Dal Vangelo secondo Matteo 5,38-42.

Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle. 

Il commento di don Antonello Iapicca

Il Cielo, un anticipo di Cielo è questa Parola. Il cuore di Dio, ferito d’amore, la lancia del malvagio sin dentro il recesso più intimo, e sangue, e acqua, e vita e misericordia sgorganti senza posa. L’amore che ci ha creati liberi si è esposto alla morte, il suo corpo dinanzi al nostro male. E guance, e dorso, e tunica, tutto offerto, senza condizioni; e miglia straziate sotto una croce. E l’amore implorato, esigito, strappato. Il suo dono intrecciato alla nostra concupiscenza. Volevamo amore, vita, rispetto, vendetta, giustizia. Abbiamo trovato il suo volto impregnato di sangue, le sue braccia distese sul mondo, le sue mani e i Suoi piedi trapassati dal ferro. Il Suo cuore squarciato d’amore. Vomitavamo peccato, ci ha donato il perdono. Non ha volto le spalle al nostro dolore violento, ci ha dato se stesso. Ed è in questo amore che siamo stati eletti e chiamati. Per comprendere il brano del Vangelo di oggi, insieme a quello di domani il cuore del discorso della montagna, dobbiamo andare ad un passo della Prima Lettera di San Pietro:”E` una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente; che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poichè anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perchè ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perchè, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime” . (1 Pt. 2, 19-25)
Non si possono comprendere le parole di Gesù senza aver conosciuto Cristo, senza avere l’esperienza profonda del suo amore che ha preso e perdonato i nostri peccati; senza aver conosciuto, concretamente, le sue piaghe, ed esserne stati guariti. Il Discorso della montagna è una follia per chi continua ad errare come pecora senza pastore. Ma se davvero abbiamo gustato quanto è buono il Signore, scopriamo nella chiamata che ci ha raggiunti l’essenza del Vangelo. Anche le parole di oggi sono una Buona Notizia, una chiamata che ci coinvolge. In greco il termine Kaleo – chiamare, esprime innanzi tutto il significato di nominare, di dare un nome; spesso nella Scrittura nominare significa dare una nuova esistenza a chi è stato scelto da Dio: Giacobbe si chiamerà Israele, perchè ha conosciuto la propria debolezza e si appoggerà in Dio. Le profezie dell’Antico Testamento riferiscono del Nome nuovo che il Signore darà al suo Popolo, a Gerusalemme. Anche oggi, negli ordini religiosi, si suole scegliere un nome diverso da quello ricevuto alla nascita, a significare la nuova vita abbracciata.
Ma è al rito del Battesimo che occorre risalire per comprendere quanto la chiamata sia legata all’imposizione del nome. E’ nella rinascita battesimale che un cristiano riceve dignità ed esistenza. La natura che conferisce il battesimo lega indissolubilmente quel nome ricevuto nel rito al nome di Cristo. Per questo, nella chiamata originaria, quella battesimale, si radicano le chiamate particolari, al presbiterato, alla vita consacrata, al matrimonio. Ma qualunque sia la vocazione attraverso la quale Dio ha pensato per ciascuno la vita su questo mondo, vi è una chiamata comune, un’ origine e una fonte dalla quale tutte prendono vita. E’ la chiamata ad essere cristiani, cioè di Cristo. La chiamata che ci unisce a Lui, che ci fa alter Christus in ogni istante della nostra vita: la chiamata ad essere santi. E’ al battesimo dunque che occorre riandare, alla grazia che da esso scaturisce. Lo spiegava Benedetto XVI parlando di San Francesco al clero di Assisi: “Se oggi parliamo della conversione di Francesco, pensando alla radicale scelta di vita che egli fece da giovane, non possiamo tuttavia dimenticare che la sua prima “conversione” avvenne nel dono del Battesimo. La piena risposta che darà da adulto non sarà che la maturazione del germe di santità allora ricevuto. È importante che nella nostra vita e nella proposta pastorale prendiamo più viva coscienza della dimensione battesimale della santità. Essa è dono e compito per tutti i battezzati. A questa dimensione fece riferimento il mio venerato Predecessore, nella Lettera Apostolica Novo millennio ineunte, scrivendo: “Chiedere a un catecumeno: «Vuoi ricevere il battesimo?» significa al tempo stesso chiedergli: «Vuoi diventare santo?»” (n. 31). Il Battesimo, si dice in teologia, esprime un carattere indelebile. Questo carattere è Cristo: attraverso il catecumenato Egli è gestato, nel battesimo nasce e comincia a vivere nel cristiano.
