Dal Vangelo secondo Giovanni 15,26-27.16,1-4.
Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio. Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma io vi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato. Non ve le ho dette dal principio, perché ero con voi.
IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Vi è una religiosità che non può accettare l’annuncio del Vangelo. Una forma di intendere e vivere la religione che non ha mai conosciuto Dio e il suo Figlio Gesù Cristo. E uccide il Signore, e crede così di rendere culto a Dio. E’ fin troppo facile pensare all’Islam e all’Induismo nelle loro versioni più violente. Ma Gesù non parla di questi. Gesù parla di sinagoghe, e quindi di rabbini, e quindi dei suoi fratelli. Non era prevista, in quel momento, alcuna fondazione di una nuova religione. Si tratta di qualcosa di molto serio, angosciante, scandalizzante.
San Paolo scrive nel capitolo 8 della Lettera ai Romani che “chi non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene”. Esiste dunque un solo Spirito, ed è quello del Padre e del Figlio, e solo colui che lo ha ricevuto appartiene a Cristo, ed in Lui, al Padre. Non conta essere circonciso ed appartenere al Popolo eletto. Lo ha ripetuto anche Gesù, e lo avevano annunciato molte volte i profeti. Non basta essere battezzato. Appartenere a qualcuno implica la sua conoscenza, che, secondo la Scrittura, significa una rapporto esistenziale profondo; il “conoscere” nella Bibbia è il verbo che descrive l’amore sponsale: una conoscenza che coinvolge l’intero essere. Lo Spirito Santo Consolatore inviato da Cristo dischiude la soglia di questa conoscenza e rivela così la Verità: uno Spirito, una Verità. Conoscere la Verità è essere ricolmi dello Spirito Santo Consolatore, permanere nell’intimità divina. E’ questa la Verità fondamentale, un’esperienza esistenziale, una conoscenza da cui sgorgano, naturalmente, una visione delle cose, un discernimento e un agire conseguenti.
Chi non ha lo Spirito di Cristo non lo conosce e quindi non conosce neanche il Padre. Anche se profondamente religioso, anche se teologo o impegnato come nessun altro nel sociale. Anche se anima le messe parrocchiali e fa catechismo ai bambini. Anche se scrive cose ragionevoli sui giornali, le più ragionevoli. Anche se è onesto, e paga le tasse, e rispetta il codice della strada. Anche se è fedele a sua moglie e dialoga con i suoi figli. Conoscere il Padre ed il Figlio implica qualcosa di diverso e di più: aver ricevuto dall’alto lo Spirito Consolatore e vivere nella Verità, la più assurda, quella sulla quale tutti inciampano e si scandalizzano. La Croce Gloriosa del Signore. La sua cruda realtà. La Verità è l’amore rivelato in Cristo crocifisso. Chi dimora in Lui, chi lo conosce, chi ha il suo Spirito, vive crocifisso, sempre.
Solo chi è stato con Cristo sin dal principio, solo chi lo ha conosciuto nel suo intimo – il principio che fonda la sua natura – può riconoscere la Verità della Croce; solo chi è stato ferito dalla spada dello Spirito, dalla Parola di Dio penetrata in lui sino “al punto di divisione dell’anima e dello spirito, nelle giunture e nelle midolla”, solo chi ha accolto, per pura Grazia, l’annuncio del Vangelo e da esso si è lasciato giudicare e amare, solo chi ha sigillata la Verità nel proprio spirito può vivere crocifisso. Si tratta infatti di una sapienza che il mondo non può conoscere, è scandalo per i religiosi e stoltezza per gli atei e pagani. La sapienza della Croce è il dono dello Spirito Consolatore che testimonia allo spirito di chi appartiene a Cristo, la sua adozione a figlio, l’amore di Dio che si rivela sulla Croce, come un diamante incastonato nella roccia.
