Dal Vangelo secondo Giovanni 10,11-18.

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca
Apparteniamo a Cristo, e a Lui soltanto. Ma viviamo come ostaggi di mercenari, ed è questa la radice di tante nostre sofferenze. Siamo stati creati in Lui, per questo nel nostro cuore risuona come adeguata, perfettamente rispondente all’aspirazione profonda e autentica, solo la voce di Cristo. Non conosciamo nessun altro, eppure viviamo consegnati a degli estranei. Per questo spesso le relazioni si fanno difficili, non ci ritroviamo, perchè ci diamo alle persone e le afferriamo in relazioni esclusive, che pretendono esaurire i nostri desideri. Ma sperimentiamo che, quando le cose si fanno difficili, nei momenti in cui ci prendono le tensioni e i nervi, quando la stanchezza e le disillusioni ci sottraggono allegria ed entusiasmo, quando siamo a terra, non riconosciamo chi ci è intorno, soprattutto coloro ai quali abbiamo consegnato la nostra vita e la nostra speranza.
Spesso anche il marito, l’amico, il confidente si trasformano in mercenari. Spesso noi stessi ci convertiamo in mercenari per gli altri. Rubiamo, ci appropriamo, leghiamo le persone sperando ed esigendo guadagni affettivi, compensi per l’esserci donati. E le relazioni appaiono per quello che purtroppo sono, mercimoni di affetti, mercati dove non esiste gratuità. Il mercenario scappa davanti al lupo, al male, alla sofferenza, ai peccati. Quando il prodotto si rivela diverso da quello pubblicizzato si rispedisce al negozio; quando la moglie, il fidanzato, l’amico si rivelano diversi da quello che avevano lasciato intuire di essere, quando appaiono i lati oscuri del carattere, quando emergono i limiti, le debolezze, i peccati, quelli che proprio non si adeguano alle nostre capacità di accoglienza e accettazione, rifiutamo e scappiamo. Merce avarita venduta da mercenari, questo è, spesso, l’amore. E il lupo, il demonio che muove le fila delle nostre relazioni, rapisce e disperde; è la nostra esperienza quotidiana: quante volte assistiamo al naufragio di un fidanzamento, di un’amicizia, di un matrimonio, inciampati tutti nella debolezza e nei peccati! Ogni giorno sperimentiamo la precarietà dei nostri rapporti, cerchiamo di blindarli con una serie di compromessi, ma alla fine, all’apparire della verità, scopriamo quanto effimeri siano i nostri maldestri tentativi di rabberciare le cose. E tutto si disperde, come si disperde il seme quando usiamo della sessualità chiudendoci alla vita, sia con la masturbazione, sia con i rapporti prematrimoniali, sia con i rapporti matrimoniali ingabbiati nei metodi anticoncezionali; come quando si disperdono le parole, le azioni, i progetti faticosamente legati insieme da un laccio carnale, che è sempre egoistico, il laccio del mercenario.
Il lupo è sempre in agguato, per questo occorre riconoscere a chi apparteniamo, e a chi appartiene chi ci è vicino, le persone che ci sono care. Siamo di Cristo, perchè Lui è l’unico che ci ama sino in fondo, che conoscendo perfettamente tutto di noi ci ama senza riserve, senza esigere nulla, senza aspettarsi cambiamenti, non cerca neppure la nostra gratitudine. E noi apparteniamo a questo amore, per esso siamo nati, per esserne saziati ci siamo svegliati oggi. In fondo, a noi non importa di nessuno. Quando le cose si mettono davvero male, quando appare l’assoluta incompatibilità, abbandoniamo anche colui per il quale abbiamo fatto di tutto, persino follie mascherate d’amore. Cristo no. Lui ama e non abbandona mai. Lui ci conosce e non si scandalizza, mai. Lui offre la sua vita per noi, esattamente così come siamo.