Le parole del Vangelo di oggi sono un annuncio destinato a risvegliare il battesimo in ciascuno di noi. Esse esprimono la nostra natura più intima, quella divina. Non sono assolutamente una nuova legge da compiere. Tanto meno un moralismo esigito ai cristiani. Sono la Parola compiuta in coloro che sono di Cristo, che vivono in Lui: l’amore che descrivono è l’amore di Cristo che vive nei cristiani, secondo le parole di San Paolo: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal. 2,20). Possiamo allora chiederci se Cristo è davvero vivo in noi. O se, per il peccato, lo abbiamo imprigionato tra le parentesi della nostra volontà, dei nostri desideri, delle nostre concupiscenze. Davanti a questa Parola, ci scopriamo peccatori, bisognosi di conversione. Il battesimo ricevuto da piccoli è più simile ad un bonsai che ad un albero pieno di frutti. Dobbiamo convenire di avere bisogno di camminare ancora, e molto, nel cammino di fede che ci riporta alle acque del battesimo.
Per questo oggi, prima di tutto, è il Signore che ci visita con il suo amore: Lui, oggi, non resiste a ciascuno di noi, alla nostra violenza, al male montante nei nostri cuori. E’ Lui che porge l’altra guancia alla nostra sfida. Siamo noi che, con i pensieri, con le invidie, con i giudizi, schiaffeggiamo ancora il Signore sulla guancia destra, a significare la sfida a duello cui lo sottoponiamo. Infatti, a pensarci bene, per dare uno schiaffo sulla guancia destra occorre darlo di manrovescio: è il gesto della sfida a duello, quello che compare in tanti film, il gesto di gettare il guanto: Gesù oggi non resiste a chi, come ciascuno di noi, lo vuole trascinare in un duello per ottenere giustizia, per lavare nel sangue il tradimento che crediamo ci abbia fatto non compiendo le nostre volontà. Non resiste, si lascia uccidere e lava nel sangue, ancora una volta, i nostri peccati. E’ ancora Gesù che oggi si lascia citare in giudizio e si lascia spogliare di tutto, della sua stessa vita, rappresentata dal mantello e dalla tunica, unici beni inalienabili dei poveri, secondo la legge dell’Antico Testamento. Sì, Gesù non si appella alla Legge, alla stessa Legge di Dio, e si lascia prendere ciò che è suo, il suo diritto, la sua veste, necessaria per vivere. Morirà anche oggi nudo sulla Croce, consegnato ai nostri delitti che lo spogliano del suo amore. Per la sua nudità saremo anche oggi rivestiti della sua misericordia. E’ ancora Gesù che accetterà l’ingiustizia di percorrere un miglio in più, qualcosa di impensabile secondo la Legge che stabiliva in meno di un miglio il limite massimo del lavoro permesso; uno sforzo sovrumano, destinato alla morte.
E’ Lui che accetta l’ingiustizia, l’ultimo posto, il lavoro che spetterebbe a noi, il sacrificio, il dono d’amore che noi non possiamo compiere. Anche oggi si carica dei nostri pesi, perchè noi si possa  sperimentare il giogo leggero del suo amore. E’ Lui che ci dona tutto quel chiediamo, senza sperarne nulla, sapendo di aver gettato la sua vita in mano a degli increduli e a degli ingrati. Anche oggi il Signore viene a ciascuno di noi con il suo perdono, l’ennesima possibilità di sperimentare la Grazia del battesimo, il perdono e la rinascita ad una vita nuova. Il Vangelo di oggi allora ci mostra innanzi tutto l’opera di Dio per ciascuno di noi: nelle parole di Gesù possiamo vedere l’acqua del battesimo, il suo amore infinito capace di purificare ogni nostra malvagità, e di ricrearci in Lui.
Sperimentare oggi questo Vangelo significa essere trasformati in esso, immersi in ciascuna di questa Parola che ci chiama ancora oggi, che ci dà il nome nuovo che risplende nell’amore che ne è descritto. Anche oggi, un passo in più nel cammino alla completa identificazione con Cristo. Lasciamoci amare allora, anche oggi, per essere trasformati, ancora un pochino in più, nello stesso amore che si dona a noi senza riserve.