Dal Vangelo secondo Luca 6, 36-38 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Il commento di don Antonello Iapicca

Non esiste unità di misura per l’amore di Dio. Mentre noi, invece, quante volte misuriamo il tempo speso per gli altri, il perdono offerto, la quantità di vita consegnata? Sì, perchè in fondo, quel che facciamo è prestare e mai donare. Per chi dona, infatti, le misure non contano. Il dono non conosce calcoli. Quando nel cuore si comincia a tenere una segreta contabilità, una partita di dare e avere, è segno che il Cielo è ormai chiuso, e la vita dei figli è divenuta vita di orfani. Come nella parabola del figliol prodigo, che esige dal padre di conteggiare la parte che gli spetta per spendersela in libertà e autonomia. E’ proprio questo il primo passo verso la rovina: aver obbligato suo padre a misurare ciò che non ha misura; ed è esattamente quello che, malmostosamente, ha fatto anche il figlio maggiore, quando, preda della gelosia, si è messo a calcolare l’incalcolabile amore del padre. Entrambi non avevano compreso che il tranello antico, quello posto dal demonio ad Adamo ed Eva, era proprio quello di misurare l’eredità, che, da infinita, si trasforma così in qualcosa di finito, esauribile, invidiabile, oggetto di gelosie, avarizia e concupiscenza, di difesa strenua a costo di uccidere l’altro con giudizi e condanne: misurare l’amore del Padre conduce sempre a rinchiuderlo nello spazio angusto della carne, dell’umano, e farlo decadere dall’agape all’eros. E’ questo, in definitiva, il frutto mortale del peccato, voler accaparrarsi della Grazia, del dono, e ritrovarsi così padroni del nulla, schiavi delle passioni, sempre a corto di pazienza e misericordia, privati di quell’eccedenza d’amore, di quell’amore smisurato che, solo, può dare compimento alla vita. Senza l’agape, i matrimoni restano senza vino, e fanno acqua, incapaci di sopportare l’urto della carne. Senza l’eccedere della carità, le amicizie evaporano, i fidanzamenti si piegano ai compromessi, le relazioni tra genitori e figli divengono campi di battaglia. Nell’episodio della moltiplicazione dei pani, di fronte alla folla affamata e stanca, chiedendo “quanti pani avessero”, il Signore metteva alla prova il cuore dei discepoli, come oggi quello di ciascuno di noi. Una folla di persone che ci cercano per essere sfamate, la moglie o il marito al bordo della depressione, un figlio ribelle, una suocera che ha smarrito la pazienza, un collega geloso, un fidanzato in crisi, di fronte a quello che ci presenta la storia ferita dal peccato, possiamo davvero misurare quello che abbiamo tra le mani? “Che cos’è questo nulla per sfamare tanta gente, per vivere in pienezza e secondo la volontà d’amore del Padre?”. Misuriamo, come i discepoli, e ci ritroviamo con cinque pani e due pesci, nulla di fronte all’eccezionalità della necessità. Perchè ogni situazione che siamo chiamati a vivere è eccezionale e necessita un amore smisurato, che, come il Nilo, tracimi dal letto abituale, quello dell’ordinaria amministrazione dei compromessi ipocriti e impauriti, per fecondare e donare la vita. Il peccato ha ferito la storia, per viverla da figli di Dio è necessario un amore che lo abbia vinto. Occorre un amore senza misura per custodire la castità nel fidanzamento, che superi la passione e il sentimento, per rispettare e custodire l’altro nella purezza di un figlio di Dio, attendendo con pazienza di vedere confermata la volontà di Dio nel matrimonio; è necessario un amore che trascenda ogni calcolo per aprirsi alla vita e vivere la sessualità coniugale abbandonati alla volontà di Dio; un amore più forte della vanità femminile e le nevrosi sulla linea del corpo, delle angosce per la precarietà economica, un amore che abbracci la vita consegnandola al suo Autore, affidandola a Colui che la rende eterna, superando i confini della carne; occorre un amore infinito per donarlo ai nemici che ci fanno mobbing sul lavoro, che ci imbrogliano al condomino, che sparlano di noi tra gli amici.

Il Vangelo di oggi ci chiama ad abbandonare ogni tentazione di misurare l’amore di Dio, a convertirci, a tornare nella casa del Padre per vivere delle sue cose, il suo “tutto” che è anche il nostro, attingendo senza timore alla fonte inesauribile del suo amore. Il Signore ci chiama a stringerci a Lui, che non ha contato i nostri peccati, e che, senza misura, ci ha amato di un amore incorruttibile. Gesù ci guarda oggi e ci chiede il nulla che abbiamo per trasformarlo in un folle e smisurato amore; il “Manikos eros”, come diceva Casabilas, capace di eccedere e condurci in una vita nuova, quella dei figli, somiglianti al Padre, allevati nella sua misericordia per essere pura misericordia per ogni nostro prossimo. Chi vive nascosto nel seno del Padre e si nutre, istante dopo istante, del suo perdono, chi sperimenta, quotidianamente, il suo amore incalcolabile, ha smarrito il giudizio, il suo cuore è ormai intento a succhiare il latte della misericordia e non può preoccuparsi di condannare e pensar male degli altri; la sua vita scorre come quella di un bambino nel seno di sua madre (misericordia traduce il greco oiktirmon che a sua volta traduce l’ebraico rahamin, che indica il ventre, l’utero), immerso nel liquido amiotico senza il quale non si può essere gestati alla vita celeste, perché la misericordia di Dio è l’acqua della vita. I suoi occhi sono intrisi nello sguardo del Signore, non sanno guardare nessuno se non attraverso gli occhi di Dio. E non può amare che con il cuore di Dio, senza timore, perchè il proprio cuore è già nel Cielo e nessuno potrà mai trafugare ciò che non si si può misurare e non si esaurisce. Un amore donato nella carne delle proprie ore, spese gratuitamente, senza difendere nulla, senza invidia e gelosia perchè Dio è lo stesso e ama tutti con lo stesso cuore. Israele conosceva l’attenzione al forestiero perchè ne aveva fatta l’amara esperienza in Egitto e aveva visto e assaporato la vittoria del braccio di Yahwè disteso a liberarlo. Così l’uomo creato per amare e perdonare, straniero in una terra d’odio e rancore, liberato gratuitamente dalla tirannide dell’oppressore, conoscerà per esperienza l’angustia di chi è ancora straniero in una terra non sua, lontano dal Paradiso promesso. Saprà perdonare chi non sa perdonare. Non si tratta di sforzarsi di non giudicare, di non condannare, di allargare la misura del proprio cuore. E’ opera impossibile all’uomo. Si tratta, invece, di conoscersi, di avere chiaro l’abisso del proprio cuore, e in esso incontrare l’infinita misericordia del Padre. Chi vive ai piedi dell’amore è trasformato a poco a poco in amore misericordioso, capace di giustificare, senza misura. Dal suo grembo, dalle sue viscere, nascerà solo misericordia, in misura traboccante, incalcolabile, la stessa nella quale è rinato, gratuitamente.