Dal Vangelo secondo Matteo 7,1-5.

Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Giudicare “krinein”, in greco  significa separare setacciando o vagliando. Molto del nostro tempo è passato a vagliare. Pesare con il bilancino ogni parola, ogni atto, ogni sguardo degli altri e di noi stessi, sempre senza misericordia. La parola chiave del Vangelo di oggi è “misura”, ovvero il criterio di Dio nel giudizio: l’unica unità consentita è la misericordia, le viscere materne capaci di rigenerare nell’amore. Essa ha sempre la meglio sul giudizio. Gli occhi di Dio che riflettono un cuore ricolmo d’amore, che dimentica il male, che cerca testardamente il bene.

Lo sguardo di Dio, le sue viscere di misericordia. E le sue parole, di verità, di amorevole correzione, quella d’un Padre che ama davvero suo figlio. Lui ha guardato la trave dinanzi ai suoi occhi, la Croce del Figlio, il peso d’ogni peccato rovesciato sulle sue membra. Il prezzo del nostro riscatto, il suo Figlio fatto peccato per ciascuno di noi. Smettiamola dunque di giudicare una pagliuzza, di setacciare nel prossimo – marito, moglie, figli, genitori, colleghi – ogni sospiro e ogni presunto pensiero. Cercando chissà quale movente, quale ingiustizia, quale disprezzo. Smettiamola di appiccicare i nostri occhi su chi ci sta intorno, e fissiamoli sulla trave che pesa sulle spalle di Cristo. Pesante. Assassina. Il legno sul quale sono incisi i nostri peccati. Fissiamola allora, fissiamola bene, arrossata dal sangue del Signore, fissiamola ancora, vi leggeremo il perdono.

Perchè vi è una risposta, ad ogni peccato: la misericordia. Non accorgersi della trave che abbiamo negli occhi significa non aver conosciuto l’amore di Dio, non aver sperimentato la sua misericordia. Cercare la pagliuzza negli occhi altrui, significa essere stanchi di noi stessi, dei tanti difetti, peccati, stranezze che vorremmo dimenticare. Quelle che non abbiamo saputo accettare, le cadute dove non abbiamo sperimentato il perdono, la pazienza e l’amore di Dio. Giudicare il prossimo senza misericordia è frutto d’un giudizio senza misericordia nei confronti di noi stessi.

Una trave ci salva. La misericordia crocifissa, il documento del nostro debito appeso e annullato. Non sbattiamoci contro la trave, guardiamola senza timore, e lasciamoci amare. Basta ipocrise, vite mascherate che ci trasformano in aguzzin, con noi stessi e con gli altri. Vi è una trave, il peso dei nostri peccati e una misericordia infinita: La misura con la quale siamo stati giudicati, la misura con cui giudicare. La misura dell’ultimo giorno.

La misericordia, il criterio d’ogni discernimento, di ogni legittima, auspicata correzione. In latino cum-regere significa sorreggersi insieme, sostenersi nel cammino. Non si tratta infatti di non giudicare, vivendo come impauriti d’ogni pensiero, incapaci d’ogni valutazione. Attenzione, è facile cadere in un moralismo schiacciante. “Mantenete l’amore e state tranquilli. Perché temi di far male a qualcuno? Chi fa del male a colui che ama? Ama: non può capitare se non che tu faccia del bene. Forse tu riprendi qualcuno? Questo è opera di amore, non di cattiveria” (S. Agostino, Trattato sul Vangelo di Giovanni). La misericordia genera la libertà, ed in essa si possono dire anche le cose più dure, la verità più cruda, rischiando un’amicizia, una relazione, pur di non perdere l’anima del fratello. La misericordia brucia il compromesso affettivo che impedisce di dire la verità, camuffando la paura di perdere la stima dell’altro con una carità che è pura ipocrisia. Quando la misura delle parole, degli sguardi, degli atteggiamenti è la misericordia, le nostre parole, i nostri sguardi, i nostri atti, divengono come un utero nel quale accogliere ogni uomo, un porto sicuro dove chi è debole, chi ha peccato, può trovare riparo dai marosi dell’inganno che ghermiscono la sua vita. “Avrò la certezza che veramente ami il Signore e me, suo servo e tuo, se farai in modo che non ci sia un frate in tutto il mondo che, per quanto abbia peccato, incontrando il tuo sguardo non senta di avere ottenuto il perdono, se lo avrà chiesto. E se non fosse lui a chiedere perdono, tu incoraggialo a chiederlo. E se mille volte si presentasse a te in simile situazione, dimostra per lui più affetto di quanto ne nutri per me stesso. In questo modo ti sarà possibile riportarlo al Signore.” (S. Francesco d’Assisi, Lettera ad un ministro).

