dal vangelo secondo Lc 5,17-26

Un giorno Gesù sedeva insegnando. Sedevano là anche farisei e dottori della legge, venuti da ogni villaggio della Galilea, della Giudea e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni.
Ed ecco alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, cercavano di farlo passare e metterlo davanti a lui. Non trovando da qual parte introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù, nel mezzo della stanza. Veduta la loro fede, disse: “Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi”.
Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere dicendo: “Chi è costui che pronunzia bestemmie? Chi può rimettere i peccati, se non Dio soltanto?”. Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: “Che cosa andate ragionando nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Àlzati e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati: io ti dico – esclamò rivolto al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua”. Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e si avviò verso casa glorificando Dio.
Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose”.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Un paralitico non può muoversi. Sembra evidente ma non lo è. La verità è che spesso siamo come dei paralitici convinti di poter camminare, di essere in grado di fare, liberamente, qualunque movimento. E tentiamo di alzarci, immaginiamo, rincorrendo sogni e fantasie, di correre, danzare, nuotare, tirar calci sublimi ad un pallone. Mentre la realtà è ben altra, schiacciati come siamo in un lettuccio di dolori. Ci illudiamo di potercela fare, di amare, perdonare, o di risolvere le situazioni, di ricostruire rapporti, di uscire dal peccato. Crediamo di gestire la vita, di controllare i nostri sensi, i pensieri, di non cedere alle passioni. Per ritrovarci invece, sempre, pieni di lividi, sulla carne e nel cuore.

L’inno “Il Natale” di Alessandro Manzoni inizia con un’immagine che descrive bene questa situazione: è quella di un masso caduto dall’alto di una montagna che giace sul fondo della valle,

“Là dove cadde, immobile
Giace in sua lenta mole;
Nè per mutar di secoli,
Fia che rivede il sole
Della sua cima antica,
Se una virtude amica
In alto nol trarrà”.

Il sasso precipitato dall’alto d’una montagna non potrà mai rivedere il sole che si contempla dalla cima, se una forza amica non lo prende e non lo riporta su.

“Tal si giaceva il misero
Figliol del fallo primo”.

E’ l’uomo decaduto per il peccato originale.

“Donde il superbo collo
più non poteva levar”.

Il paralitico. Incapace di levare lo sguardo, il collo superbo d’una mente accecata. Ingannata. Caduto, è condannato a contemplare se stesso. E i suoi sogni, i suoi ideali trasformati in idoli. Come scriveva don Giussani a proposito del peccato originale, chiuso nell’ “affermazione di sè prima che della realtà”. Totalmente alienato. Prosegue Manzoni

“Qual mai tra i nati all’odio
Quale era mai persona,
Che al Santo inaccessibile
Potesse dir: perdona?
Far novo patto eterno?
Al vincitore inferno
La preda sua strappar? ”

Chi può invocare il Santo inaccessibile, tanta folla, tante voci, muri d’orgoglio, di affetti, gente accalcata, carne mescolata, affari, lavoro, progetti, denaro. Come potrà un paralitico, incapace di tutto, annichilito su un lettuccio, vedere il Sole, la Luce, chiedere perdono? Chi potrà strappare le nostre vite paralizzate, i nostri cuori induriti dalle grinfie del demonio, incapaci di perdonare e amare? Chi potrà strapparci dal crederci capaci, dal sentirci in vena, dal mostrarci a posto? Chi strapperà noi povere prede dagli inganni dell’accusatore? Chi se non una “Virtude amica?” Chi se non la Chiesa, la sua fede irrorata del sangue dei martiri, da duemila anni sui sentieri della storia a cercare i paralitici d’ogni angolo e d’ogni generazione? Chi se non la Sposa del Signore, potrà risollevarci eludendo il muro dell’anonimo cinismo e l’ipocrisia dei religiosi di facciata?

