La provocazione di Davide Rondoni
di Luca Negri
Tratto da L’Occidentale il 3 ottobre 2010

Scriveva Charles Péguy che “le crisi dell’insegnamento non sono crisi di insegnamento; sono crisi di civiltà”. Infatti non pochi sono gli intellettuali che si sono occupati del problema di come trasmettere le vette della cultura umana alle generazioni posteriori. Anche nel nostro paese non mancano le menti che si cimentarono con la questione; i più lucidi lo fecero nell’unico modo efficace, ovvero con il paradosso e la provocazione.

A partire da Giovanni Papini, che il maestro di scuola elementare lo aveva anche fatto per qualche mese. Nel 1914, a conclusione della sua esperienza futurista e prima della Grande Guerra che lo spinse ad abbandonare il nichilismo giovanile per tornare in seno alla Chiesa Cattolica, scrisse Chiudamo le scuole. Per il fondatore di “Lacerba” gli edifici scolastici somigliavano già in maniera preoccupante alle prigioni, il livellamento democratico del sapere uccideva il genio individuale, la cultura accademica ufficiale tendeva al controllo totalitario delle menti.

Pasolini, anche lui ex insegnante, dopo aver visto nel boom economico un vero e proprio genocidio culturale, dichiarava di amare solo gli esseri umani di bassa o nulla scolarizzazione. Ormai la cultura trasmessa a scuola aveva smarrito ogni legame con la coltura, con la saggezza ancestrale del mondo agricolo; ogni sapere era ridotto ad astratta ideologia borghese. Inquietato dalle rivolte del ’68, Giuseppe Berto (nel preziosissimo Moderna proposta per prevenire) offrì una brillante soluzione: far del marxismo una materia di studio obbligatoria. Solo così sarebbe diventato assolutamente indigesto per le nuove generazioni (un 4 su vita ed opere di Trotzsky, in effetti, avrebbe potuto spegnere ogni anelito alla “Rivoluzione permanente”).

La proposta più recente in merito al rapporto fra cultura ed insegnamento arriva ora da Davide Rondoni, uno dei migliori poeti italiani contemporanei, cresciuto sotto la guida spirituale di Don Giussani dentro Comunione e Liberazione e quella artistica di una delle voci poetiche più alte del nostro Novecento: Giovanni Testori. Nel suo Contro la letteratura. Poeti e scrittori. Una strage quotidiana a scuola (Il Saggiatore, collana “Pamphlet”) lancia un appello molto più serio che provocatorio, paradossale ma realizzabile.

Secondo Rondoni l’insegnamento della Letteratura, quantomeno negli istituti superiori andrebbe reso “facoltativo” (“Se dici questa paroletta vien giù un sistema), cioè libero. “Per far saltare, con la leggerezza di un gesto di danza o di un colpo d’ali di farfalla, il sistema che sta uccidendo la letteratura tra i nostri ragazzi” non c’è forse altra soluzione se non quella di ricordare che leggere è un atto di libertà. Tale proposta è motivata proprio dalla situazione fotografata dalle statistiche: più della metà degli italiani d’età sopra i sei anni non legge un libro all’anno. Quasi la metà dei ragazzi tra i sei e i diciannove anni legge solo testi scolastici. Poiché nella scuola italiana viene mediamente chiesto di leggere molto e i programmi di letteratura sono fin troppo ricchi, è chiaro che qualcosa non funzioni.

Non funziona né il vecchio metodo basato sulle estenuanti parafrasi ed il noiosissimo studio delle note a piè di pagina, né l’ammiccamento progressista di infilare un De Andrè fra Montale ed Eco. Anche il mischiare la letteratura con la storia della letteratura (eredità di De Sanctis e Gentile, dunque hegeliana) facendole coincidere nei programmi di studio è un errore, o meglio una pretesa ideologica (il “fare gli italiani” risorgimentale e fascista). Per non parlare delle lezioni introduttive sulla vita degli scrittori; chi insegna od ha insegnato sa che diventano spesso occasione di riduzione macchiettistica (Leopardi gobbo e vergine, D’Annunzio squadrista e sessuomane etc.).

Altra mortificazione della letteratura fra i banchi è quella di far leggere libri “perché vi si affronta un problema sociale o morale (droga, condizione giovanile, guerra, mafia, razzismo). “Tutte cose importanti, argomenti da incontrare a scuola in qualche modo”, scrive Rondoni, “ma la letteratura piegata a premessa per la sociologia, per la politica o anche per la religione non è mai un buon affare”. L’effetto che può risultare è l’opposto di quello voluto, invece di fare retorica sentimentale è più urgente risvegliare il senso della bellezza, l’attrazione per il mistero insita in ognuno di noi.

Insomma non possono essere i burocrati o i “glossatori della Divina Commedia” (per citare Marinetti) coloro che faranno amare la poesia ai ragazzi. Servono invece dei nuovi menestrelli, che devono saper leggere bene, ad alta voce. Il tono e la passione messa nella lettura fanno veramente la differenza, soprattutto quando si deve gettare l’incanto su adolescenti “in piena esplosione ormonale e vitale”. I docenti di letteratura, fanno già “un mestiere da monaci o guerrieri”, dovendo fronteggiare venti o trenta ragazzi quotidianamente, ma necessita loro ancora più coraggio. Devono essere più performers, più artisti, teatranti. Far vibrare le lettere nel loro corpo, riportare la poesia alla sua origine precedente la scrittura. Così dovrebbero presentare la loro materia, per evitare che finisca parcheggiata “tra le parti più noiose della vita”

Dopo le prime settimane di frequenza obbligatoria gli studenti potrebbero scegliere in piena libertà se continuare le lezioni. Ad un insegnate bravo, in grado di trasmettere la vita e gli interrogativi ultimi che pulsano nelle opere di poeti e romanzieri, non dovrebbero mancare discepoli. Sembra azzardata la proposta di Rondoni, ma non considerandola con maggiore realismo. In fondo in Italia è già facoltativa l’ora di Religione, la conoscenza del culto e della cultura che hanno forgiato la nostra civiltà occidentale; se ci si può diplomare con le idee molto confuse su Abramo o San Paolo, dovrebbe essere concesso farlo anche ignorando completamente l’esistenza di Manzoni o Pavese.