Condurre a Cristo ogni uomo, marito, figlio, amico che sia; condurlo attraverso la trave che ci ha salvato, la Croce ci unisce a Lui. Non vi è da togliere nessuna pagluizza, non è affar nostro. Vi è solo da amare, sapendoci, istante dopo istante, amati. Infinitamente.

EMILIANO JIMENEZ. NON GIUDICATE (Mt 7,1-12)



LA SANTITA’

Orando un dì S. Antonio, intese questa voce: Antonio tu non sei ancora giunto alla perfezione di un tal Coriario, ch’è in Alessandria. Andò subito il Santo a trovar colui; e richiestolo dalla sua vita, quegli rispose: Io non so d’aver mai fatto bene alcuno; onde alzato che sono la mattina, dico tra me, che tutta la gente di questa Città si salverà per le sue buone opere, ed io solo mi perderò per li miei peccati; e l’istesso dico pure la sera con tutta sincerità prima d’andare a letto. No, no, ripigliò S. Antonio, tu coll’arte tua t’ha assicurato il Cielo; ed io, come senza discrezione, non sono arrivato alla tua misura.
Nelle vite dei Santi Padri. si narra di un certo Monaco, il quale dando conto del suo interno all’Abate Sisois, disse, che portava quasi di continuo dentro di se la memoria di Dio. L’Abate gli rispose. Questa non è gran cosa: la gran cosa sarebbe se tu vedessi sempre te stesso sotto ogni creatura. Essendo stato ricevuto in un Monastero un uomo principale d’Alessandria, l’Abate, che nel suo aspetto, e da altri segni lo prese per uomo aspro, altiero, e gonfio della vanità del secolo, volle guidarlo per la via sicura dell’Umiltà, e però lo mise alla porteria con ordine di gettarsi a’ piedi di tutti quelli, ch’entravano ed uscivano, dicendo, che pregassero Dio per lui, ch’era un peccatore. Ubbidì colui esattamente, e dopo d’essere stato sette anni in quell’esercizio, e di aver acquistata una grande Umiltà, stimò bene l’Abate di fargli prendere l’ordine, ed ammetterlo in compagnia degli altri. Ma egli, ciò inteso, tanto lo pregò e lo scongiurò di lasciarlo in quell’impiego per quel poco tempo, che dicea dovergli restar di vit , che finalmente l’ottenne. E fu indovino, perché dieci giorni dopo se ne morì con gran quiete, e sicurezza della sua salute. Il fatto vien riferito da S. Giovanni Climaco, il quale dicea di aver parlato con quest’uomo; e che avendogli domandato in che si occupasse in tutto quel tempo che stava alla porta; rispose, che tutto il suo esercizio era di riputarsi indegno di stare in quel Monastero, e di godere la compagnia e vista dei Padri, e di neppur alzar gli occhi per guardarli.
Si legge della V. M. Serafina di Dio, che parea non avesse gli occhi, che per guardare ed esagerare i propri difetti, e per ammirare negli altri la loro virtù. Ond’è che quando vedea, che gli altri facessero alcun bene, con gran sentimento dicea: o beati loro! Tutti attendono a servire Iddio fuorché io. E quando ne vedea a’ piedi de’ Confessori, stima, che d’altro non parlassero, che di Dio; e si rammaricava con se medesima, che altro non andava a dire a quelli, che scelleraggini e peccati. E se mai vedea farsi da alcuno qualche difetto, lo sapea facilmente scusare e compatire. Ed in questa maniera ella sapea mantenersi anche in vista degli altrui mancamenti nel concetto, che di se avea di esser peggiore di tutti.

San Giovanni Climaco (circa 575-circa 650), monaco nel Monte Sinai
La scala santa, 10° grado

« Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello ? »

