dal Vangelo secondo Mt 21,23-27 

In quel tempo, entrato Gesù nel tempio, mentre insegnava gli si avvicinarono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo e gli dissero: “Con quale autorità fai questo? Chi ti ha dato questa autorità?” 
Gesù rispose: “Vi farò anch’io una domanda e se voi mi risponderete, vi dirò anche con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?”. 
Ed essi riflettevano tra sé dicendo: “Se diciamo: ‘‘dal cielo’’, ci risponderà: ‘‘perché dunque non gli avete creduto?’’; se diciamo ‘‘dagli uomini’’, abbiamo timore della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta”. 
Rispondendo perciò a Gesù, dissero: “Non lo sappiamo”. Allora anch’egli disse loro: “Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose”.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

“Lei non sa chi sono io. Come si permette?”. Quante volte risuona tra le nostre labbra questa frase sbattuta a malo modo in faccia a qualche malcapitato. Vigile urbano, impiegato delle poste, funzionario del Comune che sia. Qualcuno su cui, comunque, far valere i nostri diritti. Quelli acquisiti dalla nostra posizione sociale, vera o presunta, o dalle nostre capacità, più presunte che vere. Siamo convinti che gli altri, in genere, non comprendono chi siamo realmente. E non ci rispettano come meriteremmo. Il sentimento di aver subito un’ingiustizia è un denominatore più che comune delle nostre esistenze. Nel fondo del cuore rimbalza la domanda su chi abbia autorità su di noi. Chi può entrare nella nostra vita e contestarne qualcosa? Chi può dirci qualcosa?

A ben vedere, probabilmente, dovremmo rispondere nessuno. Moglie, marito, genitori, figli, colleghi, amici, suocere e nuore, nessuno ha il benchè minimo diritto. Siamo noi il primo e ultimo criterio, non v’è spazio per invasioni di campo. E così avviene con Dio. Anche se indossiamo il soprabito che ancora odora di incenso e sacrestia. Qualsiasi cosa sconvolga o turbi i nostri piani è un attentato alla nostra stessa persona. E a noi non la si fa tanto facilmente.

Però, non sappiamo rispondere alla domanda rimbalzataci da Gesù. La palla avvelenata con la quale tendiamo sempre insidie e trabocchetti per difendere la nostra stessa autorità ci ritorna tra le mani: “Vi farò anche io una domanda…”. E non abbiamo parole, e ragioni. Il nostro silenzio di fronte alla domanda di Gesù provoca il suo silenzio. Se sapessimo cosa rispondere, significherebbe che avremmo accettato la sua autorità. Ma Gesù rimane in silenzio perchè ha capito che la domanda che poniamo, stretta tra mormorazioni, pregiudizi e rifiuti, non cerca una risposta: è una condanna previa, il segno di una decisione già presa nel cuore. Così è di tante riflessioni, spesso delle nostre preghiere. Anche se abbiamo lunghi anni di esperienze pastorali, anche se frequentiamo la Chiesa, e ascoltiamo assiduamente la Parola, ci accostiamo ai sacramenti, e siamo impegnati in mille attività. Quando giunge lo tsunami che svela la totale precarietà che ci costituisce, reagiamo come bestie ferite, e cerchiamo di sospingere il Signore fuori dalla nostra vita, mettendo in dubbio la sua autorità.

