«Ora io stimo che sia giunto il momento che i cattolici si mettano al paro degli altri nella vita nazionale, non come unici depositari della religione o come armata permanente delle autorità religiose che scendono in guerra guerreggiata, ma come rappresentanti di una tendenza popolare e nazionale nello sviluppo del vivere civile…».

Con queste parole, compreso il pizzico di retorica, Luigi Sturzo, il 29 dicembre 1905 indicava da Caltagirone ai cattolici italiani il percorso non facile e non breve che li avrebbe condotti alla partecipazione diretta alla politica con un partito «autonomo, libero e forte, che si avventuri nelle lotte della vita nazionale».Un partito non «clericale» nel quale l’ispirazione cristiana non avrebbe fatto velo alla laicità («noi ameremmo che il titolo di cattolici – così caro alle convinzioni degli italiani – non fregiasse il nostro partito»). Un partito di «centro» ma non moderato, bensì «temperato» (i cattolici dovevano scegliere legittimamente: «o sinceramente conservatori, o sinceramente democratici») radicato nella società e nel territorio, dove il movimento cattolico operava già da tempo, capace di coniugare progetto e riforma dello Stato secondo i principi di sussidiarietà e di solidarietà, con un chiaro programma «consono, iniziale, concreto e basato su elementi di vita democratica».

Il Partito Popolare, non si rivolge quindi direttamente ai cattolici ma si apre con il noto appello «ai liberi e ai forti», anche se furono in grande maggioranza i militanti di Azione cattolica e anche non pochi sacerdoti a sostenerlo. Esso segna la conclusione della lunga marcia nelle istituzioni del movimento cattolico, iniziata già all’indomani dell’unità d’Italia superando in modo innovativo e originale (come avrebbe avvertito lo storico Chabod) «questione romana» e «non expedit», intransigentismo dell’Opera dei congressi e rifiuto dello Stato unitario nelle sue espressioni laicistiche che solo con la Grande Guerra sarebbero venuti meno. È il tema della libertà – o forse più compiutamente quello delle libertà – quello che caratterizza, anche quando la breve stagione del Partito Popolare si sarà conclusa con il fascismo, il pensiero, l’impegno di Sturzo negli anni del suo esilio in Francia, Inghilterra, Stati Uniti.

«La libertà – scriverà nel 1949 sul quotidiano Il popolo – è come l’aria: se l’aria manca si muore; la libertà è come la vita… la libertà è dinamismo che si attua e si rinnova». Nel 1946 Sturzo torna in Italia. Einaudi lo nomina senatore a vita. La Democrazia cristiana è al governo del Paese. Il tema delle libertà, arricchita in modo particolare dall’esperienza americana, torna con forza nei suoi non pochi interventi. Il suo rapporto amichevole con De Gasperi non nasconde il dissenso con il leader democristiano e con il gruppo dirigente del partito su non pochi punti: dalla riforma agraria, dall«operazione Sturzo», subita dal sacerdote siciliano per le amministrative di Roma del 1952, alla riforma elettorale. Ma in quegli anni ’50 che vedono la fine del centrismo e i primi passi ‘aperturisti’ della Dc, le battaglie di Sturzo denunciano il crescente peso dell’industria pubblica e delle partecipazioni statali nella vita economica del Paese e soprattutto l’occupazione invasiva dei partiti nella società con una degenerazione del sistema politico che avrebbe impedito ogni e qualsiasi riforma dello Stato.

Di qui i suoi continui appelli ad un recupero dell’etica nella vita pubblica. Dove spesso avevano spazio ‘i mestieranti’ della politica. C’è in queste battaglie di Sturzo una certa rigidità e anche astrattezza che sembrano non tener conto, in nome della libertà economica propria del sistema liberista americano, della realtà sociale e anche politica del nostro Paese. Quando nel 1954 la Pira interviene per salvare una grande fabbrica fiorentina, la Pignone, minacciata di chiusura, la critica sturziana è durissima provocando la reazione altrettanto dura del sindaco: «Non vorrei che con la scusa di non volere lo Stato totalitario non si voglia in realtà lo Stato che interviene per sanare le strutturali iniquità del sistema finanziario economico e sociale del cosiddetto Stato liberale».

Sturzo non poteva certo immaginare la crisi mondiale di questi mesi che ha rivalutato l’intervento pubblico nell’economia, dando in un certo senso ragione a La Pira. Ma ormai l’8 agosto 1959 la vita terrena di Sturzo si era conclusa. Il suo testamento rivela la sua intensa spiritualità. L’aveva avvertita anche Piero Gobetti: «Sturzo sente i problemi più vivi dello spirito senza averne il terrore degli asceti; la sua religiosità non è un tormento, ma uno stato di serenità, quasi uno stato di grazia per usare termini sacri in un discorso che vuol essere profano».


Antonio Airò da Avvenire