Dal Vangelo secondo Marco 3,22-30.

Ma gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni». Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: «Come può satana scacciare satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa. In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «E’ posseduto da uno spirito immondo».

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Il Cielo, quando appare sulla terra, getta sempre scompiglio. Fin dal Principio, lo Spirito Santo, il respiro di Dio, l’amore che alberga nel seno stesso della Trinità, ha realizzato, come un fedele operaio, la volontà e la Parola del Padre. “Pensi alla creazione?; essa fu operata nello Spirito Santo che consolidava e ornava i cieli. Pensi alla venuta di Cristo? Lo Spirito l’ha prepa­rata e poi, nella pienezza dei tempi, l’ha realizzata discen­dendo su Maria. Pensi alla formazione della Chiesa? Essa è opera dello Spirito Santo. Pensi alla parusia? Lo Spirito non sarà assente neppure allora, quando i morti sorgeranno dalla terra e si rivelerà dal cielo il nostro Salvatore” (san Basilio, De Spiritu Sancto, 16 e 19). L’opera dello Spirito Santo fu chiara sin dal Principio quando “Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso (Gen. 1, 1s.)”. La terra non aveva un ordine, vi regnava il lugubre silenzio della solitudine, l’angoscia si poteva toccare, come le tenebre fitte che la avvolgevano. E proprio su questo caos, alla Parola del Padre, planò «lo Spirito di Dio», e fu la luce, la separazione, l’ordine, l’armonia; tutto cominciò ad assumere il suo aspetto autentico trovando il proprio posto: le acque si raccolsero nel mare, le erbe e i semi germogliarono sulla terra, gli astri brillarono nel cielo, la notte fu distinta dal giorno.

Lo Spirito Santo aveva messo ordine, l’amore aveva dato senso ad ogni cosa. Lo Spirito di Dio, separando, distinguendo, ha detto, fatto e rivelato la Verità; la prima, fondamentale: l’uomo non è Dio, perchè Dio è diverso dall’uomo e, quindi, non è come vorremmo che fosse. Dio è Dio, l’uomo è creatura; e l’uomo ha bisogno di Dio, senza di Lui non può far nulla, anche quello che sembra poter fare non è altro che fumo, vanità, opere morte pronte a corrompersi. Infatti “Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine­ (Gen. 1, 26)”. Plasmò l’uomo con il fango della terra. Certo diverso, più evoluto degli altri animali, ma tuttavia ancora una creatura guidata dagli istinti, senza la luce della ragione. Poi, “Dio soffiò nelle sue narici uno spirito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen. 2, 7).

Lo Spirito di Dio adesso ordina l’uomo rendendolo un essere spirituale, immagine del suo Creatore con il quale poter dialogare in intimità, obbedienza e amore. Penetrando nell’uomo, lo Spirito vi ha deposto il dono più grande, terribile e dolce ad un tempo, la libertà. In essa l’uomo avrebbe potuto amare davvero, ma anche odiare, obbedire o disobbedire. E fu disobbedienza, e fu un’altra separazione, tragica e dolorosa. Laddove la giusta separazione tra Creatore e creatura era stata come colmata dall’amore obbediente, la disobbedienza aveva scavato un’altra separazione, un abisso di lontananza che aveva rigettato uomo e universo nel caos.

Ma Dio, che non è uomo, non si è arreso al male: “L’amore appassionato di Dio per il suo popolo — per l’uomo — è nello stesso tempo un amore che perdona. Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia. Il cristiano vede, in questo, già profilarsi velatamente il mistero della Croce: Dio ama tanto l’uomo che, facendosi uomo Egli stesso, lo segue fin nella morte e in questo modo riconcilia giustizia e amore” (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 10). Dio ha tratto il suo Figlio dalla carne della Vergine Maria come in principio aveva tratto Adamo dalla terra vergine, per opera dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo appare di nuovo sull’uscio della nuova e definitiva ricreazione. Nel seno di Maria, come nel seno dell’umanità, riporta l’ordine e il senso perduti. Il Cielo scende di nuovo sulla terra, ed è il Cielo più puro, più limpido, l’Amore incorruttibile nel seno incorruttibile della Vergine Maria. E lo Spirito non abbandona più Gesù, lo consacra in potenza nelle acque del Giordano; lo “getta” nell’arena del deserto per combattere e vincere nella lotta con satana; lo colma di sè per annunciare la Buona Notizia; lo assiste nei miracoli che liberano i poveri, i piccoli, i peccatori; lo sostiene con grida e gemiti nell’ora della prova; lo accompagna sul ciglio della vita per essere effuso, nell’ultimo respiro, su ogni uomo, un soffio infinito di amore e misericordia a perdonare ogni peccato.

