Dal Vangelo secondo Luca 4,24-30.
Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria.
Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese;
ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone.
C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno;
si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio.
Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

“L’elemento essenziale del profeta non è quello di predire i futuri avvenimenti; il profeta è colui che dice la verità perché è in contatto con Dio e cioè si tratta della verità valida per oggi che naturalmente illumina anche il futuro” (Joseph Ratzinger). In quell’oggi nella sinagoga di Nazaret esplodeva una verità sconvolgente: la profezia appena proclamata si era compiuta in Gesù, il figlio di Giuseppe il carpentiere. Dio ha voluto avvolgere di mistero l’identità del Figlio per svelare il mistero del cuore dell’uomo. La carne ed il sangue, da soli, non possono vedere Dio e non morire: “Troppo grande è la forza di verità e di luce! Se l’uomo tocca questa corrente assoluta, non sopravvive” (Benedetto XVI, Catechesi all’Udienza generale del 5 maggio 2010). Per vedere Dio e sopravvivere occorre un cuore puro. Da esso come da una fonte intima dell’uomo deve scaturire un’acqua pura capace di irrigare i sensi, la ragione e gli affetti per riconoscere le sembianze di Dio nelle persone e negli eventi. Per i concittadini di Gesù si trattava dunque di una questione di cuore, qualcosa che muove la ragione e la sospinge verso un abbraccio che accolga, riconosca, ami davvero. Avevano vissuto con Gesù, ma in fondo Egli era stato per loro indifferente; anni a contatto con Lui ma non lo avevano amato, e per questo non avevano potuto cogliere il suo mistero.

Gesù, nel suo mistero, si rivela profeta e profezia, ed è rifiutato. Gesù non è amato, il mistero che lo avvolge scandalizza e genera ira e violenza. I suoi, “figli dello stesso padre” – la parola Patria, in greco come in latino ed in italiano deriva da padre – non lo possono afferrare e possedere attraverso la carne e il pensiero, perchè Egli passa e sfugge ad ogni dominio; l’occhio del loro cuore è impuro, paralizzato sulla soglia del mistero. Accoglierlo significherebbe riconoscere la propria debolezza, il bisogno di purificazione e perdono, umiliarsi e inchinarsi di fronte a qualcosa di più grande, sconosciuto, che nel rivelarsi illumina e sazia. Riconoscerlo nel suo mistero significherebbe riconoscersi peccatori.

Non è dunque la familiarità sociale o di sangue che determina la conoscenza. La vedova di Zarepta e Naaman il Siro erano pagani, e hanno visto Dio. L’indigenza e il bisogno ne avevano purificato il cuore. Può vedere Dio solo l’occhio purificato dal crogiuolo della sofferenza. Perchè la vera Patria di Gesù non è la Nazaret geografica e i “suoi” non sono quelli che vi sono nati. La Patria di Gesù è la Croce e i suoi compatrioti sono i peccatori. Per loro si è fatto peccato, con loro ha condiviso il destino di morte, per trasformarlo in destino di perdono e di vita. E’ questo il mistero celato in Gesù di Nazaret, il Messia sofferente, il Servo di Yahwè umiliato, disprezzato, rifiuto degli uomini, l’agnello che si è caricato di ogni iniquità.

Anche noi all’apparire del mistero che avvolge chi ci è vicino, temiamo e ci difendiamo chiudendoci a riccio. Amare il mistero celato nell’altro infatti è la condizione perchè egli entri a far parte di noi stessi, ci stupisca e coinvolga nel prodigio di cui è profezia. L’amore per il mistero è la condizione per la castità, dei sentimenti come della carne, porta dischiusa alla purezza del cuore capace di vedere trsfigurata la realtà. Si può vivere anni accanto ad una persona, alla moglie, al marito, ai figli, e non aver amato neanche per un giorno il mistero che li avvolge. Siamo indisponibili ad accogliere quanto potrebbe sconvolgere le nostre esistenze, preferiamo presidiare il poco che abbiamo tra le mani, esaltandolo a criterio e verità assoluti. Ci illudiamo di conoscere, mentre possediamo per non temere di perdere. E così ci ritroviamo a spingere l’altro sul “ciglio del monte per buttarlo nel precipizio”, nell’estremo tentativo di far tacere quel mistero che bussa, tenace, alla porta del nostro cuore. L’esito di ogni possesso infatti, è l’omicidio dell’altro. Moglie, marito, chiunque interpelli il nostro cuore ci svela indigenti e inadeguati, peccatori. Il mistero racchiuso nel prossimo è una chiamata all’amore, e ne siamo sprovvisti.