La Chiesa ci conduce, assolutamente incapaci e indegni, all’incontro con il perdono. La virtù amica della Chiesa ci guida nel cammino verso Cristo, verso ciò che occhio umano mai ha potuto vedere: il perdono d’un peccatore. Un paralitico che cammina. La virtù amica della Chiesa che con il Magistero, la predicazione e i sacramenti, con l’annuncio e la tenerezza ci accompagna nell’intimità del cuore di Cristo facendoci passare attraverso il tetto, immagine di riparo e difesa, del Cielo sprangato dopo il peccato originale: solo lo zelo dei pastori e dei fratelli può aprirne un varco perchè i piccoli, i peccatori, possano essere calati nella piscina del battesimo, ai piedi di Gesù, l’unico che può davvero salvare. Si tratta della missione della Chiesa, quella che ci ha raggiunti e condotti a Cristo; ed è anche la missione che fa di noi apostoli inviati a salire sul tetto della storia, sul fronte caldo delle inimicizie, dei rancori, dei peccati, per aprirvi un varco dove far passare e accompagnare a Cristo quelli a cui siamo inviati. Noi sappiamo dov’è Cristo! Conosciamo la sua casa! E ci scontriamo con la folla, con l’anonimato grigio che cerca il Signore per curiosità, infilzato di dubbi e di speranze carnali. Ma conosciamo, per esperienza, il cammino che conduce a Lui, l’audacia di chi sa per certo che Gesù è l’unica risposta, l’unica salvezza data all’uomo. Per questo ogni nostro giorno è un farsi largo tra il cinismo ed il relativismo che spalma la vita sulla routine della carne, dei piaceri, delle consolazioni a buon mercato. Ogni giorno è preparato per noi e per chi ci è stato affidato un cammino di verità che fende l’ipocrisia e ci sospinge ad arrampicarci sui tetti, da cui gridare l’annuncio del Vangelo, e lì, a ad aprire il varco tra le tegole, tra le difese e le paure, per scendere ai piedi di Gesù. La Chiesa è l’unica virtù realmente amica dell’uomo, che non inganna, non illude, ma gioca se stessa perchè ogni uomo possa incontrare lo Sposo della sua anima, il senso e la misericordia, la vita più forte del peccato e della morte.

Il tetto infatti rimanda anche al matrimonio e alla famiglia; nella Scrittura e nelle religioni, il tetto, il baldacchino, sono il segno dell’intimità familiare, della Gloria di Dio che custodisce il talamo nuziale. La celebrazione del matrimonio nella tradizione ebraica è singolarmente vicina all’episodio del Vangelo di oggi. “…Le persone presenti alla cerimonia nuziale procedono verso la “chuppà” (la tenda nuziale), dove avrà luogo il matrimonio, secondo un ordine preciso. Lo sposo attende la sposa davanti alla “chuppà” che simbolicamente rappresenta la dimora dello sposo. La transizione della sposa dalla casa paterna a quella del marito viene, quindi, simbolicamente rappresentata attraverso la processione di entrambi i genitori accompagnanti la sposa verso la sua nuova destinazione…. Chiariamo il significato del termine “Chuppà”. Esso originariamente era riferito al tetto o alla camera nuziale e, qualche volta al matrimonio stesso. Nei tempi antichi la chuppà era la tenda o la stanza dello sposo a cui la sposa era portata in festosa processione per l’unione matrimoniale. Ai tempi talmudici era d’uso che fosse il padre dello sposo ad erigerla. Il termine “chuppà” significa, in ebraico, “protezione” e si riferisce al baldacchino o alla tenda che copriva gli sposi durante la cerimonia nuziale. Esso serve ad uno scopo legale: rappresenta l’atto decisivo con cui veniva formalmente attestata l’unione matrimoniale e la conclusione dell’atto matrimoniale iniziato con il fidanzamento. Insieme questi due atti di acquisizione, il fidanzamento ed il matrimonio, vengono chiamati chuppà ve’kiddushin“.

