di Giuliano Guzzo
Tratto da Libertà e persona

«Odiavo i preti. Ho fatto quello che dovevo fare, i preti non lavorano, non fanno niente, anzi fanno del male alla gente». Queste le motivazioni addotte dal reo confesso che, l’altro giorno, a Rovereto, ha finito a coltellate un sacrestano.

Bene, provate solo ad immaginare il finimondo che sarebbe scoppiato nel Paese se costui se la fosse presa – con la stessa furia e per le stesse folli ragioni – con una persona omosessuale, con un immigrato o con una donna; si sarebbe gridato rispettivamente all’omofobia, al razzismo, al sessismo. Si sarebbero organizzate manifestazioni, cortei, approfondimenti televisivi lunghi settimane. Invece ha ucciso un sacrestano, e ci si limiterà – scommetteteci – ad un solo, breve commento: era pazzo.

L’impressione, invece, è che i pazzi siamo noi, se lasciamo correre. Se pensiamo che l’odio sia un sentimento meno grave quando è rivolto contro qualcuno rispetto ad altri. Se facciamo finta che non esista, anche in Italia, una sorta di criminalizzazione permanente del clero. Tutti pedofili o quasi, evasori dell’Ici, forse imbroglioni, sicuramente nullafacenti. Ecco, questo è il pregiudizio. Anzi, «l’ultimo pregiudizio accettato», direbbe Philip Jenkins, sociologo non cattolico ma con gli occhi ben aperti. Come dovremmo tenerli noi.