Dal santo Vangelo secondo Marco 5,1-20

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro. 
Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. 
Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti». E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese. 
C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare. 
I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. 
Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

E’ giunto Colui che può domarci. Lui solo. L’unico che conosce la radice nascosta d’ogni nostro peccato, quella che rende impossibile la nostra piena felicità. Lui ha compiuto la traversata in mezzo alla morte, a quanto di più impuro vi sia, l’acre sapore della morte che copre tutto di un manto agghiacciante. Lui ci è venuto a cercare all’altra riva del mare, il territorio pagano dove gettiamo la nostra vita. La vita senza Cristo è una tomba dove dimorare nella peggiore delle schiavitù, quella che impedisce l’amore. La vita senza Cristo è preda di una forza violenta che spezza ogni legame, e a nulla valgono stratagemmi umani, psicologie e terapie. Nessuna catena può nulla contro il potere di una legione di demoni. Si lasciano moglie e figli, accesi dalla passione per una giovane segretaria. Si uccide il figlio del proprio grembo. Si gode delle altrui sciagure, si esaltano l’astuzia e la furbizia, e film come “Febbre da cavallo” sono ormai dei cult. Basta dare un’occhiata alla programmazione cinematografica, ai romanzi e alle serie televisive: truffe, violenza, omicidi seriali, cadaveri stesi sui tavoli delle autopsie come fosse la cosa più naturale, e sesso in tutte le salse, banalizzazione del corpo, della dignità, del pudore. A tutte le ore, per tutte le età, per tutti i gusti. E tutti a gonfiare le cifre dell’auditel, a nutrirsi del cibo avariato di un mondo che non conosce Dio, come zombi che si illudono d’essere liberi da qualsiasi tabù, nel rispetto di ogni tendenza, tolleranti verso ogni desiderio. Il territorio dei Geraseni, la decapoli pagana, ieri come oggi, accanto a noi, dentro di noi. Poi, quando accadono fatti sconvolgenti, quando la misura sembra colmata, ecco le catene, leggi, proclami, indignazioni, e caccia ai responsabili, e tolleranza zero. E si cercano ragioni per il male per tentare di addomesticarlo, dimenticando il suo autore e rendendosene così ancor più schiavi: “La consultazione degli oroscopi, l’astrologia, la chiromanzia, l’interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium occultano una volontà di dominio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste. Sono in contraddizione con l’onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n  2011) Ma è tutto inutile, è tardi per spegnere la playstation, il virtuale ha ingoiato il reale, e immagini, parole e segni hanno ormai cancellato la verità. Nessuno riesce più a domare il male, che, sempre, si rivolge contro chi lo procura, perchè il male è masochistico, sempre. Esso alberga nel cuore dell’uomo, dal quale escono tutti i propositi cattivi. Il male giunge sempre nel luogo da dove è scaturito. La droga, l’alcool, i piercing, i tatuaggi, i pantaloni strappati, e vestiti che umiliano i corpi e le persone che le indossano, e architetture e arte (sic) che esprimono il nulla: sono tutti segni dei conati drammatici che il male rovescia su chi lo porta dentro. Come l’indemoniato di Gerasa che “Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre”.