Questa è l’opera dello Spirito Santo, l’ordine che spazza via il caos, che muove l’uomo più forte che entra nella casa di un uomo forte per legarlo e rubargli le sue cose. L’opera dello Spirito Santo in Gesù di Nazaret, duemila anni fa a Cafarnao come oggi nella nostra vita. Sospinto da un amore incontenibile entra oggi nel caos che distrugge le nostre esistenze, il disordine affettivo, la confusione idolatrica che ci getta in ginocchio in una stolta adorazione di idoli muti, denaro, potere, onore, rispetto, lavoro, vacanze, diritti, libertà e autonomia, indipendenza.

Entra Gesù nella nostra casa e lega l’uomo forte. E’ forte il demonio, molto più forte di noi, e ogni sua parola, ogni suo inganno mira a un unico obiettivo: farci dubitare di Dio, disperare del suo amore, bestemmiare contro lo Spirito Santo. Il demonio sa che in Cristo ogni peccato sarà perdonato, conosce il cammino dato all’uomo per salvarsi, la conversione e l’umiltà, riconoscere i propri peccati, lasciarsi ferire dal dardo dell’amore di Dio e consegnarli ogni sudiciume. Belzeebul significa infatti Baal del sudiciume, signore dell’impuro. Il demonio sa che, sbattuto dinanzi alla Croce, non può assolutamente nulla. Per questo induce l’uomo a sottrarsi alla Croce, all’umiltà, al riconoscersi debole e al riconoscere lui come il forte; si nasconde, e scuote la ragione mostrando l’assurdo di un amore che “si rivolge contro se stesso”. In fondo vi è caduto anche Mosè, quando ha dubitato che Dio non avrebbe potuto avere ancora misericordia di un Popolo tanto ostinato, e per questo non è entrato nella Terra. Ha dubitato anche Pietro, ed era satana, di fronte all’annuncio della stoltezza e della follia della Croce, di quell’amore inconcepibile.

Dubitiamo anche noi e ci risvegliamo sulla soglia della bestemmia contro lo Spirito Santo. Le parole “bestemmia” e “blasfemia” derivano entrambe dal greco blasphêmía, derivato da “ingiuriare”, e da “reputazione”, da cui deriva blasphemia in latino, che denota letteralmente la diffamazione. Ci troviamo soggiogati da un aguzzino feroce, in situazioni inestricabili, il marito violento, il lavoro insopportabile, un’amicizia tradita, un figlio schiavo della droga, i debiti, la Croce. E non vediamo nessuna via d’uscita ragionevole. Tutto sembra cospirare contro di noi, ed i miracoli, le opere d’amore compiute da Dio in nostro favore si rivestono di una tenebra sinistra, il veleno del dubbio, “che non sia tutto un caso, un inganno?”. E cominciamo ad insultare, a diffamare Dio. Stringiamo i pugni, cediamo all’arroganza e alla superbia, architettiamo soluzioni e compromessi, e lasciamo Dio fuori dalla porta. La storia della salvezza, la creazione che ci ha sottratti al caos diviene ai nostri occhi un tragico scherzo del destino, coincidenze che ci hanno tratto in inganno. Mia moglie non cambierà mai, questo cancro distruggerà in un sol colpo ogni speranza, i soldi non mi basteranno, non troverò lavoro, tantomeno un fidanzato. Non cambierò mai, gli stessi peccati mi inchioderanno alla dannazione.