Solo riconoscendo la sua voce, sperimentando la nostra appartenenza a Lui possiamo conoscere l’amore autentico, e con esso la libertà e la gioia. Appartenendo a Lui possiamo appartenere alla moglie, al marito, ai figli, al fidanzato, all’amico. Ogni appartenenza umana è inscritta in un’appartenenza più grande, che non si esaurisce, che non scappa e sfilaccia di fronte alla prova. Perchè anche le persone più intime prima di appartenerci appartengono a Cristo, ed ogni rapporto vive solo in questa comune appartenenza a Cristo. Dimenticare questo è trasformarsi in mercenari, non si scappa.
In Cristo possiamo però svestire i panni del mercenario, che sviliscono e deturpano la nostra vita, distruggendo ogni relazione. In Cristo possiamo imparare a donarci senza riserve, ad amare davvero. In Lui possiamo essere deboli, incapaci, peccatori, e non vedere le speranze infrante, le amicizie dissolversi, i matrimoni spezzarsi. In Lui impariamo la pazienza, a non esigere nulla da nessuno, a non esaltare ed assolutizzare nessuna relazione. In Cristo possiamo ritrovare e riconoscere sempre l’altro, anche quando la ragione, il sentimento, e l’esperienza ci spingono a chiuderci e a lasciar perdere. Perchè nell’altro vive Cristo, perchè l’altro è sua proprietà acquistata con il suo sangue, per Lui è santo, da Lui è amato, e nulla si può disprezzare. Perchè l’altro è un dono da Lui ricevuto, non un oggetto che abbiamo comprato con i nostri sforzi e le nostre astuzie, e non abbiamo alcun diritto e alcun credito. Nel Signore possiamo rialzarci e ricominciare sempre, perchè Lui ha offerto la sua vita, è morto per amore, ma è risorto, ha ripreso la sua vita e ce la dona gratuitamente. In Lui possiamo amare perchè possiamo donare la nostra vita, senza posa, senza timore di perdere irrimediabilmente l’altro, liberi e autentici. In Cristo abbiamo il potere di donare tutto perchè tutto è già, per l’eternità, nel forziere del Cielo, il cuore misericordioso di Dio.
San Giovanni Damasceno (circa 675-749), monaco, teologo, dottore della Chiesa Dalla « Dichiarazione di fede », cap. I (trad. dal breviario)
Preghiera di un pastore al Buon Pastore
O Cristo mio Dio, tu hai umiliato te stesso per prendere sulle tue spalle me, pecorella smarrita (Lc 15,5), e farmi pascolare in pascolo verdeggiante e nutrirmi con le acque della retta dottrina (Sal 22,2) per mezzo dei tuoi pastori, i quali, nutriti da te, han poi potuto pascere il tuo gregge… Ora, Signore, tu mi hai chiamato… a servire i tuoi discepoli. No so con quale disegno tu abbia fatto questo; tu solo lo sai. Tuttavia, Signore, alleggerisci il pesante fardello dei miei peccati, con i quali ho gravemente mancato; monda la mia mente e il mio cuore; guidami per la retta via (Sal 22,3) come una lampada luminosa; dammi una parola franca quando apro la bocca; donami una lingua chiara e spedita per mezzo della lingua di fuoco del tuo Spirito(At 2,3) e la tua presenza sempre mi assista. Pascimi, o Signore, e pasci tu con me gli altri, perché il mio cuore non mi pieghi né a destra né a sinistra, ma il tuo Spirito buono mi indizzi sulla retta via perché le mie azioni siano secondo la tua volontà e lo siano veramente fino all’ultimo.