Ma questi fenomeni che spesso si manifestano anche molto vicino a noi, tra i nostri figli, parenti, amici, non ci sono estranei. Anche ciascuno di noi è come un cavallo selvaggio, indomabile. Quante catene per indurci a ragionare, a soprassedere, a perdonare. Ma l’amore non è una catena da stringere perchè il male non esploda. Occorre un miracolo che guarisca il cuore, che purifichi la fonte. E’ necessario il Signore Gesù. Per questo nel Vangelo di oggi è sintetizzata tutta l’opera che il Padre ha affidato al Figlio. Immagine dell’Incarnazione del Mistero Pasquale e del battesimo, l’episodio presenta il Signore che passa all’altra riva, scendere negli abissi della morte per riscattare l’uomo schiavo del demonio. Questi, all’arrivo di Gesù, gli si fa incontro come attirato da Lui, ed è subito una reazione di sfida, di mormorazione, di rifiuto. Come accade a noi quando ci raggiunge la predicazione, l’annuncio della Verità. “Che hai a che fare con noi…”. Che vuoi Signore, sei venuto a rovinare i nostri piani, la vita pagana nella quale abbiamo immerso la nostra anima? Lo strazio dei peccati, la morte che ci strangola impediscono anche la preghiera, il grido che implori la salvezza. Ma Gesù è Dio e sa riconoscere, nella caricatura che siamo diventati, nell’involucro sporco, immondo e degenerato, il suo stesso volto, il grido disperato che il seme di vita eterna seminato in noi cerca di farsi strada. Gesù riconosce nelle parole blasfeme e terribili del demonio, l’angoscia e la paura di chi ne è posseduto. Anche dentro i nostri rifiuti, nelle cadute, nelle chiusure più ostinate, Gesù sa intercettare l’inganno e il camuffamento del demonio: è lui che rigetta Cristo, noi siamo solo degli schiavi caduti nelle sue trappole, nelle pompe illusorie che ci hanno sedotti. Certo lo abbiamo fatto liberamente, vi è stato almeno un momento in cui abbiamo scelto deliberatamente di dare ascolto alla voce del demonio. Ma Gesù sa che portiamo una natura ferita: per questo, nonostante secoli di ostinazione, è sceso dal Cielo a cercare la pecora perduta, in territorio pagano, nell’accampamento nemico. Non è facile riconoscere il fratello dopo tanto tempo: parla una lingua diversa, i costumi e le abitudini sono completamente cambiati, anche i connotati non sono più gli stessi. Tanti anni tra i pagani lo hanno trasformato in un pagano. Eppure Gesù lo riconosce, non lo giudica, come non ha giudicato il figliol prodigo, o Matteo, o la Maddalena. Gesù guarda con misericordia, con tenerezza e pietà.

E questo suo sguardo si fa subito parola, decisa, autoritaria, creatrice: “Esci da quell’uomo spirito impuro!”. E fa luce sulla Verità, sull’autentica identità di chi ha reso schiavo quel suo fratello, ciascuno di noi, ogni uomo. E’ satana, una legione di demoni, la fonte avvelenata di divisione, morte, e peccato. E’ il padre dell’impurità, perchè si è separato da Dio, e sporca e rende impossibile la comunione con il Padre della Vita  a chiunque cade sotto il suo potere. E’ una mandria di porci, che si rotolano nel loro vomito, che hanno perduto il senso del peccato e la gioia dell’amore. E’ l’assassino che alla fine, per l’opera di Cristo, rivolge contro di se il suo stesso proposito malvagio. Così il demonio precipita nel mare, come l’esercito del faraone, come ogni inganno illuminato dall’amore di Dio. Gesù passa il mare della morte, ci raggiunge laddove l’inganno ci ha precipitato, e ci riporta in vita, come accade nel battesimo, liberi e sani di mente: “Questa liberazione del nostro io dal suo isolamento, questo trovarsi in un nuovo soggetto è un trovarsi nella vastità di Dio e un essere trascinati in una vita che è uscita già ora dal contesto del “muori e divieni”. La grande esplosione della risurrezione ci ha afferrati nel Battesimo per attrarci. Così siamo associati ad una nuova dimensione della vita nella quale, in mezzo alle tribolazioni del nostro tempo, siamo già in qualche modo introdotti. Vivere la propria vita come un continuo entrare in questo spazio aperto” (Benedetto XVI, Omelia nella Veglia di Pasqua,15 aprile 2006).