Gesù aveva rovesciato i tavoli dei cambiavalute, messo a soqquadro i locali del Tempio. Aveva fatto pulizia del profano e purificato il sacro. Aveva rotto equilibri ormai consolidati. Aveva turbato le coscienze. Già, ma con quale autorità? Con quale autorità il Signore sconvolge tante volte la nostra vita, le gerarchie esistenziali così faticosamente conseguite? Come si permette? Una malattia, un problema, un imprevisto. Una delusione, un tradimento, un fallimento. Non è accettabile, e Dio non può fare certe cose. Non può permettere che crolli tutto, che ci ritroviamo nudi, al buio, senza riuscire a comprendere nulla di quello che ci accade. La Parola sembra non dirci nulla, le preghiere paiono svanire nell’aria, il rapporto con gli altri è ridotto a un colabrodo. Non riusciamo più ad orientarci: i tavoli cui ci sedevamo per vendere e comprare, in un clima di preghiera e austerità, favori e affetti; i riti usuali come un lasciapassare verso la pace e la tranquillità; tutto per aria! E non ci rimane che un senso di frustrazione, l’incapacità di appigliarci a qualcosa, un lembo di certezza, uno straccio di pace. Niente! E quel silenzio assordante del Signore… Non una parola che giustifichi il suo operare. Non una parola a spiegare perchè con la moglie non va proprio, perchè i figli non ascoltano più, perchè al lavoro ricevo solo disprezzo, perchè la missione non funziona secondo lo schema appreso. Perchè non riesco più a pregare, perchè preferisco ritirarmi in me stesso, e mi sento lontano da Dio, pur desiderandone la presenza e l’amicizia che dia calore, consolazione e certezze alla mia vita. Eppure avevamo introdotto tutti i dati giusti, avevamo studiato, ci eravamo sacrificati, ci siamo inginocchiati. Ma arriva Lui e, invece di mettere la firma in calce ai nostri sforzi, fa saltare il banco, e la matematica spirituale cui avevamo chiesto pace e sicurezza, sembra impazzita. Il computer che ci aveva tante volte rassicurato, proprio quello in cui avevamo visto operare il Signore, non riconosce più le password, non accetta i dati, e il lavoro di tanti anni è da buttare!

Come per i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo, anche per noi arriva il Messia, e ogni attesa, ogni speranza incasellata negli schemi prodotti dal mix di desideri e appetiti, è sconvolta. E rimane, sola e cruda, una totale precarietà, quella più difficile, la precarietà spirituale. Il Signore è passato come un’onda anomala, e non rimane in piedi nulla, è sconvolta la topografia dell’anima, non servono a nulla gli indirizzi cui avevamo abituato i sentimenti. Ci sentiamo persi e feriti proprio laddove, credendo di essere in regola con Dio, avevamo messo le radici del nostro cuore. E scopriamo che, al di là delle nostre certezze, quella roccia non era Lui. Stavamo aspettando un ideale messianico, un idolo e non il Messia. Volevamo certezze capaci di renderci immuni al dolore, estranei alla precarietà. Per questo il Signore oggi ci pone dinanzi il battesimo di Giovanni, il segno celeste di un perdono prossimo a sconvolgere il cuore e trasformare l’esistenza; e ci scopriamo incollati sulle apparenze, incapaci di discernere la traccia divina nelle parole infuocate e nelle gocce d’acqua versate dal Battista. I fatti che ci purificano, la famiglia nella quale siamo nati, la moglie, il marito, sono un dono del Cielo oppure no? La Croce che ci inchioda ogni giorno ad una debolezza che ci fa mendicanti, reca il segno dell’autorità di Dio sulla nostra vita o è un tragico equivoco di un destino manovrato dagli uomini? Non lo sappiamo. La folla di chi ha riconosciuto il dito di Dio in ogni evento, i santi, il Popolo di Dio, i fratelli: sono una folla quelli che ci testimoniano la natura celeste del battesimo impartito da Giovanni. E abbiamo paura di sbagliarci, che la loro testimonianza possa percuotere le nostre fragili certezze. Però neanche possiamo riconoscere apertamente la Verità, l’orgoglio ce lo impedisce. Testardi, ci chiudiamo nel silenzio, e spegniamo la luce, abbracciati alla sofferenza cullata dal dubbio e dal rifiuto.

Ma giunge anche oggi Gesù con questo Vangelo, pieno di zelo, della gelosia di un amante che arde d’amore. E’ questa l’autorità di Gesù. I colpi di frusta con i quali sconvolge le nostre vite apparentemente tranquille e installate, sono mossi da un inguaribile zelo per i suoi amati. L’autorità della Croce, il Tempio del suo corpo distrutto per amore, perchè in esso sia distrutta la nostra carne di peccato, compromessa con il mondo e la corruzione. L’autorità dell’amore infinito.

