dal vangelo secondo Mt 8,5-11

In quel tempo, entrato Gesù in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: “Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente”. Gesù gli rispose: “Io verrò e lo curerò”. Ma il centurione riprese: “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa”.
All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: “In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli”.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

La fede è alle porte di questo Avvento. La certezza di un appoggio sicuro, che basta una Parola per essere salvati. Una Parola e nulla più. La luce, il mondo, l’uomo, tutto è nato dalla forza creatrice della Parola scaturita dalle labbra di Dio. Siamo stati creati in Cristo, in Colui che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti; ma la realtà è che, nati per servire, giaciamo distesi in un letto d’impotenza. Il nostro cuore è malato, riconosciamolo, incapace d’amare e di servire. Anche se viviamo e facciamo le solite cose d’ogni giorno, siamo come paralizzati. E soffriamo terribilmente.

Forse vorremmo servire. Forse desideriamo che la nostra vita sia quella che Dio ha pensato, ma proprio non ce la facciamo. I ricordi, le sofferenze, le angosce, i tradimenti, la solitudine, la morte incontrata appena abbiamo tentato di donare qualcosa di noi; le delusioni, le attese tramutate in cocenti delusioni, ovunque, tra gli amici, sul lavoro, perfino in famiglia e nella Chiesa. L’esperienza di sofferenza e di morte del nostro essere più profondo ci ha paralizzati. Il passato di peccato pesa come un macigno. E ci ritroviamo soli.

L’Avvento, questo Avvento, coincide con la nostra vita concreta, con queste tenebre nelle quali siamo immersi; non abbiamo bisogno di fare chissà cosa, basta viverla così come ci è data; la sapienza della Chiesa ci viene incontro per annunciarci e ricordarci la verità, introducendoci in un Tempo Forte che ci strappi alle illusioni, per collocarci esattamente dove siamo: nella notte. E’ la storia stessa infatti che attende la luce: “Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rom. 8, 22). E ciascuno di noi è, nella storia, come chiuso nell’oscurità di un utero materno. Nel buio non si distingue nulla, ci si muove e si sbatte sui mobili, si rompono le cose, ci si ferisce, si può inciampare e cadere tramortiti. Le tenebre ci nascondono la realtà, rapiscono anche quanto abbiamo di più caro. Nel buio non vi è alcuna certezza, nulla a cui appoggiarci. E’ tenebra fitta la morte del padre o della madre, la perdita del lavoro, una relazione conflittuale con un figlio o con il coniuge; è buio una malattia, la precarietà economica, il fallimento di un progetto; è notte quella che ci abbraccia dopo averle tentate tutte per salvare una persona – perchè non divorzi, non abortisca, non si droghi – senza alcun esito. Sì, la libertà dell’altro che si fa peccato, è oscurità che ci inghiotte e ci lascia mezzi morti. Come quell’uomo che, scendendo da Gerusalemme e Gerico, incappa nei briganti che lo spogliano di tutto e quasi lo ammazzano. Come il servo del centurione, come ciascuno di noi oggi, aspettando, forse inconsapevolmente, l’incontro con Cristo risorto, la Luce di una sola sua Parola.

