dal vangelo secondo Mt 5,1-12

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
“Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi”.

Il commento di don Antonello Iapicca

Può darsi che qualcuno si sia svegliato con un peso allo stomaco. E, forse, le lacrime abbiano attraversato il viso impregnandolo di un’amara malinconia. Può darsi che per qualcuno, oggi, sia un altro giorno triste: Angoscia, fallimento, paura e una totale povertà, l’aridità di chi ne ha provate tante, probabilmente si è anche impegnato, e non ha tratto un ragno dal buco. Il nulla nelle mani, e una serie di rimpianti da serrare gli occhi su qualsiasi presente. Poveri, pitocchi, nullatenenti, nelle relazioni disastrose, e un cuore esanime dopo l’infruttuosa rincorsa a un po’ d’affetto. Marziani in una società travestita, che per il solo fatto di varcare la soglia di una Chiesa ti impacchetta in una vetrina d’antiquariato. Abbiamo tentato di vivere diversamente, ma poi, quanta fatica ad andare controcorrente, lusinghe, tentazioni, pensieri, tutto a congiurare contro il brandello di vita cristiana che è questa nostra vita. E quella “fame” d’affetto, di abbracci, di qualcuno che ti accolga così come sei; “fame” di pace, di gioia, di un sorriso pieno che non scivoli dentro una lacrima di delusione; “fame di giustizia” tra mille ingiustizie che sembrano lastricare i nostri cammini, al lavoro, tra gli amici, a scuola, ovunque. Fame di eterno tra le sabbie mobili di un veleno che corrompe anche i momenti più belli. Un pellegrinaggio, un incontro, una catechesi, una liturgia, e tutto sembra risorgere, ma poi ecco la “solita vita” che incalza e sembra fagocitare voracemente ogni speranza di cambiamento.
E ci ritroviamo “poveri”, anche se non riusciamo ad accettarlo: “pitocchi”, capaci solo di mendicare e accumulare un compromesso dopo l’altro; e lacrime di “afflizione”, quasi sempre nascoste, timide, incerte, chiuse in un grido di tristezza strozzato negli obblighi di tutti i giorni. Lacrime impresentabili, cucite sulla fodera dei sorrisi di circostanza dinanzi ai genitori, ai mariti, alle mogli, agli amici, ai colleghi. E con l’odio di tutto il mondo addosso. Perché? Perché la sola nostra esistenza è oggetto di ripulsa, di veleni, di invidie, di odio? Perché siamo suoi, chiamati alla sua stessa beatitudine, e, per questo, tutto ciò che all’interno e all’esterno di noi stessi contrasta la nostra vocazione, ci muove guerra, cercando di strapparci la primogenitura che ci ha fatti eredi della “Terra”, perché ogni uomo possa entrarvi seguendo le nostre tracce.
La “giustizia della Croce” che si rivela inerme nei cristiani è sempre oggetto dei conati di violenza di chi la “perseguita” perché trionfi la menzogna della giustizia carnale. Due fidanzati che desiderano vivere un fidanzamento casto sono “perseguitati per causa della giustizia” ogni giorno, attaccati dai perversi sofismi del mondo e della sua cultura di morte e piacere, dagli ormoni che reclamano libertà, dalle passioni che bussano violentemente alle porte della carne, alleate del pensiero dominante che ha scardinato la Verità sull’uomo sostituita dalla dittatura del desiderio; ma proprio per questo sono “beati”, perché “di essi è il Regno dei Cieli”, cominciando a vivere già qui ed ora, nel loro rapporto, le primizie dell’amore puro e incorruttibile che Dio dona ai suoi figli: camminano nella semplicità, nel pudore, nella libertà, nella sincerità, nel rispetto e nel dono reciproco che crescono giorno dopo giorno, confermando quell’abbozzo e speranza di amore indissolubile deposto nelle loro mani, sino al giorno che, davanti a Dio e alla Chiesa, sarà benedetto e sigillato nel sacramento che li farà carne della propria carne.
Così, ogni sposo e sposa è chiamato ad essere “operatore di pace”, di quella annunciata e donata dal Signore risorto, e non quella che, illusoria, dà il mondo, frutto di ricatti e compromessi, schiava del ricordo, che assolve accumulando il risentimento perchè, giunto al limite, esploda senza pietà; nella vita di ogni giorno, essi possono vivere “beati” rinunciando a se stessi, al programma televisivo, alla camicia stirata, all’egoismo che fa del proprio corpo uno strumento di ricatto e vendetta, all’avarizia che chiude il portafoglio nel cassetto quando si tratta dei desideri dell’altro, ma lo apre quando si tratta dei propri; “beati” perché Cristo, vivo in loro, li accompagna ad incontrarsi nel perdono, la fonte pura della Pace che incorona di vittoria gli umili, i piccoli, i poveri, i perdenti, l’altro quando è più fragile, e magari ha torto marcio.