Dietro ad ogni colpo inferto alle nostre traballanti sicurezze vi è l’amore indomito di Chi non si rassegna a vederci corrodere l’anima. Il commercio di affetti, il contrabbando di sicurezze, la maschera del sacro e del religioso che così spesso indossiamo, tutto è sconvolto, ed è amore. Il puro amore che ci fa puri nel crogiuolo del suo zelo. Il Signore non è un vigile che attenta al nostro onore di automobilisti vessati, è un Padre di misericordia che le tenta tutte pur di riscattarci dal tiepidume che ci porta all’inferno. Se crolla tutto nella nostra vita è perchè Lui sta ricostruendo tutto sull’unica Roccia capace di resistere. E tutto è nuovo in Lui, che viene alla nostra vita con l’autorità delle sue stigmate d’amore. Non ci risponde per indurci a gettar via le domande perverse, e a lasciare che purifichi il nostro cuore malato. Sradica ogni certezza spirituale ancor prima che materiale, per condurci a cercare e desiderare Lui solo, ad entrare nella notte oscura della precarietà, della solitudine, del dolore acuto dell’anima, per trovarvi l’unico rapporto che dia certezza autentica alla nostra vita, anche quando in nulla ci si può appoggiare. La notte che la frusta del Signore ha inaugurato nella nostra vita, suo Tempio eletto. La notte cantata da San Giovanni della Croce:

“Notte che mi guidasti,
oh, notte più dell’alba compiacente!
Oh, notte che riunisti
l’Amato con l’amata,
amata nell’Amato trasformata!

Il termine ‘autorità’ infatti, deriva dal latino auctoritas, che a sua volta si rifà al verbo augere, che significa far crescere. Ecco l’autorità del Signore, la sua mano tesa con la frusta della Verità, che ci conduce nella notte, per farci crescere nell’amore autentico, il suo, riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo. Ogni autorità che non faccia crescere nell’amore di Cristo e nell’amore a Cristo è falsa, è un inganno demoniaco, una porta spalancata sull’inferno. Anche se reca l’impronta dei figli di Abramo. Per questo Giovanni Battista, predicando il suo battesimo, annuncia la totale novità che porterà il Messia: Egli farà nascere dalle pietre, dai cuori induriti, dai peccatori, i veri figli di Abramo, cuori di carne capaci di amare. Nessun certificato di appartenenza, nessuna pratica religiosa, nulla da vantare per ottenere la salvezza! Basta solo un cuore umile, contrito, sepolto nella verità e disposto ad accogliere l’amore sconvolgente di Gesù, la sua autorità volta a farlo crescere nell’abbandono fiducioso alla sua misericordia.

Sì, siamo pietre, dure, fredde, mute. Ma Lui può fare di noi un cuore acceso d’amore, unica luce che trafigge anche la notte più oscura: “Egli ci ha insegnato ad amarlo, quando per primo ci ha amati fino alla morte di croce, incitandoci con l’amore e la predilezione ad amare lui, che per primo ci ha amati sino alla fine. Proprio così: ci hai amati per primo, perché noi ti amassimo; non che tu avessi bisogno del nostro amore, ma perché noi non potevamo essere ciò per cui ci hai creati se non amandoti. E quanto egli operò, quanto disse sulla terra, fino agli insulti, fino agli sputi e agli schiaffi, fino alla croce e al sepolcro, altro non fu che il tuo parlare a noi per mezzo del Figlio: incitamento e stimolo del tuo amore al nostro amore per te. Tu sapevi infatti, o Dio creatore delle anime, che quest’amore non poteva essere imposto alle anime dei figli degli uomini, ma bisognava semplicemente stimolarlo. E sapevi pure che dove c’è costrizione, non c’è più libertà; e dove non c’è libertà, non c’è nemmeno giustizia. Hai voluto dunque che ti amassimo noi che non potevamo nemmeno essere salvati con giustizia, se non ti avessimo amato, né potevamo amarti, se non ne avessimo avuto il dono da te. Ma noi ti amiamo con l’affetto d’amore che tu ci hai infuso. Il tuo amore invece è la tua stessa bontà, o sommamente buono e sommo bene; è lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio; quegli che dall’inizio della creazione aleggia sulle acque, ossia sulle menti fluttuanti dei figli degli uomini, donandosi a tutti, tutto a sé attirando, ispirando, favorendo, allontanando ciò che è nocivo, provvedendo ciò che è utile, unendo Dio a noi e noi a Dio.” (Guglielmo di Saint-Thierry, La contemplazione di Dio).