E’ iniziato l’Avvento, liturgia viva che diviene storia perchè questa sia trasformata in liturgia. “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una gran luce” (Is. 9,2). Tu ed io siamo parte di questo Popolo immerso nel buio gemente e sofferente in attesa della luce, come nel seno benedetto della storia; l’Avvento è la vita nostra così come oggi ci è data, è un utero contratto, in tensione verso il parto. Il senso ultimo del dolore, del soffrire terribilmente, è nascosto in questo parto misterioso. Esso è immagine del dolore di Gesù nel Getsemani, l’angoscia che trasforma il sudore in sangue, l’agonia che descrive il limite tra la propria volontà e quella del Padre; la soglia tra le tenebre e la luce, tra la vita e la morte. In quel giardino sono riassunte tutte le agonie della storia. Ma quanto durerà questo nostro “passi da me questo calice”? Una settimana, un mese, dieci anni? Non sappiamo. Il peccato ci inchioda alle tenebre, solo la vittoria di Cristo può liberarcene. Solo il suo rinunciare a se stesso e alla sua volontà per compiere quella del Padre può salvarci. Solo il suo apparire risorto e vivo nella nostra vita, più forte delle porte sprangate, della notte che ci paralizza. “Pace a voi!”: l’Avvento è il seno che ci prepara ad ascoltare questo annuncio, lo stesso che, non a caso, gli angeli hanno trasmesso ai pastori nella notte di Betlemme. Pace a te, sono Io, ho vinto la morte, davvero! Sono proprio Io, guardami, tocca le mie piaghe, sono proprio quelle della croce! Dammi da mangiare di quello che hai preparato, la tua vita di oggi, la prendo Io, la faccio mia perchè questa vita mia ormai senza limiti, sia tua.

Per questo, alle porte di questo nuovo Avvento, la Chiesa ci pone dinanzi la figura di questo centurione, nel quale possiamo vedere ciascuno di noi. Egli ha incontrato il Signore, il Kyrios che, con una parola, ordina alla morte di far posto alla vita. Il centurione non rappresenta una fede magica; egli fa presente il cammino dentro il dolore e l’angoscia e l’approdo ad una certezza: quell’Uomo che aveva lì davanti che, non a caso, riconosce essere il Kyrios, il Signore. Esperto della struttura imperiale, sapeva che l’autorità conferiva il potere di comandare e farsi obbedire; subalterno del Caesar-Kyrios partecipava del suo potere. Nell’incontro con Gesù, dal profondo dell’angoscia, si fonda sulla propria esperienza per scongiurarlo di esercitare l’autorità ed il potere che gli riconosceva. Il centurione, pagano, ha percorso un cammino di conversione nella storia, ha sperimentato la sua impossibilità di fronte al male, pur avendo autorità e potere nella società. Il percorso che lo ha condotto ad incontrare un altro Kyrios, quel Rabbì galileo, e a consegnargli la sua vita per salvare quella del servo.

“Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito”: è cosciente della sua indegnità, non fa parte del Popolo eletto, e sa che, per la Legge, quel rabbino non può contaminarsi ed  entrare in casa sua. Ma, e qui appare la novità della fede, non si ferma a questo. L’amore per il suo servo, l’angoscia per la sua sofferenza, lo rende audace più di quanto non sia indegno. Ha a cuore la sorte del suo servo e questo lo spinge ad oltrepassare le barriere della Legge. Egli sa che Cesare, il Kyirios di Roma, può infrangere la Legge perchè ne è lo stesso autore: una sola parola e la Legge cambia. Questa è la fede del centurione! Quell’Uomo è un Kyrios ancora più potente, la sua Parola può compiere quello che per l’uomo è impossibile, perchè quella Parola è molto più della legge, è la vita stessa più forte della morte. Con il centurione possiamo, in questo tempo, imparare l’umiltà che sorge dalla verità: sono nella notte, ma ti ho visto ora qui di fronte a me, sei il Kyrios, il Signore che ha vinto la morte. Sei Tu l’unica certezza, so che una parola della tua bocca può accendere di vita eterna la mia vita spenta. Non sono degno che tu venga nella mia notte, ho dilapidato le sostanze e ora sono prostrato accanto ai porci, e non ho da mangiare se non i miei fallimenti. Non sono degno d’essere chiamato tuo figlio, non ho nessuna credenziale da mostrarti, nessun diritto per essere salvato se non Tu stesso, la tua parola, il tuo amore gratuito unica speranza.

Sappiamo che il professare che Gesù è il Signore costituisce il nucleo primitivo del Kerygma, della professione di fede più antica della Chiesa; lo attesta San Paolo: “Nessuno può dire che Gesù è il Signore se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor. 12,16); “Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore. Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza” (Rm 10, 8-10). Il centurione, sotto l’azione dello Spirito Santo che lo ha guidato durante tutto il cammino verso Gesù, è ora come dinanzi alla piscina battesimale: ciò che ha imparato a credere nel cuore per “ottenere la giustizia” – per essere purificato – lo professa con le labbra per avere la salvezza del servo.