Lui solo è entrato ed è sceso sino al fondo più buio, a rovinare la legione di demoni che popolano il nostro mondo di tenebre, che ci obbligano alle cose peggiori, schiavi di menzogne e violenze che ci lasciano ogni volta più morti. Le gelosie e i rancori, le concupiscenze e le idolatrie. Lui ha vinto, per noi, anche ora. Possiamo, nelle sue parole liberatrici, rinunciare al mondo e a quelle che si chiamavano un tempo “pomebe diaboli”. Il Vangelo di oggi descrive, nell’indemoniato pagano, proprio gli effetti di queste: “Hugo Rahner ha mostrato questo efficacemente nel suo lavoro sulla “pompa diaboli”: del rito battesimale fa parte infatti la rinuncia alla “pompa del demonio”. Che cosa è? da che cosa qui il cristiano si separava? Di fatto la parola si riferiva innanzitutto al teatro pagano, ai giochi del circo, nei quali lo scannamento di uomini era divenuto uno spettacolo ricercato, crudeltà, violenza, disprezzo dell’uomo era il culmine dell’intrattenimento. Ma con questa rinuncia al teatro si intendeva naturalmente tutto un tipo di cultura o detto meglio: la degenerazione di una cultura, dalla quale innanzitutto doveva separarsi colui che voleva diventare cristiano e che si impegnava a vedere nell’uomo un’immagine di Dio e a vivere come tale” (J. Ratzinger). Qualunque sia oggi la schiavitù che ci opprime, qualunque disordine ci attanagli l’esistenza Lui è qui, ora, a distruggere l’autore di tanto sfacelo, e a ridonarci la dignità, un vestito nuovo come la veste bianca del battesimo, e una mente purificata e sanata nella misericordia, capace di discernere; e ci fa sedere, si, proprio ora, tra i principi, i santi che gli fanno corona, sollevandoci dall’immondizia definitivamente precipitata nell’abisso. E’ per noi oggi pronto il battesimo di misericordia, il perdono capace di ricrearci: “Come vedi, già nella traversata degli Ebrei, in cui l’Egiziano è perito e l’Ebreo s’è salvato, è presente la figura del santo  Battesimo. Che altro ci insegna infatti questo sacramento, se non che la colpa e annegata, l’errore abolito, mentre la pietà e l’innocenza vengono salvate? (S. Ambrogio, de Myst. 12).

Con Cristo giunge la salvezza nella città di oggi e di ogni tempo. Essendo immagine del battesimo, della vittoria di Cristo sugli idoli di questo mondo, il Vangelo di oggi presenta la missione della Chiesa tra i gentili, i pagani, la cosiddetta “Missio ad gentes”. La Chiesa che nasce dalle acque del battesimo, che attraversa le acque della morte e reca ovunque la vita, “sbarca” nell’oscurità della terra pagana, attirando a sé i demoni. E’ questo un tratto inconfondibile della missione della Chiesa: attira i demoni per essere da essi rifiutata. Così si compie la sua missione, identica a quella del suo Signore: cacciare fuori il diavolo, gettarlo lontano dagli uomini, attraverso la Croce di Cristo. Ovunque vi sarà un resto di riscattati che, pur non entrando giuridicamente nella Chiesa come l’indemoniato sanato del Vangelo non è entrato nel seguito di Gesù, annuncerà, attraverso la sua stessa vita redenta, la vittoria di Cristo, e sarà un segno dell’amore di Dio in terra pagana. Cristo e i suoi saranno comunque rifiutati, pregati di lasciare quel territorio, spesso con la violenza che giunge al martirio, figlia della paura di veder distrutte le proprie certezze. Ma il segno di salvezza, la certezza dell’amore di Dio, rimarrà per sempre come una testimonianza e una chiamata a conversione per ogni luogo, per ogni famiglia; unita al rifiuto caricato sulle spalle degli apostoli, sarà come una primizia e una porta dischiusa sulla salvezza per ogni uomo.

Benedetto XVI. La rinuncia a satana e il sì a Cristo.