Il Vangelo di oggi ci parla delle nozze che uniscono la creatura al Creatore. La Chuppà è l’immagine della nube che ricorda il dono della Torah al Popolo sul Sinai, le nozze fondate sulla Parola e l’obbedienza, l’Alleanza gratuita che sigilla la primogenitura. Il paralitico è immagine di un Popolo infedele, chiamato a camminare nella Torah del Signore, a vivere nella sua intimità che è compierne la volontà, ma incapace di muovere un solo passo. Per questo Gesù perdona i suoi peccati! Le gambe non si muovono perchè il cuore è malato. E Gesù punta diritto al cuore, per guarirlo e renderlo capace di amare, di obbedire, di vivere alla luce della Torah. Il Vangelo ci annuncia le nozze fondate sul perdono. La nostra genitrice, la Chiesa, ci conduce a Cristo – la nostra nuova destinazione -, sotto la Chuppà, il tetto della misericordia nella quale diventiamo una sola carne con il nostro Sposo. E’ lì, sul letto d’amore dove ci ha sposato il Signore, sulla sua Croce gloriosa, che la Chiesa ci depone ogni giorno. Ai piedi di Gesù la Chiesa ci fa, con un atto decisivo, suoi discepoli; nell’ascolto della Sua Parola impariamo la sua misericordia; nel riconoscerci paralitici, peccatori sempre deboli e bisognosi del suo amore, sperimentiamo la gratuità dell’Alleanza nella quale siamo stati chiamati.

La Chiesa ci sposa a Cristo: noi poveri e con l’unica dote dei nostri peccati, Lui, ricco di ogni benedizione. Senza la sua intimità non v’è salvezza, solo arroganza e falsa religione, quella degli scribi e dei farisei, di chiunque si scandalizza di fronte a Cristo e al suo potere di rimettere i peccati. Lui è Dio e lo certifica nel frutto del perdono: il paralitico si alza, risorge, e comincia a camminare, a compiere la volontà di Dio. E’ la Grazia del perdono che solo Dio può offrire; per questo il paralitico porta con sé la memoria della sua fragilità, la verità del suo essere debole e incline al male. Con il lettuccio caricato sulle spalle, immagine anche della Croce che lo ha redento, potrà camminare nell’abbandono totale alla misericordia che lo ha salvato. Il Vangelo di oggi descrive così il battesimo nella misericordia, che avviene sotto il baldacchino nuziale che è anche immagine della tenda del deserto che custodiva l’Alleanza, precaria come il cammino dell’Esodo; e la tenda di sukkot, che ricorda i tempi del deserto, dove Dio ha condotto la sua fidanzata alle nozze nella fedeltà e nella benevolenza, e la fragilità del Popolo sostenuta dall’amore provvidente di Dio; la tenda come il lettuccio, ovvero la scoperta della verità del proprio cuore adultero: l’esperienza descritta dal Deuteronomio, per cui solo si può vivere delle parole che escono dalla bocca di Dio. Così anche noi possiamo riconoscere in Gesù il Figlio di Dio, il Messia dai frutti della sua parola di perdono. Laddove la carne e le forze non possono, Lui può! Il perdono ricevuto si fa perdono nel cuore del peccatore, il Cielo è di nuovo abbracciato alla terra, la debolezza è stretta al potere di Dio. L’impossibile si fa possibile, la morte è vinta perchè dove vi era odio e risentimento è germinato l’amore con il perdono. Con la Chiesa apprendiamo anche oggi a rimanere nel suo amore, come Maria ai suoi piedi, portando con noi le ferite della nostra carne, il lettuccio d’una storia redenta che ci illumina il presente aprendoci il futuro. Con la Chiesa nostra madre procediamo anche oggi in questo Avvento.