Ecco allora il cammino del centurione, immagine del catecumenato della Chiesa primitiva: il desiderio intriso d’amore lo ha spinto verso Gesù, come quello dei tanti pagani che si avvicinavano ai cristiani nel desiderio di “vivere come loro”. Ha sperimentato l’amore che lo ha accolto offrendosi di andare Egli stesso a casa sua, in un luogo impuro, e curare il servo malato; di fronte alla risposta inaspettata che rompe ogni schema legalistico, il centurione – a differenza degli scribi e dei farisei, che sbiadivano la fede in Israele – ne riconosce la novità, la grandezza e la speranza che porta con sé: quell’Uomo è disposto a sporcarsi con lui, con le sue cose, con i suoi peccati; quell’Uomo, uscendo da se stesso e non difendendo gelosamente i suoi diritti, vuole scendere nella sua tenebra. Quell’Uomo è Kyrios perchè può andare oltre la Legge, e dimostra il suo potere in una forma radicalmente diversa da quella di tutti gli altri signori: Gesù è tanto potente da mettere da parte il suo potere, da obbedire invece di farsi obbedire, da servire invece di farsi servire. “Io verrò e lo curerò!”: in queste parole è tracciata tutta l’esperienza del centurione, quella sconvolgente di un amore mai visto che lo spinge sino alla certezza, alla fede che gli illumina il cuore; solo un Kyrios così può salvare il mio sottoposto, solo chi si è fatto servo può raggiungere, toccare e sanare il mio servo. Solo un Dio che si è fatto uomo come ciascuno di noi ci può davvero salvare, strappare dalle tenebre e dalla morte: “Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,11 ss).

Per questo il centurione può professare ora che Gesù è il Signore, perchè ha sperimentato che una sua sola parola ha il potere di cambiare l’esistenza. “Io verrò”: in questa parola Gesù lo ha amato così come egli è, lo ha conosciuto e lo ha perdonato, e per questo egli lo può riconoscere come Kiryos, e credere nel potere della sua parola. La stessa fede scaturita dal cuore della Maddalena all’incontrare Gesù risorto: “Maria!”, il suo nome pronunciato come nessuno ha mai fatto, un amore che scende e consuma ogni peccato, quella voce che sa di Cielo e misericordia, accende la sua voce nella professione di fede: “Mio Signore e mio Dio!”. Per questo, nelle tenebre che sembrano ingoiarci, siamo chiamati a sederci silenziosi, ad attendere Lui, quando voglia venire. Queste tenebre che ci avvolgono sono già il nostro cammino incontro a Lui, che è già vicino, nella stessa nostra oscurità. Gesù scende nell’impurità della nostra esistenza, è accanto a noi, basta aspettare che si riveli, scongiurare “maranhatà! Vieni Signore Gesù”.

La fede del centurione infatti sorge dalle tenebre di una vita pagana, vissuta lontana da Dio, senza Legge nè promesse. Il centurione è, sulla soglia di questo Avvento, immagine di ogni pagano che si avvicina a Cristo, che vede la Luce in mezzo alle tenebre ed è accolto a mensa, ammesso ai sacramenti e alla comunione della Chiesa. Il centurione è la profezia che oggi scende come un dono alla nostra vita, l’annuncio di speranza deposto nella nostra storia. Il servo che è in noi giace malato. E’ vero, non possiamo negarlo. Ma la sofferenza è un grembo fecondo che gesta la luce, come la notte è puntata verso l’aurora, come il sepolcro si apre sulla Pasqua, perchè, in Cristo, la morte è un Avvento di Vita.