San Cirillo di Gerusalemme (313-350), vescovo di Gerusalemme, dottore della Chiesa
Catechesi 12, 6-8

« Perché dunque non gli avete creduto ? »

I profeti sono stati inviati, insieme con Mosè, per guarire Israele ; loro però curavano tra le lacrime, non riuscendo a dominare il male, come ha detto uno di loro: «Ahimé! L’uomo pio è scomparso dalla terra» (Mi 7,2)… Grande era la ferita dell’umanità; dalla pianta dei piedi alla testa non c’era una parte sana, nessun punto dove poter mettere fascia, o olio, o benda (Is 1,6). I profeti sfiniti dalle lacrime dicevano: «Chi verrà da Sion a dare la salvezza?» (Sal 14,7)… E un altro profeta supplica in questi termini: «Signore, piega il tuo cielo e scendi» (Sal 144,5). Le ferite dell’umanità superano i nostri rimedi. Hanno ucciso i profeti e demolito i tuoi altari (1 R 19,20). La nostra miseria non può essere guarita da noi ; abbiamo bisogno di te per rialzarci.

Il Signore ha esaudito la preghiera dei profeti. Il Padre non ha disprezzato la nostra razza straziata ; ha mandato dal cielo suo Figlio come medico. «Viene il Signore che voi cercate, e subito verrà» dice un profeta. Dove? «Nel suo Tempio» (Ml 3,1), dove avete lapidato il suo profeta (2 Cr 24,21)… Dio ha detto ancora: «Ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te. Nazioni numerose aderiranno in quel giorno al Signore» (Zc 2,14) … Ora verrà a radunare tutti i popoli e tutte le lingue (Is 66,18), poiché «venne fra la sua gente ma i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1,11).

Vieni; e cosa doni alle genti? «Io verrò a radunare tutti i popoli. Io porrò in essi un segno» (Is 66,19). Infatti in seguito al mio combattimento sulla croce, dono a ciascuno dei miei soldati di portare sulla fronte il sigillo regale (Ap 7,4). Un altro profeta ha detto: «Abbassò i cieli e discese, fosca caligine sotto i suoi piedi» (Sal 18,10). Ma la sua discesa dai cieli è rimasta sconosciuta dagli uomini.