La croce è l’amore al nemico, la Parola che Gesù ha annunciato nel Discorso della montagna: essa invita a non resistere al male, a lasciarsi defraudare sul lavoro, a non opporsi all’ingiustizia, a non difendere il proprio onore, a non rifiutare il disprezzo, ad occupare l’ultimo posto. La Croce è la vita di Cristo, e chi gli appartiene vive con Lui crocifisso, come un morto in questo mondo, e la sua vita è nascosta con il Signore in Dio. Chi è di Cristo conosce intimamente la Verità della Croce, il segreto di un’intimità che ogni istante vince la morte, che fa vivere ogni situazione, anche le più terribili, dolorose e fallimentari, come un passo al Cielo. Chi appartiene a Cristo ripete nel suo intimo l’Abbà, Papà pieno di confidenza sgorgato all’apice dell’angoscia del Getsemani.
Ciascuno di noi è stato scelto per appartenere a Cristo e vivere la sua vita, che non è più quella della carne: “Lo Spirito Santo, che è Dio insieme col Padre e col Figlio, ci libera dal peccato e dalla morte, e da terreni che siamo, cioè fatti di polvere e terra, ci rende spirituali, ci permette di partecipare alla gloria, divina, di essere figli ed eredi di Dio Padre, di renderci conformi all’immagine del Figlio suo, suoi fratelli e coeredi. Invece della terra ci dà generosamente il cielo e il paradiso” (Didimo di Alessandria,Trattato «Sulla Trinità»). Lo Spirito Santo, che ha spinto Gesù nel deserto, è Colui che ha condotto la sua natura umana a compiere la volontà del Padre, custodendo in essa l’intimità con Lui; è in questa volontà paterna che risiede la Verità, ed essa prevedeva la Croce. Si tratta dunque di una conoscenza reale, esistenziale che si realizza sull’aspro terreno del Giardino degli Ulivi, il crinale decisivo, la soglia fondamentale che Gesù ha attraversato con la sua carne, introducendola nell’obbedienza alla volontà di Dio, diversa e in antitesi a quella umana, pienezza dell’intimità di amore con suo Padre. Conoscere il Padre e conoscere Cristo è dunque ricevere e accogliere lo stesso Spirito che ha guidato Gesù nel Getsemani, l’abbandono totale alla volontà di Dio in ogni circostanza, per salire e non scendere dalla Croce che essa ha preparato per noi.
““Non la mia volontà, ma la tua sia realizzata”. Che cos’è questa mia volontà, che cos’è questa tuavolontà, di cui parla il Signore? La mia volontà è “che non dovrebbe morire”, che gli sia risparmiato questo calice della sofferenza: è la volontà umana, della natura umana, e Cristo sente, con tutta la consapevolezza del suo essere, la vita, l’abisso della morte, il terrore del nulla, questa minaccia della sofferenza. E Lui più di noi, che abbiamo questa naturale avversione contro la morte, questa paura naturale della morte, ancora più di noi, sente l’abisso del male… E possiamo capire come Gesù, con la sua anima umana, sia terrorizzato davanti a questa realtà, che percepisce in tutta la sua crudeltà: la mia volontà sarebbe non bere il calice, ma la mia volontà è subordinata alla tua volontà, alla volontà di Dio, alla volontà del Padre, che è anche la vera volontà del Figlio. E così Gesù trasforma, in questa preghiera, l’avversione naturale, l’avversione contro il calice, contro la sua missione di morire per noi;trasforma questa sua volontà naturale in volontà di Dio, in un “sì” alla volontà di Dio. L’uomo di per sé è tentato di opporsi alla volontà di Dio, di avere l’intenzione di seguire la propria volontà, di sentirsi libero solo se è autonomo; oppone la propria autonomia contro l’eteronomia di seguire la volontà di Dio. Questo è tutto il dramma dell’umanità. Ma in verità questa autonomia è sbagliata e questo entrare nella volontà di Dio non è un’opposizione a sé, non è una schiavitù che violenta la mia volontà, ma è entrare nella verità e nell’amore, nel bene. E Gesù tira la nostra volontà, che si oppone alla volontà di Dio, che cerca l’autonomia, tira questa nostra volontà in alto, verso la volontà di Dio. Questo è il dramma della nostra redenzione, che Gesù tira in alto la nostra volontà, tutta la nostra avversione contro la volontà di Dio e la nostra avversione contro la morte e il peccato, e la unisce con la volontà del Padre: “Non la mia volontà ma la tua”. In questa trasformazione del “no” in “sì”, in questo inserimento della volontà creaturale nella volontà del Padre, Egli trasforma l’umanità e ci redime. E ci invita a entrare in questo suo movimento: uscire dal nostro “no” ed entrare nel “sì” del Figlio. La mia volontà c’è, ma decisiva è la volontà del Padre, perché questa è la verità e l’amore” (Benedetto XVI, Catechesi di mercoledì 20 aprile 2011).