Così, come ha scritto Romano Guardini, “il no, il male, il nulla si fanno momenti gravidi di contenuto, ‘valori antivalenti’, potenze del mondo… Il no viene considerato come appartenente al sì, il nulla come appartenente all’essere, il male come appartenente al bene: in ultima analisi, ed in maniera espressa, l’elemento satanico come appartenente a Dio, il che, secondo Matteo è il peccato in assoluto, la bestemmia contro lo Spirito Santo” (R. Guardini, Senso della teoria degli opposti). Diveniamo allora stolti come gli scribi scesi da Gerusalemme, incapaci di ragionare le cose più semplici, come il fatto che un regno diviso non può aver potere, che satana non può rivoltarsi contro se stesso. La stoltezza che nega l’evidenza del bene è la peggiore, è la condanna più atroce, quella che ci fa vivere come dei topi in gabbia. Il caos antecedente la creazione torna a sconvolgere le nostre vite, al punto di sbarrarci le porte alla conversione. San Tommaso d’Aquino afferma che il peccato contro lo Spirito Santo “si dice irremissibile… perché toglie i mezzi con i quali ci compie la remissione dei peccati” (S.Th. II, 14,3). Una “impermeabilità della coscienza” (Giovanni Paolo II) si impossessa del nostro intimo, ci getta nello sconforto e in una sorta di depressione spirituale.

Ma giunge oggi il Signore, ed è il più forte. Il suo potere è senza limiti. Il suo amore squarcia i Cieli e discende nella profondità più recessa del nostro intimo, laddove abbiamo alzato bandiera bianca, arrendendoci alla nostra debolezza. E prende per mano proprio questa debolezza, la schiavitù, il dubbio. E lega il demonio, incatena la menzogna, azzittisce l’orgoglio. Viene oggi il Signore ad aprirci gli occhi, e ci fa suo bottino, proprietà eterna del suo amore. Entra la Luce, il soffio dello Spirito a svelare la Verità: in ogni evento alberga un germe d’amore e di vita, il mistero nascosto agli angeli, l’amore fatto carne nei nostri fallimenti, in tutto quello che ci aveva condotti sull’orlo del baratro. Forte, il Signore ci fa forti della sua fedeltà, ci strappa dalle mani del demonio, riporta ordine e pace, e ogni cosa al suo posto, nello scrigno della Sua volontà. Nulla è senza senso, ogni istante della nostra vita è la tessera di un mosaico d’amore. Viene Gesù e nel cuore e sulle labbra, laddove affiorava maligna la bestemmia, depone un canto di lode e di benedizione.

Il peccato contro lo Spirito Santo – Giovanni Paolo II, “Dominum et vivificantem”

– 46 – Sullo sfondo di ciò che abbiamo detto finora, diventano più comprensibili alcune altre parole, impressionanti e sconvolgenti, di Gesù.
Le potremmo chiamare le parole del “non-perdono”.
Esse ci sono riferite dai Sinottici (Vangeli sinottici sono i tre Vangeli di Matteo – Marco – Luca), in rapporto ad un particolare peccato, che è chiamato “bestemmia contro lo Spirito Santo”.
Eccole come sono state riferite nella triplice loro redazione.

Matteo
“Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata.
A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata, né in questo secolo, né in quello futuro”.

Marco
“Tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini, e anche tutte le bestemmie che diranno, ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna”.

Luca
“Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo gli sarà perdonato, ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo non sarà perdonato”.

