Nel frattempo continuano gli attacchi contro i cristiani, specialmente nel Punjab

di Paul De Maeyer

ROMA, martedì, 7 giugno 2011 (ZENIT.org).- Quando si tratta di intimorire la minoranza cristiana, i movimenti estremisti del Pakistan non sono mai a corto di idee. A rivelare l’ultima “trovata” nella strategia fondamentalista contro la comunità cristiana è stato The News (31 maggio).

Come riferito dal quotidiano pachistano, durante una conferenza stampa tenutasi nella moschea Masjid-e-Khizra di Lahore – il capoluogo dell’irrequieta provincia del Punjab – il capo del partito islamista radicale JUI-S (Jamiat-Ulema-e-Islam, Sami-ul-Haq Group, una scissione del JUI), Abdul Rauf Farooqi, ha annunciato martedì 31 maggio di aver presentato un ricorso alla Corte Suprema del Pakistan, chiedendo di mettere al bando la Bibbia nel Paese.

Per il leader del gruppo fondamentalista, ritenuto vicino ai movimenti jihadisti, tra cui i talebani, il libro sacro del cristianesimo è da considerare “blasfemo”, perché viziato da tutta una serie di passaggi o “inserimenti” altamente offensivi e dunque inaccettabili per i musulmani. Secondo Farooqi, le “aggiunte” in questione attribuiscono comportamenti immorali a vari profeti considerati santi dall’islam e costituiscono una “corruzione” della versione originale della Bibbia.

Il chierico radicale ha dichiarato che i suoi colleghi ulema (dotti musulmani) vogliono vendicare la dissacrazione del Corano da parte del reverendo staunitense Terry Jones, ma senza bruciare la Bibbia. Dopo un breve “processo” ed aiutato da un altro pastore, Jones aveva bruciato pubblicamente in Florida domenica 20 marzo un esemplare del Corano, provocando una pioggia di violente proteste anticristiane in Pakistan.

“Ma noi sappiamo cosa dice la Bibbia dei profeti veterotestamentari?”, così ha detto Farooqi, secondo quanto riferito dal Pakistan Christian Post (3 giugno). “Che facciamo se i racconti della Bibbia vengono portati in tribunale e ritenuti blasfemi? Allora dobbiamo bruciare la Bibbia ed uccidere tutti i cristiani che l’hanno letta?”.

Il quotidiano TheNews ha chiesto anche il parere del mufti Mohammad Khan Qadri, capo dell’organizzazione Tahafuz Namoos-e-Risalat Mahaz (TNRM, un’alleanza di vari gruppi religiosi). Secondo l’esponente musulmano, non ci sono dubbi che la Bibbia abbia subìto numerose manomissioni ma comunque uno scontro aperto con il cristianesimo non è negli interessi dell’islam, specialmente in questo momento cruciale.

Le dichiarazioni del leader radicale hanno sconvolto la comunità cristiana del Paese. In un’intervista con l’organizzazione caritativa cattolica Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), il vescovo di Lahore, monsignor Sebastian Shaw, ha dato voce alla forte preoccupazione dei fedeli, ancora scossi dalle violente proteste contro il rogo del Corano organizzato da Terry Jones. “La gente è molto scioccato da tutto ciò”, ha detto il presule (6 giugno). “Noi cristiani siamo in Pakistan e abbiamo il diritto ad avere la nostra Bibbia. E’ un testo divino molto antico”.

Monsignor Shaw ha chiesto del resto ai fedeli di mantenere la calma e di non cadere nella trappola della provocazione tesa dagli estremisti. “Ciò che serve adesso sono le preghiere e la pazienza”, ha ribadito. “Se abbiamo la risposta giusta, la controversia si placherà come qualsiasi altra discussione che divampa di colpo”, ha voluto rassicurare la sua comunità.

Per il presidente della Commissione “Giustizia e Pace” dell’arcidiocesi di Karachi, padre Saleh Diego, “la nostra risposta, come cristiani in Pakistan, già nel mirino, non può essere che quella di ribadire l’urgenza del dialogo e del rispetto di tutti i simboli religiosi e dei libri sacri, di tutte le religioni”. “E’ una mossa che potrebbe alimentare l’odio religioso contro i cristiani. E’ una minaccia alla convivenza pacifica, un attacco al cuore della nostra fede”, ha dichiarato all’agenzia Fides (3 giugno) il sacerdote, che non nasconde certi timori. “Questi gruppi radicali – ha sottolineato – vogliono cancellarci del tutto”.