Omelia Festa del Battesimo del Signore, Cappella Sistina, 8 gennaio 2006

Nella Chiesa antica questi «no» erano riassunti in una parola che per gli uomini di quel tempo era ben comprensibile: si rinuncia -così si diceva -alla «pompa diabuli», cioè alla promessa di vita in abbondanza, di quell’apparenza di vita che sembrava venire dal mondo pagano, dalle sue libertà, dal suo modo di vivere solo secondo ciò che piaceva. Era quindi un «no» ad una cultura apparentemente di abbondanza di vita, ma che in realtà era una «anticultura» della morte. Era il «no» a quegli spettacoli dove  la morte, la crudeltà, la violenza erano diventati divertimento. Pensiamo a quanto si realizzava nel Colosseo o qui, nei giardini  di Nerone, dove gli uomini erano accesi come torce viventi. La crudeltà e la violenza erano divenuti un motivo di divertimento, una vera perversione della gioia, del vero senso della vita. Questa «pompa diabuli», questa «anticultura» della morte era una perversione della gioia, era amore della menzogna, della truffa, era abuso del corpo come merce e come commercio.

E se adesso riflettiamo, possiamo dire che anche nel nostro tempo è necessario dire un «no» alla cultura ampiamente dominante della morte. Un’«anticultura» che si manifesta, per esempio, nella droga, nella fuga dal reale verso l’illusorio, verso una felicità falsa che si esprime nella menzogna, nella truffa, nell’ingiustizia, nel disprezzo dell’altro, della solidarietà, della responsabilità per i poveri e per i sofferenti; che si esprime in una sessualità che diventa puro  divertimento senza responsabilità, che diventa una «cosificazione» – per così dire – dell’uomo, che non è più considerato persona, degno di un amore personale che esige fedeltà, ma  diventa merce, un mero oggetto. A questa promessa di apparente felicità, a questa «pompa» di una vita apparente che in realtà è solo strumento di morte, a questa «anticultura» diciamo «no», per coltivare la cultura della vita. Per questo il «sì» cristiano, dai tempi antichi fino ad oggi, è un grande «sì» alla vita. Questo è il nostro «sì» a Cristo, il «sì» al vincitore della morte e il «sì» alla vita nel tempo e nell’eternità.

Papa Benedetto XVI
Udienza generale del 03/12/08 – Copyright © Libreria Editrice Vaticana

«Esci, spirito immondo, da quest’uomo!»

Quindi il fatto del potere del male nel cuore umano e nella storia umana è innegabile. La questione è: come si spiega questo male?… La fede ci dice che non ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, ma c’è un solo principio, il Dio creatore, e questo principio è buono, solo buono, senza ombra di male. E perciò anche l’essere non è un misto di bene e male; l’essere come tale è buono e perciò è bene essere, è bene vivere. Questo è il lieto annuncio della fede: c’è solo una fonte buona, il Creatore…
Poi segue un mistero di buio, di notte. Il male non viene dalla fonte dell’essere stesso, non è ugualmente originario. Il male viene da una libertà creata, da una libertà abusata. Come è stato possibile, come è successo? Questo rimane oscuro. Il male non è logico. Solo Dio e il bene sono logici, sono luce. Il male rimane misterioso… Possiamo indovinare, non spiegare; neppure possiamo raccontarlo come un fatto accanto all’altro, perché è una realtà più profonda. Rimane un mistero di buio, di notte.
Ma si aggiunge subito un mistero di luce. Il male viene da una fonte subordinata. Dio con la sua luce è più forte. E perciò il male può essere superato. Perciò la creatura, l’uomo, è sanabile. Le visioni dualiste, anche il monismo dell’evoluzionismo, non possono dire che l’uomo sia sanabile; ma se il male viene solo da una fonte subordinata, rimane vero che l’uomo è sanabile… E finalmente, ultimo punto, l’uomo non è solo sanabile, è sanato di fatto. Dio ha introdotto la guarigione. È entrato in persona nella storia. Alla permanente fonte del male ha opposto una fonte di puro bene. Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, oppone al fiume sporco del male un fiume di luce. E questo fiume è presente nelle storia: vediamo i santi, i grandi santi ma anche gli umili santi, i semplici fedeli. Vediamo che il fiume di luce che viene da Cristo è presente, è forte.