Possiamo oggi entrare in questo “movimento” del Signore, passare dal nostro “no” al “si” del Figlio alla volontà del Padre, perché questa è la verità e l’amore, e così, pur non avendo conosciuto Cristo secondo la carne, essere “tirati verso l’alto”, verso il principio, e sperimentare d’essere stati con Lui sin dal principio, di conoscerlo intimamente, e in Lui, il Padre. Uscire dai vincoli della carne per l’opera del Consolatore, e vivere la Verità di un amore crocifisso, quello che seguendo il mondo, non abbiamo potuto gustare. La libertà di una Verità che ci fa assaporare l’amore infinito di Dio, nella tribolazione, nel rifiuto, nello scatenarsi del male. Vedremo certo i religiosi fremere contro di noi, ucciderci in mille modi, con gli insulti, con il mobbing, con l’irrisione, con l’esclusione dal gruppo di amici o colleghi, e sarà perchè non conoscono né il Padre né il Figlio. Sarà scandalo sul luogo di lavoro, in famiglia, a scuola, con gli amici, con il fidanzato; forse anche lui ci lascerà, spaventato dalla Croce. Sarà lo scandalo di imbattersi in chi vive crocifisso con Cristo nella Grazia dello Spirito Santo, amando i nemici, pagando le tasse per chi non le paga e senza giudicare, lasciando che rubino dallo stipendio e facciano ingiustizia nel condominio, perdonando le ingiurie e non difendendosi dalle calunnie, prendendo su di sé il rifiuto di chi non comprende e disprezza e vuol cancellare dalla propria vista una “religione” tanto diversa da quella che fabbricata con le proprie mani e i propri criteri. Condividere il destino del Signore e dei suoi piccoli discepoli all’alba della Chiesa, la via che gli zelanti custodi dell’ortodossia e della tradizione ebraica consideravano un’eresia da estirpare, così come avevano fatto con quel blasfemo del suo iniziatore, Gesù il Nazareno. Così chi si oppone al nostro modo vivere il matrimonio, il rapporto con il denaro, il primato di Dio nella gerarchia dei valori – al di sopra di tutto, del lavoro, della scuola, degli stessi affetti – chi ravvede nel nostro camminare con Cristo un’eresia dell’autentica religione moralistica, legalistica e di facciata, anche nelle parrocchie, anche in famiglia, le tenterà tutte pur di dissuaderci, ci getterà fuori, illudendosi di dar culto a Dio.