Perché la bestemmia contro lo Spirito Santo è imperdonabile?
Come intendere questa bestemmia?
Risponde San Tommaso d’Aquino, che si tratta di un peccato:
“irremissibile secondo la sua natura, in quanto esclude quegli elementi, grazie ai quali avviene la remissione dei peccati”.
Secondo una tale esegesi la “bestemmia” non consiste propriamente nell’offendere con le parole lo Spirito Santo; consiste, invece, nel rifiuto di accettare la Salvezza che Dio offre all’uomo, mediante lo Spirito Santo, operante in virtù del Sacrificio della Croce.
Se l’uomo rifiuta quel “convincere quanto al peccato”, che proviene dallo Spirito Santo ed ha carattere salvifico, egli insieme rifiuta la “venuta” del Consolatore – quella “venuta” che si è attuata nel Mistero Pasquale, in unità con la Potenza Redentrice del Sangue di Cristo: il Sangue che “purifica la coscienza dalle opere morte (del peccato)”.
Sappiamo che frutto di una tale purificazione è la remissione dei peccati.
Pertanto, chi rifiuta lo Spirito e il sangue rimane nelle “opere morte”, nel peccato.
E la bestemmia contro lo Spirito Santo consiste proprio nel rifiuto radicale di accettare questa remissione, di cui Egli è l’intimo dispensatore e che presuppone la reale conversione, da Lui operata nella coscienza.
Se Gesù dice che la bestemmia contro lo Spirito Santo non può essere rimessa, né in questa vita né in quella futura, è perché questa “non-remissione” è legata, come a sua causa, alla “non penitenza”, cioè al radicale rifiuto di convertirsi.
Il che significa il rifiuto di raggiungere le fonti della Redenzione, le quali, tuttavia, rimangono “sempre” aperte nell’economia della salvezza, in cui si compie la Missione dello Spirito Santo. Questi ha l’infinita potenza di attingere a queste fonti:
“Prenderà del Mio” – ha detto Gesù.
In questo modo, Egli completa nelle Anime Umane l’Opera della Redenzione, compiuta da Cristo, dispensandone i frutti.
Ora, la bestemmia contro lo Spirito Santo è il peccato commesso dall’uomo, che rivendica un suo presunto “diritto” di perseverare nel male – in qualsiasi peccato – e rifiuta, così, la Redenzione.
L’uomo resta chiuso nel peccato, rendendo, da parte sua, impossibile la sua conversione e, dunque, anche la remissione dei peccati, che ritiene non essenziale o non importante per la sua vita.
È, questa, una condizione di rovina spirituale, perché la bestemmia contro lo Spirito Santo non permette all’uomo di uscire dalla sua auto-prigionia e di aprirsi alle Fonti Divine della purificazione, delle coscienze e della remissione dei peccati”.

Isacco della Stella (? – circa 1171), monaco cistercense
Discorsi, 39,2-6 ; SC 207, 321

L’invidia : una bestemmia contro lo Spirito

« Scaccia i demoni per mezzo del principe dei demòni »… È una particolarità propria ai caratteri pervertiti e spinti dallo spirito di invidia, chiudere gli occhi, per quanto sia possibile, sul merito altrui e quando, vinti dall’evidenza, non lo possono più, disprezzarlo o travisarlo. Così ogni volta che la folla esulta nella devozione e si meraviglia alla vista delle opere di Cristo, gli scribi e i farisei chiudono gli occhi a quello che pur sappiano vero o abbassano ciò che è grande, o travisano ciò che è buono. Una volta, per esempio, facendo finta di non conoscerlo, dicono all’autore di tanti segni meravigliosi : « Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti ? » (Gv 6,30). In questo, non potendo negare il fatto con impudenza, lo disprezzano con cattiveria, chiedendo un segno dal cielo, come se quel segno fosse terreno e basso, e lo travisano dicendo : « Scaccia i demoni per mezzo di Beelzebùl, il principe dei demoni ».

Ecco, carissimi, quella bestemmia contro lo Spirito che lega coloro che ha presi con le catene di una colpevolezza eterna. Non è che sia rifiutato al penitente il perdono di tutto, se fa opere degne della conversione (Lc 3,8). Soltanto che, schiacciato sotto un tale peso di malizia, non ha la forza di aspirare a quella degna penitenza che attira il perdono. In virtù di un profondo e giusto giudizio di Dio, colui che, mentre percepisce con evidenza in suo fratello la grazia e l’opera dello Spirito Santo, non potendo negarla e stimolato dall’invidia, non teme di travisare e di calunniare e di attribuire con impudenza allo spirito cattivo ciò che sa appartenere allo Spirito Santo, questi è così abbandonato dallo Spirito di grazia, al quale fa questo affronto, che ormai, oscurato e accecato dalla propria malizia, non accetta più la penitenza che gli otterebbe il perdono. Cosa di più grave infatti che osare, per invidia per un fratello che abbiamo ricevuto l’ordine di amare come noi stessi, bestemmiare la bontà di Dio che dobbiamo amare più che noi stessi e insultare la maestà di Dio, volendo disprezzare un uomo ?