è disceso nelle acque del battesimo attraverso un serio catecumenato di verità sulla propria vita, chi ha camminato nel deserto e ha conosciuto il proprio cuore. Solo dopo aver toccato con mano la propria debolezza e la friabilità delle proprie promesse e lì ha incontrato lo sguardo misericordioso del Signore e l’abbraccio liberante della sua Croce, può “seguire” Colui che lo ha amato senza condizioni. Solo chi è libero e può “tendere le mani” negli eventi più incomprensibili per “andare dove non vuole”, può “seguire” Gesù “ovunque”, “lasciando che i morti seppelliscano i propri morti”, consegnando fiducioso a Lui le situazioni irrisolte della propria storia.

Come Giacobbe, siamo chiamati a “posare il capo” su di una pietra, nel luogo di Dio: istante dopo istante,  famiglia, lavoro, scuola, i luoghi che ci attendono seguendo il Signore divengono le “porte del Cielo”: “Rabbì Berekhiah dice in nome di Rabbì Levi: Le pietre che Giacobbe nostro padre aveva messo sotto il capo furono trasformate in un letto e un cuscino. Lì, con quella freschezza e quella asprezza, Egli benedisse” (GenR 68,43). Così il Midrash. Così per la nostra vita, freschezza e asprezza caratterizzano le pietre del carattere del coniuge, le difficoltà con i figli e i genitori, i sacrifici per non restare invischiati nell’egoismo; ma, proprio per quello che sono, i volti e i luoghi che ci attendono ci parlano del Cielo, ci annunciano il riposo per il quale siamo nati. Pietre come la pietra del sepolcro del Signore, aspra nella morte, fresca nella risurrezione. Non è stato possibile che la morte tenesse in potere il Signore, per questo non è possibile riposare nella morte, nei fallimenti, nei dolori. Non è quello il nostro luogo. E’ un momento. Un passo nel passaggio. Colui che è di Cristo non è un rassegnato, un cultore macabro della sofferenza e della morte. Chi è di Cristo lo segue, ovunque.

Era il desiderio dello scriba, come è il nostro desiderio, il frutto dell’esser passati all’altra riva. L’esperienza della Pasqua, le viscere battesimali della nostra nuova vita sempre protesa verso un’altra riva, sino a che non giunga l’ultima, la sponda del Cielo. Seguire il Signore ci rende come il vento, che non sai di dove venga o dove vada, solo se ne apprezza la presenza. Nessuna sicurezza se non Lui. La precarietà che denuda e svuota d’ogni appoggio e schiavitù. Sul mare passa il cammino del Signore e le orme ne restano invisibili. Lui. E in Lui tutto. Lo sguardo nel suo sguardo, senza fughe all’indietro a cercare di seppellire il passato, le cose lasciate in sospeso, che sembra sempre di non aver risolto, sistemato, spiegato, compreso. Seguirlo è lasciare che il passato seppellisca il passato, per non diventare come la moglie di Lot, una statua di sale fissata in uno sguardo di rimpianto. La nostra vita è chiamata a superare anche gli obblighi religiosi, la Legge di Mosè che prescriveva giusta attenzione per i defunti: seguire Gesù è molto più che un andare al cimitero per seppellire i morti, è invece un camminare nella morte per giungere alla vita e tirar fuori i morti dal sepolcro e accompagnagli in Cielo. Seguendo Gesù siamo chiamati a spargere il suo profumo di vita e misericordia, dando compimento ad ogni relazione, non limitandosi alle dovute attenzioni, andando ben oltre il “minimo sindacale” che, oggi, nessuno è più disposto a fare. La vita cristiana è “seguire” l’Amato nelle ore infinite di “straordinario” spese per ascoltare e correggere un figlio, prendere silenziosamente il lavoro che il collega non vuol fare, amare la suocera o la nuora così com’è; gli straordinari di un amore straordinario, che non ha nessuno stipendio in terra se non la gioia del Cielo che esplode quando un peccatore, il nostro fratello, si converte e crede all’amore di Dio.