“Beati” tutti noi, proprio perché il mondo “mentendo, dice ogni sorta di male contro di noi”. Il mondo che forse ha ingannato chi ci sta accanto, in famiglia, o tra gli amici, o al lavoro. Beati quando tutti ci ritengono dei poveracci, sfortunati, maledetti. E’ in quel momento che la “gioia” vera può esplodere in noi, perché è quando la Verità risplende più luminosamente. Possiamo “esultare” perché Cristo è la nostra beatitudine, Colui che, con il suo amore infinito, colma di senso e pace le nostre ore, mentre il mondo, così apparentemente pieno, geme inconsciamente tra le angosce dell’inferno: nel vuoto e nella solitudine dove siamo per Lui, ora Lui è per noi, per donarci la Vita che non si esaurisce mai, sorgente dell’amore che ci fa consegnare alla storia e al prossimo in una libertà che la carne non conosce. Lì, dove tutto muore, Lui splende di vita eterna. Per questo, oggi, il Signore ci chiama Beati, svelandoci il nostro nome autentico e l’indistruttibile nostra identità. Dove il mondo muore, noi cominciamo a vivere, anche per il mondo.
“In ebraico la parola “ashrei” – felice – tradotta con “beato”, non allude a sentimenti, sensazioni o stati d’animo. E neanche a quiete, tranquillità e appagamento. Ma indica, invece, dinamismo, relazioni dinamiche; in un senso un po’ più esteso, la parola beato, felice, significa “cammino rinnovato in ogni momento” (M. Vidal, Un ebreo chiamato Gesù). Parimenti, le Dieci Parole del Sinai, i famosi “comandamenti”, sono sempre stati compresi dalla tradizione ebraica come il “cammino” stesso della vita. “Fa questo”, ovvero, cammina così e avrai la vita. La nuova montagna sulle rive del lago di Tiberiade consegna il nuovo cammino, compimento dell’antico. Il cammino degli eletti, dei chiamati, dei santificati, del Popolo diverso da ogni altro popolo, della Chiesa, sposa senza macchia né ruga del più Bello tra i figli dell’uomo. Il cammino celeste tra le strade del mondo. Beato è l’uomo che cammina nella volontà di Dio, che è una storia impregnata di Grazia, tra “persecuzioni, povertà, sofferenze, ingiustizie”, con il mondo che vomita veleno sul Figlio incarnato nei suoi fratelli più piccoli, mentre risplende in loro la Grazia celeste di un amore che consegna la vita ai propri nemici. Siamo chiamati ad essere, tra tutti, i più “poveri”, nullatenenti, senza diritti, talvolta anche disprezzati e calunniati, per divenire i segni di un Regno che non è di questo mondo, per aprire a questo mondo le porte della speranza. C’è un’altra “Terra”, un altro “Regno”, un’altra vita, e brilla vittoriosa nella carne perseguitata e ferita dei cristiani. Beato, dunque, per i figli della Chiesa, significa, oggi e ogni giorno, vero, autentico, senza ipocrisie. Beato, cioè ben dentro la storia. Beato, cioè in cammino nella volontà di Dio. Beato è chi ha i sentimenti e il pensiero di Cristo, e vive unito a Lui.
La vita beata sarà la vita eternamente immersa nel suo amore, senza ostacoli e inciampi, senza lo scandalo della carne. Ma la vita beata inizia tra gli sconvolgimenti di questo mondo, si anticipa qui ed ora nella realissima e comunissima vita nostra d’ogni giorno. Casa, ufficio, scuola, affetti, ansie, dolori, gioie, sofferenze, minuti, istanti, giorni, mesi, anni, queste sono le beatitudini, i cammini che ci sono donati perché brilli in noi la Vita che non muore. In essi Dio ci “ammansisce”, doma la nostra carne per farci “miti” dinanzi alla storia, liberi dal pungiglione che ha avvelenato Adamo ed Eva, e per questo “beati” che “ereditano” ogni istante come fosse la “Terra” dove gustare il latte e il miele dell’amore e della misericordia. Solo chi vive già come un cittadino del Cielo ha gli occhi “puri” per godere la beatitudine che sgorga dal “vedere Dio” in ogni evento, anche nella collera del prossimo, nella precarietà economica, in un cancro che appare improvviso, anche nella morte, interiore e della carne. Mitezza, purezza, pace e misericordia sono i battiti del suo cuore in noi, i bagliori della Sua grazia nei crogiuoli delle nostre esistenze, le parole autentiche e credibili dell’annuncio fatto carne in uomini uguali a tutti gli altri, ma eletti e chiamati per mostrare al mondo il Destino che attende tutti. Le beatitudini sono la Buona Notizia di Cristo Risorto nei suoi fratelli risorti con Lui. Così, nella vita quotidiana si compie la missione che Dio ci ha affidato sin dal seno di nostra madre. Vivere Beati perché ogni uomo sia beato. Così un padre e una madre, un sacerdote, un professore, un catechista, ognuno di noi di fronte a chi ci è stato affidato, sarà un educatore, un testimone credibile, impregnato nella beatitudine di chi ha conosciuto la misericordia di Dio e in misericordia è trasformato, e pensa, parla e agisce con magnanimità: “Noi dobbiamo essere magnanimi, con il cuore grande, senza paura. Scommettere sempre sui grandi ideali. Ma anche magnanimità con le cose piccole, con le cose quotidiane. Il cuore largo, il cuore grande. E questa magnanimità è importante trovarla con Gesù, nella contemplazione di Gesù. Gesù è quello che ci apre le finestre all’orizzonte. Magnanimità significa camminare con Gesù, con il cuore attento a quello che Gesù ci dice” (Papa Francesco, Agli studenti delle scuole gestite dai Gesuiti, 7 giugno 2013). Magnanimi perché beati, e beati perché siamo, esattamente come e dove siamo, in Lui, con Lui, per Lui.

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Don Umberto Neri. Le beatitudini

P. R. Cantalamessa. I destini diametralmente opposti nella vita umana. 

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