di Domenico Bonvegna

Ho appena inviato l’articolo a tutti i siti dove collaboro, che apprendo dai tg televisivi che oggi è previsto il primo ciak del film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana, proprio sulla strage nella Banca dell’Agricoltura del 12 dicembre 1969 a Milano.

E’ tutto pronto, le auto d’epoca davanti alla banca, le autoambulanze, le moto e naturalmente gli interpreti, il commissario Calabresi è interpretato da Valerio Mastandrea. Giuro che non l’ho fatto apposta a scrivere il pezzo, soltanto una fortunata coincidenza. Il film riaprirà ferite mai rimarginate? Io penso di sì.

Il 17 maggio scorso ricorreva il trentanovesimo anniversario della barbara uccisione del commissario Luigi Calabresi a Milano. Il 13 dicembre 2009 dopo l’attentato al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Milano, avevo evocato la figura del commissario Calabresi e mi ero proposto di ricordarlo in occasione dell’anniversario della sua morte, lo faccio ora. Di Luigi Calabresi me ne ha parlato per la prima volta mio fratello che in quegli anni (1968-72) ha visto e sentito tutto quello che accadeva politicamente a Milano. Soprattutto ha seguito la campagna di odio di cui è stato oggetto Calabresi. Sono i cosiddetti anni di piombo, quando il movimento studentesco milanese di Capanna e Co, metteva a ferro e fuoco la città, tempi che per Giampaolo Pansa potrebbero ritornare dopo l’elezione a sindaco di Milano di Giuliano Pisapia.

Per presentare questo eroe e soldato cristiano utilizzo il documentato libro di Giordano Brunettin, Luigi Calabresi. Un profilo per la storia. Pubblicato da Scuola d’Arte “Beato Angelico”di Milano Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis, Milano – Roma 2008).

“Luigi Calabresi ha vissuto in pieno le ‘assurdità’ cristiane – scrive monsignor Angelo Comastri nella prefazione – non si è preoccupato del potere ma del dovere, non si è preoccupato della carriera ma della fedeltà alla coscienza, non ha cercato onori ma ha cercato di far onore alla verità e all’onestà. Per questo è stato ucciso; e, dopo l’uccisione, è stato più volte crocifisso da una campagna di menzogne che, finalmente, ora si stanno sciogliendo come la nebbia al sole”.

Luigi Calabresi, è stato ucciso in Via Cherubini, sotto casa sua, al mattino del 17 maggio 1972 a Milano, con due colpi di pistola alle spalle da un commando di Lotta Continua, movimento extraparlamentare comunista. “Una cosa è certa – aveva predetto – se qualcuno vorrà ammazzarmi mi colpirà alle spalle, perché non avrà il coraggio di guardarmi negli occhi”. Prima di essere ucciso il commissario è stato oggetto di una lunga campagna di aggressione e di odio da tutto il movimentismo di sinistra italiano, complice quasi tutto il mondo politico, eccetto quello di destra. Il libro parla di una vera e propria persecuzione mediatica che lo crocifisse per due anni. Due momenti da ricordare, i due articoli apparsi sul giornale Lotta Continua, il primo nel maggio 1970, dove praticamente si preannuncia l’omicidio di Luigi Calabresi che è indicato come futuro “imputato e vittima” di un processo e di una “esecuzione” da parte della giustizia del proletariato, dove si afferma che “l’eliminazione di un poliziotto è un momento e una tappa fondamentale dell’assalto del proletariato contro lo Stato assassino”. Il secondo articolo è stato pubblicato il giorno dopo l’assassinio di Calabresi e si ricollega al primo, già nel titolo: “Ucciso Calabresi, il maggiore responsabile dell’assassinio Pinelli”, inoltre si afferma che si è trattato di un “omicidio politico” nel quale “gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”: in pratica, l’assassinio di Calabresi, viene presentato come atto della cosiddetta “giustizia proletaria”.