Non sia questo per noi motivo di scandalo e di scrupoli. Non sia questo il motivo per nascondere il talento sotto terra, e rinunciare alla primogenitura. Il Signore ce lo annuncia e profetizza prima che avvenga proprio per testimoniare l’autenticità della nostra elezione, la bellezza e la pienezza dell’appartenere a Lui. Lo Spirito Santo che ci lega alla Croce, lo stesso che faceva pregare Isacco a suo Padre con quell’Aquedà (legami) così pieno di intimità e confidenza, ci testimonia nel profondo del nostro cuore la Verità di questa elezione: nell’amore incondizionato del Signore, crocifissi con Lui, morendo della sua stessa morte, come Stefano protomartire, guadagneremo a Cristo i tanti Paolo che, ora accecati, attendono l’unica via di salvezza, la misericordia che brilla nell’umile agnello immolato, la Verità che ci ha liberato e che offre a tutti le chiavi del Paradiso. Stefano, tu ed io; Paolo, i nostri amici, i colleghi, il fidanzato che ci ha lasciato, la suocera che non ci accetta, il collega che ci deride, il figlio che è scappato di casa: tutti in attesa della rivelazione dei figli di Dio, dello splendore della Gloria di Dio sui nostri volti crocifissi per amore, uno spicchio di Cielo dischiuso su tutti loro.
Il cristianesimo non è una religiosità solita.
Di Luigi Giussani
Anzi, io mi sono corretto mentre parlavo, volevo dire che il cristianesimo non è una “religione” (ma non è del tutto giusto questo, è troppo complicato difenderlo). Il cristianesimo non si presenta come una religiosità di cui non si sentono influssi, pretese, aiuti, delusioni, nella vita quotidiana (“nella vita quotidiana”: ma già questo è un debordare nella pretesa che una religione deve avere). Cristo, comunque, non è un profeta, un parlatore che richiami la gente a qualcosa che a lui prema. Meglio, la religiosità propria del cristianesimo svela che il problema dell’uomo non è tanto ciò che, rendendosi ostile alla sua vita, viene indicato come tale, perciò odiato, eluso o escluso, o che, se è interessante per la sua vita, viene adottato come alternativa ad altre cose (così che si ha, da una parte, il “problema religioso” e, dall’altra, la vita). Io vorrei, insomma, sottolineare che la cosa che mi ha fatto più colpo di ciò che si è detto è che il problema della vocazione è il problema della vita, non del rapporto con Dio, con Cristo; immediatamente è il problema della vita. E Cristo interessa noi più di tutti gli altri innanzitutto perché tutto quel che dice, tutto quel che fa è espressione di una volontà di risposta alla vita. Questa è la prima cosa che, così come l’ha detta Carrón, rende quasi passabili le frasi che ho detto prima: che il cristianesimo non è una religione e che Cristo non è un profeta. Cristo è un uomo, è un uomo che non si può sentire o che non si può incontrare, con cui non si può stare, se non in una febbre di vita, in una volontà di vita, in un gusto della vita, nella passione per la vita. Perciò c’entri tu con lui, tu. Sei tu che c’entri con Cristo. Ma tutto tu. Dico che questa è la prima cosa per cui il cristiano è qualificato; squalificato nel mondo, ma qualificato (uno si “qualifica”, via!) da chi lo conosce, da chi si interessa.
LUIGI GIUSSANI, settembre 1999
Annunciare Gesù Cristo unico Salvatore del mondo, oggi appare più complesso che nel passato; ma il nostro compito permane identico come agli albori della nostra storia.

Benedetto XVI, discorso pronunciato ricevendo in udienza i partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.