Joseph Ratzinger. La conversione dei pagani nei primi secoli

Vorrei proporre per questo itinerario di incontro e di confronto culturale un’immagine, che ho trovato in Basilio il Grande (+ 379), il quale nel confronto con la cultura greca del suo tempo si vide posto davanti ad un compito assai simile a quello che è posto a noi. Basilio si riallaccia all’autopresentazione del profeta Amos, il quale diceva di sé: “Pastore sono e coltivatore di sicomori” (7,14). La traduzione greca del libro del profeta, la LXX, rende in modo più chiaro nel seguente modo l’ultima espressione: “Io ero uno, che taglia i sicomori”. La traduzione si fonda sul fatto che i frutti del sicomoro devono essere incisi prima del raccolto, poi maturano entro pochi giorni. Basilio presuppone nel suo commentario ad Is. 9, 10 questa prassi, infatti egli scrive: “Il sicomoro è un albero, che produce moltissimi frutti. Ma non hanno alcun sapore, se non li si incide accuratamente e non si lascia fuoriuscire il loro succo, cosicché divengano gradevoli al gusto. Per questo motivo, noi riteniamo, (il sicomoro) è un simbolo per l’insieme dei popoli pagani: esso forma una gran quantità, ma è allo stesso tempo insipido. Ciò deriva dalla vita secondo le abitudini pagane. Quando si riesce a inciderla con il Logos, si trasforma, diviene gustosa e utilizzabile”. Christian Gnilka commenta così questo passo: “In questo simbolo si trovano l’ampiezza, la ricchezza, la fastosità del paganesimo… ma anche si trova qui il suo limite: così come è, è insipido, inutilizzabile. Necessita di un cambiamento totale, ma questo cambiamento non distrugge la sostanza, ma le dà la qualità che le manca… I frutti restano frutti; la loro abbondanza non viene diminuita, ma riconosciuta come pregio… D’altra parte la trasformazione necessaria non potrebbe essere sottolineata in modo più forte dal punto di vista dell’immagine se non proprio dicendo che si rende commestibile, ciò che prima non era fruibile. Nella ‘fuoriuscita’ del succo inoltre sembra alludersi al processo di purificazione”. Ancora una cosa si deve notare: la trasformazione necessaria non può derivare da una proprietà dell’albero e del suo frutto – è necessario un intervento del coltivatore, un intervento dall’esterno. Applicando questo al paganesimo, a ciò che è proprio della cultura umana, ciò significa: il Logos stesso deve incidere le nostre culture ed i suoi frutti, cosicché ciò che non era fruibile venga purificato e non divenga soltanto fruibile, ma buono. Osservando attentamente il testo e le sue affermazioni, possiamo aggiungere un’ulteriore considerazione: sì, ultimamente è solo il Logos stesso, che può condurre le nostre culture alla loro autentica purezza e maturità, ma il Logos ha bisogno dei suoi servitori, dei “coltivatori di sicomori”: l’intervento necessario presuppone competenza, conoscenza dei frutti e del loro processo di maturazione, esperienza e pazienza. Poiché Basilio parla qui dell’insieme dei pagani e delle loro abitudini, è evidente che in questa immagine non si tratta semplicemente della guida individuale delle anime, ma della purificazione e della maturazione delle culture, tanto più che la parola “abitudini” (mores) è una delle parole, che corrispondono presso i padri più o meno al nostro concetto di cultura. Così in questo testo è rappresentato esattamente ciò, su cui ci stiamo interrogando: il percorso dell’evangelizzazione nell’ambito della cultura, il rapporto del vangelo con la cultura. Il vangelo non sta accanto alla cultura. Non è rivolto semplicemente all’individuo, ma alla cultura, che plasma la crescita ed il divenire spirituale del singolo, la sua fecondità o infecondità per Dio e per il mondo. L’evangelizzazione non è neppure un semplice adattarsi alla cultura, ovvero un rivestirsi con elementi della cultura nel senso di un concetto superficiale di inculturazione, che ritiene siano sufficienti un paio di innovazioni nella liturgia e espressioni linguistiche cambiate. No, il vangelo è un taglio – una purificazione, che diviene maturazione e risanamento. È un taglio, che esige paziente approfondimento e comprensione, cosicché esso sia fatto nel momento giusto, nella fattispecie giusta e nel modo giusto, che esige quindi sensibilità, comprensione della cultura dal suo interno, dei suoi rischi e delle sue possibilità nascoste o anche palesi. Così è evidente che questo taglio “non è affare di un momento, al quale dovrebbe poi semplicemente seguire una ovvia maturazione”, ma è necessario un continuo paziente incontro fra il Logos e la cultura, mediato dal servizio dei credenti.