Nel frattempo vi sono state vignette offensive, volgarità, telefonate e lettere minatorie alla famiglia del commissario, manifesti diffamatori e minacciosi affissi a Milano, con scritte presso l’abitazione di Luigi Calabresi e a Roma presso l’abitazione dei suoi genitori, cortei nei quali si gridava che Calabresi è un assassino e che la sua vita sarà breve, in pratica le minacce scritte sul giornale “Lotta Continua”. A completare l’opera di linciaggio politico morale e psicologico, un documento pubblicato sul settimanale “L’Espresso” il 13 giugno 1971, firmato da ben 800 persone, gente che appartengono al “mondo della cultura”, (filosofi, scienziati, scrittori, poeti, politici, storici, critici, musicisti, giornalisti, personaggi dello spettacolo, del cinema ed altri) nel quale Luigi Calabresi viene condannato senza appello, definito “commissario torturatore” e “responsabile della fine di Pinelli”. Pinelli, un anarchico, sospettato di essere coinvolto nella strage alla Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, durante un interrogatorio cade dalla finestra della questura e muore, secondo Lotta Continua, il colpevole di questa morte è il commissario.

Luigi Calabresi reagisce da buon cristiano all’alluvione di ingiurie e minacce. Confida nel trionfo finale della verità, trova conforto nella fede, si conforma all’esortazione di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”(Lc 9, 23).

Qualcuno gli suggerisce il trasferimento in qualche altra città, ma lui risponde, che l’attacco è rivolto allo Stato non a me, quindi, “lo Stato non può fuggire. Non voglio che domani a qualcuno dei miei figli possano dire: tuo padre è fuggito”. Mario Càristo, paragona la vicenda Calabresi a quella di don Andrea Santoro, il sacerdote ucciso in Turchia, “entrambi rigorosi e pacifici testimoni di Cristo in ambienti fortemente ostili e aggressivi, entrambi colpiti alle spalle dall’odio cui essi contrapponevano la civiltà dell’amore”. Sia per don Santoro che per Calabresi era difficile stare in quegli ambienti, ma bisognava stare era il Vangelo che l’imponeva.

Giovanni Paolo II in occasione del XXX anniversario del sacrificio di Calabrese, lo definisce, “generoso servitore dello Stato, fedele testimone del Vangelo, costante nella dedizione al proprio dovere pur fra gravi difficoltà e incomprensioni, esempio nell’anteporre sempre all’interesse privato il bene comune”.

Il cardinale Fiorenzo Angelini definisce Calabresi una figura esemplare di servitore dello Stato, di marito e di padre, di credente convinto e credibile, e per chi non lo ha conosciuto, egli è un personaggio che è doveroso scoprire nella sua straordinaria levatura morale e spirituale. Il libro di Brunettin, ha un particolare merito per il cardinale, “presentare il Commissario Calabresi quale modello ideale anche per le giovani generazioni, che oggi, travolte da un vortice di informazioni approssimative che si riversano in tempo reale sugli schermi informatici, sono costrette, loro malgrado, ad ignorare il passato, sia pur recente, nel quale possono scoprire le radici di valori autentici degni di essere abbracciati e vissuti fino all’eroismo”. E in una stagione di emergenza educativa come la nostra, mi sembra un invito da prendere in considerazione.

E un altro cardinale, Andrea Cordero L. di Montezemolo, dopo averlo indicato come esempio eroico del compimento del dovere e come testimone del Vangelo, si augura che il profilo fatto in questo libro, “venga letto da sempre più vaste cerchie di giovani, specie se essi sono a servizio della Legge e dello Stato, a dimostrazione dei perfetti fondamenti dell’educazione civile e delle ragioni indefettibili della speranza cristiana in qualunque situazione storica”. Anche se bisogna obiettare che probabilmente un lavoro del genere meritava essere pubblicato da case editrici più conosciute e presenti nel grande mercato dell’editoria.

Qualche anno fa monsignor Giovanni D’Ascenzi sollecitava di valutare tutti i documenti e verificare se siamo di fronte ad un credente che ha vissuto la fede e l’amore del prossimo in maniera eroica e quindi si augurava che l’autorità ecclesiastica avviasse un processo canonico, perché sia riconosciuta l’eroicità delle virtù del commissario di Polizia Luigi Calabresi.

Il professore Giuseppe Maria ha scritto che Calabresi ha “vissuto la vita nella imitazione di Cristo (…)il mondo, anche oggi, ha bisogno più di santi che di eroi. E Calabresi, uomo del nostro tempo, ha vissuto come sacrificio la sua vita, che è appunto l’eroismo della santità”.

Chiudo ma bisogna ritornare sulla straordinaria figura del commissario Calabresi, per riflettere sulla sua vita professionale, l’apostolato, la sua spiritualità ignaziana, la vita matrimoniale, come ha affrontato le insidie del mondo.