J. Danieolou. Il battesimo di Giovanni.

La missione di Giovanni non è consistita soltanto nel predicare ma anche, nel battezzare. Ed è tanto importante questo aspetto della sua missione che ad esso si riferisce il nome che propriamente, lo definisce: Giovanni il Battista. Infatti, ai suoi contemporanei è apparso soprattutto come colui che battezza «e venne a predicare il battesimo di penitenza per la remissione dei peccati» (Lc. 3, 3). E le folle accorrevano per farsi battezzare. Essenziale è quindi il capire a che cosa corrisponda questo battesimo, che significato abbia nella missione di Giovanni e nella preparazione della Parusia. Allora soltanto la missione di Giovanni ci apparirà nella sua totalità.
Il Battesimo, cioè il rito religioso dell’immersione in un’acqua corrente, non è stato inventato da Giovanni. Come la maggior parte dei riti, anche questo fa già parte della religione naturale e si trova in una gran parte delle religioni con significati diversi, dei quali il più comune è quello della purificazione. In particolare, il battesimo sembra legato alla tradizione dei popoli che abitavano le rive del Giordano. Non era un rito ebraico. Inoltre il Giordano non occupa molta parte nella Bibbia. Tuttavia esiste un episodio significativo. Sappiamo che il generale siriano Naaman, per ordine di Eliseo, si immerge tre volte nel fiume ed è guarito dalla lebbra. L’esistenza di battesimi nel fiume Giordano al tempo di Giovanni è confermata dal fatto che questo rito viene praticato in numerose sette. J. Thomas è stato in grado di scrivere un importante libro sul movimento battista al tempo di Cristo in Galilea e in Giudea.
Ciò che importa, quindi, non è tanto il rito dell’immersione nel Giordano, ma il significato che ad esso attribuisce Giovanni.
Ora, assai evidente è il suo legame alla conversione, alla penitenza. Giovanni predica « un battesimo di penitenza ». L’immersione nel Giordano esprime ed insieme ratifica tale conversione. Essa vuol significare la volontà di rottura con l’esistenza passata e la nascita ad un’esistenza. nuova. In questo senso, il significato del battesimo giovanneo, antic1pa quello del battesimo cristiano. Del resto, è evidente che il battesimo cristiano si colloca nel prolungamento del battesimo di Giovanni e non in quello di altri riti quali il battesimo dei proseliti ebrei o le abluzioni dei monaci esseni.
Tuttavia vi è ancora un abisso fra il battesimo di Giovanni ed il battesimo cristiano. Lo dichiara lo stesso Giovanni quando dice: «lo vi ho battezzati nell’acqua ma Egli vi battezzerà nello Spirito Santo» (Mc. 1, 8). Il battesimo cristiano farà seguito alla Parusia, alla venuta della Gloria del Signore, all’effusione dello Spirito alla Pentecoste. Appartiene al mondo della nuova creazione, già realizzato nella Gloria del Cristo risorto. Sarà il segno visibile ed efficace, il sacramento della partecipazione alla vita del Cristo risorto. Questo fiume d’acqua viva che sgorga dal trono di Dio e dell’Agnello e che è lo Spirito Santo medesimo effuso sopra gli uomini con il battesimo, trasforma questi uomini in creature nuove, il nuovo Paradiso fatto di alberi vivi, il nuovo Tempio fatto di pietre vive.
Non così il battesimo di Giovanni. Egli non,’ può donare lo Spirito, perché lo Spirito non è ancora stato donato. Ma predispone al dono di esso. Appartiene all’ordine delle preparazioni e tuttavia segna un percorso decisivo. Sancisce la conversione ,dei cuori attraverso un procedimento visibile, costituito una rottura con il passato.
Attesta l’insufficienza di appartenere all’antico Israele. Aggrega ad una comunità nuova, la comunità di coloro che si predispongono alla venuta del Signore. E questo è così vero che anche dopo la venuta della Gloria di Dio nel Cristo i discepoli di Giovanni continueranno a formare: un gruppo a sé. Li incontriamo nel Vangelo dove vediamo che Giovanni li orienta verso il Cristo, ma li incontriamo anche negli Atti degli Apostoli che riferiscono, che ad Efeso vi sono uomini che conoscono soltanto il battesimo di Giovanni (19, 3). E Paolo dice loro: « Giovanni ha battezzato con, il battesimo di penitenza dicendo al popolo di credere in Colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè Gesù» (19, 4).
Il ruolo di Giovanni nella storia assume qui una consistenza nuova. Egli non è soltanto predicatore di un messaggio, ma creatore di una comunità. Benché lo spazio che occupa tale comunità sia molto ristretto, ciò nondimeno essa costituisce un passaggio intermedio fra il popolo dell’Antico Testamento e la Chiesa della Nuova Alleanza. I discepoli di Giovanni non sono più semplicemente i figli di Abramo, sono la comunità di coloro che si sono convertiti negli ultimi tempi, sono coloro che si preparano al compimento delle promesse profetiche; essi appartengono ancora ai tempi della preparazione, non sono ancora la Chiesa dei risorti. Tuttavia, quale fondatore di una comunità, il ruolo di Precursore di Giovanni ci appare sotto una luce nuova. Egli non prepara soltanto il Cristo ma anche abbozza già la struttura (1) della Chiesa come comunità e del battesimo come rito di aggregazione a questa comunità.
La predicazione della conversione in vista del Giudizio che viene è dunque il contenuto essenziale della missione di Giovanni, rimarrà una parte essenziale della missione della Chiesa, ed era già stata in precedenza una parte essenziale della missione dei profeti. Sono queste le stesse realtà fondamentali che incontriamo via via nelle diverse epoche della Storia sacra. Le loro modificazioni dipendono dall’essere situate a tappe diverse di tale Storia. Altro è la tappa profetica altro la tappa giovannea, altro quella della Chiesa. Ma poiché gli atteggiamenti sono pur sempre i medesimi, quanto appartiene ad un’età resta valido anche per le altre. Così è per il messaggio di Giovanni. Anche se, storicamente, corrisponde al periodo che precede la prima Parusia, questo messaggio di conversione del cuore in vista della venuta del Signore, resta vivo e valido durante tutto il tempo della Chiesa, nel quale la Chiesa tutta intera è ufficialmente inviata dalla Trinità a predicare all’umanità la conversione del cuore in vista della seconda Parusia, la venuta definitiva della Gloria.