Abbiamo bisogno di un cuore contrito e umiliato, un cuore puro capace di vedere Dio nell’amore incarnato in suo Figlio. Paradossalmente, un cuore puro è un cuore che riconosce d’essere malato, sentina di vizi e fonte di peccatoE lì, nella realtà, riconoscere in Gesù il fratello, il compatriota che ha condiviso la nostra patria di morte. Per il nostro cuore vedovo e lebbroso è oggi la Buona Notizia, la profezia che viene a compiere il Profeta nella sua Patria. In ogni persona che si affaccia all’uscio del nostro cuore è nascosto il mistero di Cristo mendicante il nostro amore e, allo stesso tempo, il suo mistero di misericordia rigenerante. Egli mendica e dona nello stesso momento. Vedere il Messia, il Salvatore, nell’altro è dunque incamminarsi con Lui sul sentiero della Croce, La Patria d’amore dove, amati, impariamo ad amare. “Il vedere si realizza nella sequela, che significa vivere nel luogo dove Gesù dimora. Questo luogo è la sua passione, qui soltanto è presente la sua gloria. Che cos’è accaduto? L’idea del “vedere” ha assunto una dinamica insospettata. Si vede prendendo parte alla passione di Gesù. Acquista così tutto il suo alto significato la profezia: “Guarderanno a colui che hanno trafitto”. Vedere Gesù, vedendo in lui allo stesso tempo il Padre, è un atto dell’intera esistenza” (Joseph Ratzinger).

Éloi Leclerc, La sapienza di un povero.

NON SI PUO’ IMPEDIRE AL SOLE DI ILLUMINARE IL MONDO

«Tornerò presto», aveva detto Francesco alla donna. Dopo pochi giorni, egli si rimise in cammino, sul far della sera, con frate Leone per recarsi presso il bambino ammalato. Portava con sé quel sacchetto di semi di fiori che sorella Chiara gli aveva dato quando era passato da San Damiano.

Li seminerò sotto la finestra dei bambini, pensava Francesco; fornirò in tal modo un po’ di gioia ai loro sguardi. Quand’essi vedranno la loro casupola tutta fiorita, l’ameranno di più. Ed è tanto diverso quando si son visti dei fiori negli anni dell’infanzia.

Francesco si lasciava cullare da questi pensieri, mentre seguiva Leone attraverso i boschi. Essi erano soliti camminare in silenzio dentro la grande natura. Scesero lungo il pendio d’un burrone, in fondo al quale s’udiva gemere un torrente. Il luogo era solitario e bello d’una bellezza selvaggia e pura. L’acqua schiumeggiava sulle rocce, ilare e chiara, piena di fugaci riflessi azzurrini. Se ne diffondeva un gran senso di fresco, che s’insinuava nel sottobosco circostante. Alcuni ginepri erano fioriti qua e là fra le rocce al di sopra dell’acqua tumultuosa.

– Nostra sorella acqua! – esclamò Francesco avvicinandosi al torrente. – La tua purezza canta l’innocenza di Dio!

Saltando dall’una all’altra pietra, Leone si affrettò ad attraversare il torrente. Francesco gli tenne dietro, ma ci impiegò più tempo. Leone, che lo aspettava in piedi sull’altra riva, guardava l’acqua limpida che scorreva veloce sulla sabbia dorata dal sole fra le rocce grigie. Quando Francesco l’ebbe raggiunto, Leone stava ancora nella sua attitudine contemplativa. Pareva che non potesse più distaccarsi da quello spettacolo. Francesco lo guardò e lo sorprese triste.

– Hai l’aria pensosa – gli disse Francesco.

– Se noi potessimo disporre di un po’ di questa purezza – rispose Leone – potremmo conoscere anche noi la gioia folle ed esuberante della nostra sorella acqua, nonché il suo slancio irresistibile.