Sentiti alcuni maledire il prossimo, li ho rimproverati. Per difendersi, questi operatori di iniquità hanno risposto: «Per carità e per sollecitudine parliamo così!» Ho risposto loro: Smettete di praticare simile carità, altrimenti accuserete di menzogna colui che ha detto: «Chi calunnia in segreto il suo prossimo io lo farò perire» (Sal 100,5). Se ami quell’uomo, come dici, prega in segreto per lui e non disprezzarlo. Questo modo di amare piace al Signore; non perdere di vista questo, e applicati con molta cura a non giudicare i peccatori. Giuda era del novero dei discepoli e il ladrone faceva parte dei malfattori, eppure quale cambiamento stupendo in un attimo!…
Rispondi dunque a colui che parla male del prossimo: «Smetti, fratello! Io stesso cado ogni giorno in colpe più gravi; come allora potrei condannare costui? « Ne trarrai un doppio profitto: guarirai te stesso e guarirai il tuo prossimo. Non giudicare è una scorciatoia che conduce prontamente al perdono dei peccati, se è vera questa parola: «Non giudicate e non sarete giudicati»… Alcuni hanno commesso grandi colpe alla vista di tutti, ma hanno compiuto in segreto i più grandi atti di virtù. Così i loro accusatori si sono ingannati attaccandosi solo al fumo senza vedere il sole…
I censori frettolosi e severi cadono in tale inganno perché non conservano il ricordo e il pensiero costante dei propi peccati… Giudicare gli altri, è usurpare senza vergogna una prerogativa divina; condannarli, è rovinare la propria anima… Come un buon vendemmiatore mangia l’uva matura e non coglie l’uva verde, così uno spirito benevolo e sensato nota con cura tutte le virtù che vede negli altri; è insensato invece colui che scruta le colpe e le deficenze.

Doroteo di Gaza ( circa 500- ?), monaco in Palestina
Lettere, 1 ; SC 92, 495

« Poi ci vedrai bene »

Alcune persone convertono in umore cattivo ogni alimento che assorbon anche se questo alimento è sano. La colpa non è dell’alimento, bensì del loro temperamento che altera gli alimenti. Allo stesso modo, se la nostra anima è in una cattiva disposizione, tutto le fa del male; essa trasforma, persino le cose utili per lei in cose nocive. Se si getta un po’ di erbe amare in un vaso di miele, non altereranno forse tutto il barattolo, rendendo tutto il miele amaro? È proprio quello che facciamo: diffondiamo un poco della nostra amarezza e distruggiamo il bene del prossimo, guardandolo secondo la nostra cattiva disposizione.
Altre persone invece hanno un temperamento che trasforma ogni cosa in buoni umori, persino gli alimenti cattivi… I porci hanno una buonissima costituzione. Mangiano le carrube, i noccioli di datteri e immondizie. Eppure trasformano questo cibo in una carne succulenta. Anche noi, se abbiamo buone abitudini e un buono stato d’animo, possiamo trarre profitto da tutto, persino da quello che non è utile. Lo dice benissimo il libro dei Proverbi: “Chi guarda con benevolenza otterrà misericordia” (12,13). Ma altrove: “Per l’uomo insensato, ogni cosa è contraria” (14,7).
Ho sentito dire di un fratello che se, recandosi da un altro, trovava la sua cella trascurata e in disordine, diceva dentro di sé : « Quanto è felice questo fratello poiché è totalmente distaccato dalle cose terrene e porta così bene tutto il suo spirito in alto, da non avere più il tempo per riordinare la sua cella!” Se poi andava da un’altro fratello e trovava la sua cella in ordine e pulita, diceva dentro di sé: “La cella di questo fratello è pulita quanto la sua anima. Tale è lo stato della sua anima, tale quello della sua cella!” Mai diceva riguardo a qualcuno: “Questi è disordinato” oppure: “quello è frivolo”. Grazie al suo stato eccellente, traeva profitto da tutto. Dio nella sua bontà dìa anche a noi uno stato d’animo buono perché possiamo godere di tutto e non pensare mai del male del prossimo. Se la nostra malizia ci ispira giudizi o sospetti, trasformiamo presto questi in buoni pensieri. Infatti il non vedere il male del prossimo genera, con l’aiuto di Dio, la bontà.

Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
A Simple Path


« Non giudicate, per non essere giudicati »
L’amore non è più amore se non è condiviso. Deve essere tradotto nei fatti. Dovete amare senza aspettare nulla in cambio, agire solo per amore e non per un qualsiasi vantaggio che potreste trarne. Se sperate in qualche cosa in cambio, non amate veramente, poiché l’amore vero ama senza condizione, senza secondi fini.
Se sorge una necessità nuova, Dio vi guiderà, come ha guidato coloro che servono i malati del AIDS. Non giudichiamo  questi malati, li curiamo senza domandarci cosa sia successo loro, né come si sono ammalati. Credo che Dio ci trasmetta un messaggio insistente riguardo all’AIDS : vuole che non vediamo in questa malattia altro che l’occasione di manifestare il nostro amore. I malati di AIDS forse hanno svegliato un amore pieno di tenerezza in molte persone che l’avevano scacciato fuori dalla loro vita.