Benedetto XVI. Io sono il Buon Pastore
Omelia del 29 aprile 2012
Il brano evangelico è quello centrale del capitolo 10 di Giovanni e inizia proprio con l’affermazione di Gesù: «Io sono il buon pastore», a cui subito segue la prima caratteristica fondamentale: «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Ecco: qui noi siamo immediatamente condotti al centro, al culmine della rivelazione di Dio come pastore del suo popolo; questo centro e culmine è Gesù, precisamente Gesù che muore sulla croce e risorge dal sepolcro il terzo giorno, risorge con tutta la sua umanità, e in questo modo coinvolge noi, ogni uomo, nel suo passaggio dalla morte alla vita. Questo avvenimento – la Pasqua di Cristo – in cui si realizza pienamente e definitivamente l’opera pastorale di Dio, è un avvenimento sacrificale: perciò il Buon Pastore e il Sommo Sacerdote coincidono nella persona di Gesù che ha dato la vita per noi…. «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Gesù insiste su questa caratteristica essenziale del vero pastore che è Lui stesso: quella del «dare la propria vita». Lo ripete tre volte, e alla fine conclude dicendo: «Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). E’ questo chiaramente il tratto qualificante del pastore così come Gesù lo interpreta in prima persona, secondo la volontà del Padre che lo ha mandato. La figura biblica del re-pastore, che comprende principalmente il compito di reggere il popolo di Dio, di tenerlo unito e guidarlo, tutta questa funzione regale si realizza pienamente in Gesù Cristo nella dimensione sacrificale, nell’offerta della vita. Si realizza, in una parola, nel mistero della Croce, cioè nel supremo atto di umiltà e di amore oblativo. Dice l’abate Teodoro Studita: «Per mezzo della croce noi, pecorelle di Cristo, siamo stati radunati in un unico ovile e siamo destinati alle eterne dimore» (Discorso sull’adorazione della croce: PG 99, 699).
In questa prospettiva orientano le formule del Rito dell’Ordinazione dei Presbiteri, che stiamo celebrando. Ad esempio, tra le domande che riguardano gli «impegni degli eletti», l’ultima, che ha un carattere culminante e in qualche modo sintetico, dice così: «Volete essere sempre più strettamente uniti a Cristo sommo sacerdote, che come vittima pura si è offerto al Padre per noi, consacrando voi stessi a Dio insieme con lui per la salvezza di tutti gli uomini?». Il sacerdote è infatti colui che viene inserito in un modo singolare nel mistero del Sacrificio di Cristo, con una unione personale a Lui, per prolungare la sua missione salvifica. Questa unione, che avviene grazie al Sacramento dell’Ordine, chiede di diventare “sempre più stretta” per la generosa corrispondenza del sacerdote stesso. Per questo, cari Ordinandi, tra poco voi risponderete a questa domanda dicendo: «Sì, con l’aiuto di Dio, lo voglio». Successivamente, nei Riti esplicativi, al momento dell’unzione crismale, il celebrante dice: «Il Signore Gesù Cristo, che il Padre ha consacrato in Spirito Santo e potenza, ti custodisca per la santificazione del suo popolo e per l’offerta del sacrificio». E poi, alla consegna del pane e del vino: «Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Risalta con forza che, per il sacerdote, celebrare ogni giorno la Santa Messa non significa svolgere una funzione rituale, ma compiere una missione che coinvolge interamente e profondamente l’esistenza, in comunione con Cristo risorto che, nella sua Chiesa, continua ad attuare il Sacrificio redentore.
Questa dimensione eucaristica-sacrificale è inseparabile da quella pastorale e ne costituisce il nucleo di verità e di forza salvifica, da cui dipende l’efficacia di ogni attività. Naturalmente non parliamo della efficacia soltanto sul piano psicologico o sociale, ma della fecondità vitale della presenza di Dio al livello umano profondo. La stessa predicazione, le opere, i gesti di vario genere che la Chiesa compie con le sue molteplici iniziative, perderebbero la loro fecondità salvifica se venisse meno la celebrazione del Sacrificio di Cristo. E questa è affidata ai sacerdoti ordinati. In effetti, il presbitero è chiamato a vivere in se stesso ciò che ha sperimentato Gesù in prima persona, cioè a darsi pienamente alla predicazione e alla guarigione dell’uomo da ogni male del corpo e dello spirito, e poi, alla fine, riassumere tutto nel gesto supremo del «dare la vita» per gli uomini, gesto che trova la sua espressione sacramentale nell’Eucaristia, memoriale perpetuo della Pasqua di Gesù. E’ solo attraverso questa «porta» del Sacrificio pasquale che gli uomini e le donne di tutti i tempi e luoghi possono entrare nella vita eterna; è attraverso questa «via santa» che possono compiere l’esodo che li conduce alla «terra promessa» della vera libertà, ai «pascoli erbosi» della pace e della gioia senza fine (cfr Gv 10,7.9; Sal 77,14.20-21; Sal 23,2).