Così anche un servo malato e paralizzato in un letto può alzarsi e tornare a servire al semplice pronunciarsi di una Parola, quella di Gesù. Così per te e per me oggi, anche se l’evidenza in noi e attorno a noi ci parla di schiavitù, di incapacità, di fallimenti. Di peccati e di morte. Anche se siamo segnati da catene più forti di noi che ci impediscono d’essere liberi di amare e servire, proprio oggi vi è una certezza che squarcia le tenebre. Questo Avvento ci consegna una possibilità: scongiurare il Signore, aspettando una sola Parola di Gesù. Scongiurare, così come ne siamo capaci, un gemito, come quello di un bimbo che sta lottando per venire alla luce. Un grido, forse in mezzo a mormorazioni e incertezze, forse balbettato, ma basta una parola – il gemito inesprimibile dello Spirito in noi – per sciogliere l’unica Parola capace di salvare e trasformare il nostro cuore. Non si tratta di cambiare le coordinate della storia, degli eventi o delle situazioni. No. La Parola, una Parola di Gesù, ha oggi il potere di farci uomini nuovi. Servi nel Servo, figli nel Figlio.

Sant’Efrem Siro (circa 306-373), diacono in Siria, dottore della Chiesa
Inni sul Paradiso, no. 5 ; SC 137, 76

«Tutta la creazione geme e soffre nelle doglie del parto… anche noi gemiamo interiormente aspettando la redenzione del nostro corpo» (Rm 8, 22-23)

La contemplazione del Paradiso mi ha rapito con la sua pace e la sua bellezza. Ivi dimora la bellezza senza macchia, ivi risiede la pace senza tumulto. Beato chi meriterà di riceverlo, se non per giustizia, almeno per bontà; se non a causa delle opere, almeno per pietà… Quando il mio spirito è tornato sulle rive della terra, madre delle spine, ogni sorta di dolori e di mali mi sono venuti incontro. Così ho capito che la nostra terra è una prigione. Eppure i prigionieri che vi sono rinchiusi piangono quando ne escono. Mi ha stupito anche il fatto che i bambini piangessero quando escono dal grembo materno: piangono mentre escono dalle tenebre per andare verso la luce, da uno spazio stretto verso la vastità dell’universo. Così la morte è per gli uomini come una specie di parto: coloro che muoiono piangono al lasciare l’universo, madre dei dolori, per entrare nel Paradiso di delizie. O tu, Signore del Paradiso, abbi pietà di me! Se non è possibile entrare nel tuo Paradiso, almeno rendimi degno dei pascoli che si stendono alla sua soglia. Al centro del Paradiso c’è la mensa dei santi; ma al di fuori, i frutti di tale mensa cadono come briciole per i peccatori che, anche da lì, vivranno della tua bontà.

San Bonaventura (1221-1274), francescano, dottore della Chiesa
Del Regno evangelico

«Molti verranno da Oriente e da Occidente e prenderanno posto al banchetto del Regno»

Il regno di Dio ha la grandezza di una carità senza limiti; se contiene uomini «di ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (Ap 5,9), nulla vi si trova costretto e limitato, al contrario può ampliarsi e la gloria di ciascuno cresce. Ciò fa dire ad Agostino: «Quando in molti si rallegrano, la gioia di ognuno è più grande, perché s’infiammano gli uni gli altri». Questa ampiezza del Regno è espressa dalle parole della Scrittura: «Chiedi a me, ti darò in possesso le genti» (Sal 2,8); «Molti verranno da Oriente e da Occidente e sederanno con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei cieli». Né tutti quelli che lo desiderano, né quelli che ci sono, né quelli che lo possiedono, né tutti quelli che arrivano renderanno più stretto lo spazio in questo Regno e non faranno torto a nessuno. Ma perché posso aver fiducia o sperare di possedere il regno di Dio? Certamente per la magnanimità di Dio che mi invita: «Cercate prima il Regno di Dio» (Mt 6,33). Per la verità che mi conforta: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo Regno» (Lc 12,32). Per la bontà e la carità che mi hanno riscattato: «Tu sei degno, Signore,  di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione. E li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra» (Ap 5,9-10).