lunedì, 30 maggio 2011
Il termine “nuova evangelizzazione” richiama l’esigenza di una rinnovata modalità di annuncio, soprattutto per coloro che vivono in un contesto, come quello attuale, in cui gli sviluppi della secolarizzazione hanno lasciato pesanti tracce anche in Paesi di tradizione cristiana. Il Vangelo è il sempre nuovo annuncio della salvezza operata da Cristo per rendere l’umanità partecipe del mistero di Dio e della sua vita di amore e aprirla ad un futuro di speranza affidabile e forte. Sottolineare che in questo momento della storia la Chiesa è chiamata a compiere una nuova evangelizzazione, vuol dire intensificare l’azione missionaria per corrispondere pienamente al mandato del Signore. Il Concilio Vaticano II ricordava che “i gruppi in mezzo ai quali la Chiesa si trova, spesso, per varie ragioni, cambiano radicalmente, così che possono scaturire situazioni del tutto nuove” (Decr. Ad Gentes, 6). Con sguardo lungimirante, i Padri conciliari videro all’orizzonte il cambiamento culturale che oggi è facilmente verificabile. Proprio questa mutata situazione, che ha creato una condizione inaspettata per i credenti, richiede una particolare attenzione per l’annuncio del Vangelo, per rendere ragione della propria fede in situazioni differenti dal passato. La crisi che si sperimenta porta con sé i tratti dell’esclusione di Dio dalla vita delle persone, di una generalizzata indifferenza nei confronti della stessa fede cristiana, fino al tentativo di marginalizzarla dalla vita pubblica. Nei decenni passati era ancora possibile ritrovare un generale senso cristiano che unificava il comune sentire di intere generazioni, cresciute all’ombra della fede che aveva plasmato la cultura. Oggi, purtroppo, si assiste al dramma della frammentarietà che non consente più di avere un riferimento unificante; inoltre, si verifica spesso il fenomeno di persone che desiderano appartenere alla Chiesa, ma sono fortemente plasmate da una visione della vita in contrasto con la fede.
Annunciare Gesù Cristo unico Salvatore del mondo, oggi appare più complesso che nel passato; ma il nostro compito permane identico come agli albori della nostra storia. La missione non è mutata, così come non devono mutare l’entusiasmo e il coraggio che mossero gli Apostoli e i primi discepoli. Lo Spirito Santo che li spinse ad aprire le porte del cenacolo, costituendoli evangelizzatori (cfr At 2,1-4), è lo stesso Spirito che muove oggi la Chiesa per un rinnovato annuncio di speranza agli uomini del nostro tempo. Sant’Agostino afferma che non si deve pensare che la grazia dell’evangelizzazione si sia estesa fino agli Apostoli e con loro quella sorgente di grazia si sia esaurita, ma “questa sorgente si palesa quando fluisce, non quando cessa di versare. E fu in tal modo che la grazia tramite gli Apostoli raggiunse anche altri, che vennero inviati ad annunciare il Vangelo… anzi, ha continuato a chiamare fino a questi ultimi giorni l’intero corpo del suo Figlio Unigenito, cioè la sua Chiesa diffusa su tutta la terra” (Sermo 239,1). La grazia della missione ha sempre bisogno di nuovi evangelizzatori capaci di accoglierla, perché l’annuncio salvifico della Parola di Dio non venga mai meno, nelle mutevoli condizioni della storia.
Esiste una continuità dinamica tra l’annuncio dei primi discepoli e il nostro. Nel corso dei secoli la Chiesa non ha mai smesso di proclamare il mistero salvifico della morte e risurrezione di Gesù Cristo, ma quello stesso annuncio ha bisogno oggi di un rinnovato vigore per convincere l’uomo contemporaneo, spesso distratto e insensibile. La nuova evangelizzazione, per questo, dovrà farsi carico ditrovare le vie per rendere maggiormente efficace l’annuncio della salvezza, senza del quale l’esistenza personale permane nella sua contraddittorietà e priva dell’essenzialeAnche in chi resta legato alle radici cristiane, ma vive il difficile rapporto con la modernità, è importante far comprendere che l’essere cristiano non è una specie di abito da vestire in privato o in particolari occasioni, ma è qualcosa di vivo e totalizzante, capace di assumere tutto ciò che di buono vi è nella modernità. Mi auguro che nel lavoro di questi giorni possiate delineare un progetto in grado di aiutare tutta la Chiesa e le differenti Chiese particolari, nell’impegno della nuova evangelizzazione; un progetto dove l’urgenza per un rinnovato annuncio si faccia carico della formazione, in particolare per le nuove generazioni, e sia coniugato con la proposta di segni concreti in grado di rendere evidente la risposta che la Chiesa intende offrire in questo peculiare momento. Se, da una parte, l’intera comunità è chiamata a rinvigorire lo spirito missionario per dare l’annuncio nuovo che gli uomini del nostro tempo attendono, non si potrà dimenticare che lo stile di vita dei credenti ha bisogno di una genuina credibilità, tanto più convincente quanto più drammatica è la condizione di coloro a cui si rivolgono. E’ per questo che vogliamo fare nostre le parole del Servo di Dio Papa Paolo VI, quando, a proposito dell’evangelizzazione, affermava: “È mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità” (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 41).
Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d’Europa. Poesia, Pentecoste 1937

« Il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità »

Chi sei, dolce luce ? …
Sei forse il raggio che scaturisce come il lampo
dall’alto trono del Giudice eterno,
penetrando come il ladro nella notte dell’anima
che misconosceva se stessa (Lc 12, 39) ?
Misericordioso, eppure inesorabile,
penetri fino alla sua profondità nascosta.
L’anima è spaventata da ciò che vede di se stessa
e sta in un sacro timore
davanti al principio di ogni sapienza
che viene dall’alto
e ci ancòra saldamente in alto,
davanti al tuo operare che nuovamente ci ricrea,
Spirito Santo, raggio che nulla può fermare !
Sei forse la pienezza di spirito e di potenza
che permette all’Agnello di sciogliere i sigilli
del decreto eterno di Dio (Ap 5, 7) ?
Sul tuo ordine i messaggeri del giudizio
cavalcano per il mondo e separano,
con il taglio della spada, il Regno della luce
dal regno della notte (Ap 6, 2).
nuovo sarà il cielo e la terra nuova (Ap 21,1)
e tutto ritroverà il suo giusto posto,
sotto il tuo soffio leggero :
Santo Spirito, potenza vittoriosa !
COMMENTI
Ratzinger – Benedetto XVI « Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome»
Ratzinger – Benedetto XVI. SPIRITO DELLA VITA – SPIRITO NELLA CARNE
Ratzinger – Benedetto XVI. L’intelletto, lo spirito e l’amore.
Ratzinger – Benedetto XVI Lo Spirito Santo e la Chiesa nella Lumen Gentium
Giovanni Paolo II. Egli vi darà un altro Consolatore
Giovanni Paolo II. Dominum et vivificantem
F. Manns. Gerusalemme ci ricorda il dono dello Spirito
Il Consolatore. P. R. Cantalamessa
P. R. Cantalamessa. Lo Spirito di Verità
Fisichella. Il Consolatore, lo sconosciuto oltre il Verbo

ESEGESI

F. Manns. Gerusalemme ci ricorda il dono dello Spirito
Ratzinger – Benedetto XVI. “Vedere Gesù” nel Vangelo di Giovanni
Verità nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento
I. De la Potterie. Che cos’è la verità

COMMENTI PATRISTICI

Sant’Agostino. Io sono nel Padre mio, e voi in me ed io in voi.
Sant’Agostino. Il dono di un altro Paraclito.
San Basilio. Dal Trattato sullo Spirito Santo
S. Ilario. Il dono del Padre in Cristo

TEOLOGIA
Giovanni Paolo II. Dominum et vivificantem
Spirito. Dizionario interdisciplinare di Scienza e fede
Fisichella. Il Consolatore, lo sconosciuto oltre il Verbo
L. Bouyer. La Chiesa, volto e vita di Cristo perchè il mondo veda Dio, il Padre
Ratzinger. Verità del cristianesimo?
I. De la Potterie. Che cos’è la verità
Verità nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento
P. R. Cantalamessa: Gesú di Nazareth tra storia e teologia
Don Bruno Forte. La fede e il problema della verità

TERMINI NOTEVOLI

Verità nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento
Don Bruno Forte. La fede e il problema della verità