Hugo Rahner ha mostrato questo efficacemente nel suo lavoro sulla “pompa diaboli”: del rito battesimale fa parte infatti la rinuncia alla “pompa del demonio”. Che cosa è? da che cosa qui il cristiano si separava? Di fatto la parola si riferiva innanzitutto al teatro pagano, ai giochi del circo, nei quali lo scannamento di uomini era divenuto uno spettacolo ricercato, crudeltà, violenza, disprezzo dell’uomo era il culmine dell’intrattenimento. Ma con questa rinuncia al teatro si intendeva naturalmente tutto un tipo di cultura o detto meglio: la degenerazione di una cultura, dalla quale innanzitutto doveva separarsi colui che voleva diventare cristiano e che si impegnava a vedere nell’uomo un’immagine di Dio e a vivere come tale. Così questa rinuncia battesimale è espressione sintetica del carattere critico nei confronti della cultura che è tipico del cristianesimo ed un contrassegno per il “taglio”, che qui si rende necessario. …  Divenire cristiano necessita un rapporto vitale, nel quale si possano realizzare risanamento e trasformazione della cultura. L’evangelizzazione non è mai soltanto una comunicazione intellettuale, essa è un processo vitale, una purificazione ed una trasformazione della nostra esistenza, e per questo è necessario un cammino comune. Perciò la catechesi deve necessariamente assumere la forma del catecumenato, nel quale si possano compiere i necessari risanamenti, nel quale soprattutto viene stabilito il rapporto fra pensiero e vita. Eloquente è al riguardo il racconto, che Cipriano di Cartagine (+ 258) ha dato della sua conversione alla fede cristiana. Egli ci racconta che prima della sua conversione e battesimo non poteva affatto immaginarsi, come si potesse mai vivere da cristiano e superare le abitudini del suo tempo. Egli fornisce in proposito una cruda descrizione di quelle abitudini, che ricorda proprio le Satire di Giovenale, ma anche fa pensare al contesto vitale, nel quale oggi devono vivere i giovani: si può qui essere cristiani? non è questa una forma di vita superata? Quanti si chiedono questo, a ragione in realtà parlando da un punto di vista puramente umano. Ma l’impossibile, così narra Cipriano, fu reso possibile per la grazia di Dio ed il sacramento della rinascita, che naturalmente è considerato nel luogo concreto, nel quale esso può divenire efficace: nel cammino comune dei credenti, che aprono una via alternativa da vivere e la mostrano come possibile. Qui siamo ora di nuovo al tema della cultura, al tema del “taglio”. Infatti Cipriano parla proprio della violenza delle “abitudini”, cioè di una cultura, che fa apparire la fede come impossibile. Più di cento anni dopo Gregorio di Nazianzo (+ 390) esalta la conversione di Cipriano con le seguenti parole: “Per le sue conoscenze… rendono testimonianza anche le opere, di cui egli compose molte e notevoli per il nostro argomento, dopo che, grazie alla bontà di Dio, ‘che tutto crea’ e ‘volge al meglio’ (Amos 5,8 LXX) egli aveva messo in salvo la sua formazione precedente portandola da questa parte e aveva sottomesso l’irragionevolezza alla ragione”. Proprio perché egli sul cammino della conversione, mediante il taglio del Logos, ha trasformato la cultura del suo mondo, egli ha “messo in salvo” ciò che di essenziale e di vero essa conteneva. Mediante l’incisione nel sicomoro della cultura antica i Padri l’hanno nel complesso “messa in salvo” per noi e trasformata da strumento marcio in un frutto grandioso. Questo è il compito, che oggi è a noi proposto nei confronti della cultura secolarizzata del nostro tempo – questo è evangelizzazione della cultura.