San Gregorio di Agrigento (circa 559-vers 594), vescovo
Spiegazione sull’Ecclesiaste, livre 10, 2 ; PG 98, 1138

« Oggi abbiamo visto cose prodigiose ! »

È dolce questa luce ed è cosa assai buona per la vista dei nostri occhi contemplare questo sole visibile…; Perciò quel primo contemplativo di Dio che fu Mosè disse: E Dio vide la luce e disse che era una cosa buona (Gn 1,4)…

Ma a noi conviene considerare la grande, vera ed eterna luce che “illumina ogni uomo” che viene in questo mondo (Gv 1,9), cioè Cristo Salvatore e redentore del mondo, il quale fattosi uomo, scese fino all’infimo grado della condizione umana. Di lui dice il profeta Davide: “Cantate a Dio, inneggiate al suo nome, fate strada a colui che ascende a occidente, a colui che si chiama Signore; ed esultate al suo cospetto (cf Sal 67, 5-6). E ancora Isaia disse: “Popoli che camminate nelle tenebre, vedete questa luce. Su di voi che abitate in terra tenebrosa una luce rifulgerà” (cf. Is 9,1)…

Il Signore promise di sostituire la luce che vediamo cogli occhi corporei con quel sole spirituale di giustizia (Ml 3,20), che è veramente dolcissimo per coloro che sono stati ritenuti degni di essere ammaestrati da lui. Essi hanno potuto vederlo con i loro occhi quando viveva e s’intratteneva in mezzo agli uomini come un uomo qualunque, mentre invece non era uno qualunque degli uomini. Era infatti anche vero Dio, e per questo ha fatto sì che i ciechi vedessero, gli zoppi camminassero e i sordi udissero; ha mondato i malati di lebbra e con un semplice comando ha richiamato i morti alla vita.

LA CHUPPAH
La chuppàh rappresenta simbolicamente la coabitazione degli sposi, in sostituzione del loro appartarsi. Questo appartarsi è la condizione principale per la validità del matrimonio. Nel Talmud non troviamo una definizione precisa riguardante il baldacchino e alcune regole vengono ricavate da racconti e usi narrati dai nostri Maestri. La chuppàh veniva allestita in casa del fidanzato in una apposita stanza riservata agli sposi. Per il primogenito era il padre stesso a costruirgli una casa e “Gli faceva un baldacchino all’intemo” In un altro trattato troviamo scritto che il padre costruiva per ogni figlio una stanza nuziale, in modo che il figlio potesse rimanere ad abitare con lui e non presso i suoceri.Sotto la chuppàh gli sposi rimanevano a festeggiare il loro matrimonio per sette giorni insieme con i loro parenti e non vi era altra gioia più grande di questa. Disse Rabbì Abbà figlio di Zavdà a nome di Rav: ‘lo sposo, coloro che lo accompagnano e tutti i partecipanti alla chuppàh sono esonerati [dal festeggiare il precetto] delle capanne per tutti e sette i giorni’ [del banchetto nuziale]. Qual è il motivo? ‘Perche questi vogliono rallegrarsi del matrimonio’. E si obbietta: ‘Se è così, che mangino e si rallegrino nella Sukkà’. Si risponde: ‘Non vi è gioia altro che nella chuppàh ‘. ‘Allora che mangino nella Sukkà e si rallegrino nella chuppàh!’ Ciò non è possibile perche non c’è gioia altro che dove si banchetta E’ talmente importante associarsi alla gioia degli sposi, quando questi si uniscono sotto la chuppàh, che addirittura è permesso sospendere lo studio della Toràh per unirsi ai festeggiamenti. Si racconta che un giorno il Re Agrippa trovandosi a transitare nelle vie della città, si era fermato per far passare un corteo di sposi, questa cosa fu elogiata dai Maestri. Sia il fidanzamento che il matrimonio venivano accompagnati da benedizioni. Il formulario che attualmente viene usato è lo stesso che troviamo scritto nel Talmud. Sempre sullo stesso trattato vi è un interessante discussione sul fatto che per le benedizioni degli sposi occorra il Minian: Disse Rav Nacman: “Disse Hunà i figlio di Natàn: da dove si impara che per le benedizioni degli sposi ci vogliono dieci persone? Come è detto: ‘E prese dieci persone dagli anziani della città e disse sedete qui. Disse Rabbì Abbia: “la fonte delle benedizioni si impara da quest’altro passo: ‘In gruppo benedite il Signore Dio dalla fonte di Israele”, Questo verso vuole insegnarci che con un gruppo composto da almeno dieci persqne si benedice il Signore e la fonte di Israele sono gli sposi con i loro figli.