dal Vangelo secondo Mc 1,14-20
 
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. Subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
Il commento di don Antonello Iapicca
La chiamata dei discepoli è il frutto di un compimento. Spesso soffriamo perché vorremmo comprendere a che cosa il Signore ci stia chiamando e non vediamo nulla. Inseguiamo una luce sulla volontà di Dio, immaginandoci sposati, presbiteri, suore, e soffriamo, uggiosi ai margini delle giornate, perché stentiamo a comprendere i segni, non sappiamo cosa fare con la nostra vita; giovani, maturi o anziani, abbiamo difficoltà ad interpretare i mille accadimenti quotidiani. Ma sbagliamo criterio. La chiamata del Signore giunge a noi come il frutto di qualcosa che è già compiuto, ci attrae con amore e misericordia in un disegno che, in Lui, ha già visto la pienezza: “il tempo è compiuto” e Lui è qui, oggi, ci guarda, ci fissa, mira al cuore e scocca la freccia. Ed è una parola che infiamma, che illumina e libera. “Venite dietro di me e vi farò diventare pescatori di uomini”: la volontà di Dio è seguire Gesù obbedendo alla sua Parola oggi, e ogni istante, fonte di pienezza e fecondità per la nostra vita. L’incontro con il Signore ha il potere di trasformare radicalmente il cuore, lo libera trasfigurando l’essere pescatori di Giovanni e Giacomo, di Simone ed Andrea. Trasforma il loro lavoro, l’opera delle loro mani, in un fecondo dono d’amore, capace di portare gli uomini in salvo annunciando il Vangelo. Non si tratterà più di pescare per sfamarsi, ma di farsi pescare per sfamare, di divenire il pesce che Gesù saprà moltiplicare per essere donato alle moltitudini. Non a caso nei primi secoli nelle ca­tacombe romane uno dei primi simboli di Cristo fu il pesce, probabilmente pensato da un cristiano di Alessandria che compose l’acrostico Icthys, che in greco significa  pesce, dalla frase Iesus Cristos Théou Uios Soter, ov­vero Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Il pesce, inoltre, è simbolo dell’ Eucarestia, del Signore che si offre ai fedeli come alimento. L’anziano Abercio, presbitero o forse ve­scovo di Hierapolis di Fri­gia, alla fine del II secolo ha lasciato la sua testimonianza su un cippo funerario scoperto ad Hamman’in Turchia: «Io, Abercio, visitai tutte le metropoli della Siria, persino Nisbi oltre l’Eufrate, e dappertutto trovai dei fratelli… Era la fede a guidarmi e a propormi ogni vol­ta come cibo un pesce che veniva da una fonte viva, immenso, puro, concepi­to da una casta vergine». A poco a poco i pesciolini divennero an­che simbolo dei cristiani, come scrissero Tertulliano,  “Ma noi piccoli pesci nasciamo nell’acqua”, e Ambrogio, “Ti è stato riservato che le acque ti rigeneri­no con la grazia, come es­se hanno generato gli al­tri esseri viventi alla vita terrestre. Imita questo pe­sce”.

Il Signore ci chiama a seguirlo nel suo immergersi nelle acque che trattengono nel peccato e nella sofferenza chi ci è accanto; la volontà di Dio, concretissima, è seguire la via del Signore che “passa sul mare” mentre le “sue orme rimangono invisibili” (cfr. Sal 76) perché sommerse dalla morte alla quale si è consegnato per “pescare” gli uomini che gli appartengono. Il prossimo ci attende per riconoscere Cristo in noi, che prende il peccato e perdona. In famiglia e al lavoro, in ogni relazione, ci attende un mare dove gettare la nostra vita come una rete, maglie fitte di misericordia, pazienza, tenerezza, verità eparresia, perché nessuno sfugga all’amore di Dio. Pescatori di uomini essendo quello che siamo, studenti, impiegati, o quello che sia, senza dover inseguire fantasie, sogni o desideri di riscatto in chissà quale nuova occupazione. Il riscatto e il valore della nostra vita emerge a partire da ciò che siamo, dalle nostre reti, dalla barca, da nostro padre. “Lasciare tutto e seguire Gesù” significa consegnargli la nostra vita oggi, perché operi in essa quello che da sempre ha pensato. Significa lasciarsi attrarre nel “tempo compiuto”, nella radicale novità del Vangelo, nell’amore di Gesù che tutto trasfigura. E’ questa la sua volontà fondamentale: accedere alla libertà di figli per essere trasformati in puro amore. Per questo occorre lasciarsi dietro il vecchio vivere incompiuto perché stretto dall’egoismo della carne. In questa pienezza che Gesù infonde alla nostra vita, potremo scoprire, giorno dopo giorno, quale cammino concreto Dio abbia pensato per noi, in quale circostanza e per chi perdere e donare la nostra vita, dove e come pescare uomini. Alcuni formeranno famiglie cristiane, altri saranno presbiteri, altri nel silenzio di un chiostro pregheranno per tutti. E così per le chiamate quotidiane: all’interno della cornice di una vita liberata per amare, scopriremo il compimento delle ore e dei giorni, sfamando nell’amore chi giunga e bussi alla porta della nostra vita.