Traspariva in queste parole una profonda nostalgia. E lo sguardo di Leone fissava, colmo di tristezza, il ruscello che continuava a scorrere nella sua inafferrabile purezza.

– Vieni – disse Francesco, tirandolo per un braccio.

E ripresero entrambi il cammino. Dopo una pausa di silenzio, Francesco chiese a Leone:

– Sai tu, fratello, in che cosa consiste la purezza del cuore?

– Nel non aver nessuna colpa da rimproverarsi – ribatté Leone senza esitare.

– Allora comprendo la tua tristezza – soggiunse Francesco – giacché abbiamo sempre qualcosa da rimproverarci.

– Sì – soggiunse Leone – ed è questo pensiero che mi fa disperare d’attingere un giorno la purezza del cuore.

– Ah, frate Leone, credimi – ribatté Francesco; – non ti preoccupare tanto della purezza dell’anima tua. Volgi lo sguardo a Dio. Ammiralo. Rallegrati di Lui che è tutto e soltanto santità. Rendigli grazie per Lui stesso. Questo, appunto, significa avere il cuore puro.

– E quando ti rivolgi a Dio così, guardati bene dal tornare a ripiegarti su te stesso. Non chiederti mai a che punto sei con Dio. La tristezza che provi nel sentirti imperfetto e peccatore è un sentimento ancora umano, troppo umano. Bisogna guardare più in alto, molto più in alto. C’è Dio, l’immensità di Dio ed il suo inalterabile splendore. Il cuore puro è quel cuore che non cessa di adorare il Signore vivo e vero. Il cuore puro non si interessa che alla esistenza stessa di Dio, ed è capace, pur in mezzo alle sue miserie, di vibrare al pensiero dell’eterna innocenza e dell’eterna gioia di Dio. Un cuore siffatto è al tempo stesso sgombro e ricolmo. Gli basta che Dio sia Dio. In questo pensiero il cuore trova tutta la sua pace, e tutta la sua gioia. E Dio stesso diventa allora tutta la sua santità.

– Dio, nondimeno, esige da noi che ci si sforzi d’essergli fedeli – fece osservare Leone.

– Sì, senza dubbio – soggiunse Francesco. – Ma la santità non consiste in un compimento del proprio essere, né in uno stato di pienezza. La santità consiste, innanzitutto, in un vuoto che si scopre in noi e si accetta, e che Dio ricolma di sé nella misura in cui noi ci si apre alla sua pienezza.

«La nostra miseria, allorché viene accettata, diventa lo spazio libero dove Dio può ancora creare. Il Signore non consente a nessuno di togliergli la gloria. Egli è il Signore, l’Essere unico, il solo Santo. Ma prende il povero per mano, lo estrae dal suo fango e lo invita a sedere fra i principi del suo popolo, perché prenda visione della sua gloria. Dio diventa in tal modo l’azzurro dell’anima sua.

«Contemplare la gloria di Dio, frate Leone, scoprire che Dio è Dio, e Dio per sempre, ben oltre la nostra condizione umana, rallegrarci di Lui, estasiarci dinanzi alla sua eterna giovinezza, rendergli grazie per Lui stesso e per la sua misericordia che non verrà mai meno, tutto ciò costituisce la più profonda esigenza di quell’amore che lo Spirito di Dio non cessa di diffondere nei nostri cuori. In ciò, appunto, consiste per noi l’avere il cuore puro.

«Ma questa purezza non si ottiene con la forza dei pugni tesi né con lo spasimo.

– E come, allora? – chiese Leone.

– Bisogna semplicemente spogliarci di tutto. Far piazza pulita. Accettare la nostra povertà. Rinunciare a tutto ciò che pesa, perfino al peso dei nostri peccati. Non veder altro che la gloria del Signore e lasciarcene irradiare. Ci basta che Dio esista. Allora il cuore si fa più leggero e non sente più se stesso, come l’allodola inebriata di spazio e d’azzurro. Libero da ogni cruccio e preoccupazione, il cuore non aspira se non ad una perfezione che coincide con la pura e semplice volontà divina.

Leone ascoltava sopra pensiero, camminando davanti a Francesco. Ma a mano a mano che procedeva, sentiva il suo cuore farsi più leggero e pieno di pace.