A confermare questa preoccupazione è un nuovo rapporto reso pubblico nei giorni scorsi dal Jinnah Institute, presieduto da Sherry Rehman, cioè la deputata musulmana del Pakistan People’s Party (PPP, al potere) ritenuta “degna di essere uccisa” (wajib-ul-qatl) dall’imam di una delle più grandi moschee di Karachi perché in seguito al caso Asia Bibi aveva proposto nel novembre scorso di modificare la legge antiblasfemia. Dalla ricerca, intitolata “A Question of Faith” (Una questione di fede) e basata su interviste a più di cento esponenti della società civile, delle organizzazioni non governative e delle minoranze, emerge infatti che i cristiani sono ormai “le prime vittime delle persecuzioni” e della “crescente violenza” nel Paese (Fides, 6 giugno).

Secondo l’inchiesta, che presenta al governo un pacchetto di 23 raccomandazioni, fra cui almeno una revisione o persino l’abolizione della legge sulla blasfemia e la creazione di un apposito “ombudsman” o difensore civico per le minoranze, “la condizione dei cristiani è notevolmente peggiorata” in Pakistan: si sentono ormai “cittadini di seconda classe” e “sono discriminati in tutti i settori della vita pubblica”.

Il documento è stato accolto con soddisfazione dalla comunità cristiana. “Siamo totalmente d’accordo e siamo felici che un istituto di tale livello e prestigio, espressione dell’intellighentia musulmana del Paese, evidenzi questi temi e parli della persecuzione dei cristiani”, ha ribadito sempre a Fides il direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Pakistan, padre Mario Rodrigues. “Non credo, però, che il governo intenda affrontare seriamente la questione dello status delle minoranze religiose”, ha continuato il sacerdote, “ma questo rapporto ci fa sperare che qualcosa si muova nell’opinione pubblica e nella società civile del Pakistan”.

Nel Paese, gli attacchi contro obiettivi cristiani e le aggressioni contro membri della minoranza sono diventati ormai una normale routine. Secondo quanto riferito da Compass Direct News (1 giugno), musulmani armati hanno attaccato domenica 29 maggio nel villaggio di Lakhoki Kahna, nei presssi di Lahore, la Numseoul Presbyterian Church, imprecando contro i fedeli, mandando in frantumi un altare di vetro oltre a dissacrare vari esemplari della Bibbia ed una croce.

Una categoria in particolare di cristiani è finita nel mirino dei musulmani: le donne. Sono davvero tanti i casi di ragazze appartenenti alla comunità cristiana che sono state rapite, stuprate e costrette a convertirsi all’islam per poi dover sposare un musulmano. Secondo quanto riferito da Fides (27 maggio), martedì 24 maggio due sorelle cristiane – Rebbecca e Saima Masih – sono state fermate per strada e rapite nel distretto di Jhung, nei pressi di Faisalabad. Dopo una “conversione” all’islam, una delle due sorelle, Saima, è stata data in sposa ad un ricco imprenditore musulmano, Muhammad Waseem, lo stesso uomo che in passato aveva già dichiarato di voler sposare le due ragazze. Un altro drammatico caso di violenza gratuita nei confronti di donne cristiane è quello di due infermiere del Fatima Memorial Hospital di Lahore, Nusrat Bibi e Muneeran Bibi. Come raccontato sempre da Fides (20 maggio), le due donne – accusate ingiustamente di furto – sono state sequestrate e molestate per quasi 12 ore da un funzionario musulmano in una stanza della struttura ospedaliera.

Ad aggravare la situazione è stata la recente uccisione in Pakistan del fondatore ed ideologo di Al Qaeda, Osama Bin Laden, durante un raid notturno condotto da un commando di incursori delle forze speciali della Marina statunitense. Secondo il responsabile uscente della sezione Asia di Caritas Internationalis, padre Bonnie Mendes, “il Pakistan è ormai in mano ai talebani. Sono divenuti sempre più forti, anche dopo la morte di Bin Laden”. “E godono – ha ribadito il sacerdote cattolico di Faisalabad a Fides (23 maggio) – del consenso di larghe fasce di popolazione: il cittadino comune, il musulmano pakistano medio, è molto adirato verso il governo, verso gli USA e verso la NATO, per questo guarda con favore le azioni dei gruppi talebani”.