“Il Codice da Vinci” sei anni dopo
di Silvia Guidi
Tratto da L’Osservatore Romano del 19 luglio 2009

“Immaginiamo un film che rappresenti la Sony dietro gli attentati alle Torri gemelle per destabilizzare gli Stati Uniti, oppure un romanzo che riveli che la Sony pagò l’attentatore del Papa nel 1981 per opporsi all’autorità morale del Santo Padre. Sarebbero storie inventate”.

Il brano, un’ipotesi di fantacronaca per far capire la gravità di una diffamazione a mezzo stampa – e a mezzo cinema – a diffusione planetaria, è tratto da un comunicato dell’Opus Dei diffuso l’11 maggio 2006 in pieno ciclone “Codice da Vinci”, a pochi giorni dall’uscita del film tratto dal bestseller di Dan Brown, dove la prelatura viene dipinta a tinte più che fosche.

“Immagino che la Sony non sarebbe contenta di vedersi trattata in questo modo e non si accontenterebbe della risposta “non si preoccupi, è solo fantasia, non bisogna prenderla sul serio, la libertà di espressione è sacra””.

Subito dopo, però, il responsabile dell’ufficio informazioni dell’Opus Dei a Roma, Manuel Sánchez Hurtado, si affretta a rassicurare i destinatari della missiva: “Comunque i produttori del film non hanno motivo di preoccuparsi. I cristiani non reagiscono con odio né violenza ma con rispetto e carità, senza insulti né minacce” continua il portavoce, prendendo atto con amara ironia di quanto spesso il fine economico giustifichi i mezzi: “Possono continuare tranquilli a calcolare quanto il film incasserà”. Il comunicato stampa è una delle tante testimonianze raccolte nel libro La Chiesa, l’Opus Dei e il Codice da Vinci, un caso di comunicazione globale (Roma, Edusc, 2009, pagine 181, euro 15); un saggio che, come suggerisce il nome della collana di cui fa parte, “Case Study Series”, vuol essere uno strumento di lavoro per studenti e professionisti del mondo dei media e un modo “per condividere con gli esperti la lezione imparata” senza pretendere di schematizzare ogni variabile. “Nella comunicazione come nella navigazione non è possibile pianificare tutto – scrive l’autore – bisogna navigare a vista, sbattuti dal vento e dalle onde”; consapevoli che “i buoni principi non danno automaticamente garanzia di buoni risultati. Sono molti e svariati i fattori in gioco, e molti di loro sono imprevisti. Per questo è necessario avere una certa dose di coraggio, scommettere sui principi che si considerano corretti e navigare”.

L’autore, Juan Manuel Mora, tra il 1991 e il 2006 ha lavorato nel dipartimento di comunicazione della prelatura, e conosce bene i termini della “navigazione” per averla vissuta in prima persona: nel libro analizza il fenomeno Dan Brown dal punto di vista quantitativo, come esperimento riuscito di “marketing virale” di enormi proporzioni, con investimenti pubblicitari e promozionali senza precedenti nel mercato editoriale, e dal punto di vista qualitativo, con aspetti che riguardano le relazioni pubbliche, il giornalismo, la responsabilità sociale d’impresa.

Come tutti sanno, infatti, più che al valore letterario o cinematografico dell’opera la fama delle avventure del professor Langdon è soprattutto dovuta alle sue tesi fantasiose sulla Chiesa e il Vangelo; tesi prive di basi storiche, come ammettono anche i detrattori del cattolicesimo, ma tanto capillarmente diffuse – nel maggio 2006 le copie stampate in tutto il mondo erano già a quota sessanta milioni – da condizionare l’immaginario collettivo e accreditare come reale una visione distorta del cristianesimo.

Un fenomeno che sarebbe ingenuo liquidare come un’innocua lettura da spiaggia, una fiction esplicitamente dichiarata come tale; a chi, dopo il lancio del libro, continuava a minimizzare, ripetendo “si tratta di un thriller, non un trattato di religione” il “New York Times” obiettava: “Se è una fiction perché si apre con una pagina intitolata “Fatti”? Perché si dice che “tutte le descrizioni di arte, architettura, documenti e rituali segreti di questo romanzo rispondono al vero”?”.

Dichiarare esplicitamente che si tratta solo di una “commedia degli errori” significa togliere fascino e mistero al romanzo; per questo i guru del marketing che hanno pianificato nei dettagli l’operazione hanno giocato fino all’ultimo la carta dell’ambiguità sulla fondatezza storica della vicenda, negando sempre, soprattutto l’evidenza, contando sul fatto che, come ben sapeva il ministro della propaganda del Terzo Reich Paul Joseph Goebbels, “una bugia ripetuta infinite volte diventa una mezza verità”.

L’Opus Dei, che si vedeva descritta come una setta sadica e sinistra, rispose con missive preoccupate, sollecitando un incontro con gli editori prima e con i produttori del film poi, chiedendo un avviso nei titoli di testa o una nota a piè di pagina che descrivesse la storia per quello che è, un’opera di fantasia; i registi dell'”operazione Codice” risposero con una tattica fatta di “amabile indifferenza” come scrive l’autore, alternata a dichiarazioni contraddittorie, introdotte o seguite da generiche assicurazioni di rispetto e disponibilità a collaborare.

Scartata l’ipotesi della battaglia legale, il dipartimento comunicazione dell’Opus scelse di puntare tutto sul giornalismo di qualità e la trasparenza, mettendo a disposizione documenti e testimonianze sul sito della prelatura (www. opusdei. it), cogliendo l’occasione dell’improvvisa popolarità – anche se nata da una leggenda nera diffusa su tv e giornali di tutto il mondo – per far conoscere al maggior numero possibile di persone il messaggio e la pedagogia cristiana del fondatore, Josemaría Escrivá. Interpellato sulla vicenda, lo stesso Umberto Eco ammise che “le fonti più affidabili per conoscere l’Opus Dei si trovano sul sito dell’Opus Dei”.

“Se ti danno un limone, tu facci una limonata” riassume con una battuta la strategia della prelatura Juan Manuel Mora, sintetizzando in una frase i tre anni in cui ha lavorato, con gli altri colleghi del Dipartimento comunicazione, sul caso “Codice da Vinci”. Tre anni faticosi ma professionalmente fertili e ricchissimi di esperienze in cui, insieme al suo staff, ha dovuto affrontare e risolvere in tempi brevi una serie di problemi di grande complessità e delicatezza, resistendo alla tentazione dello scontro diretto, evitando i toni aspri del muro contro muro (“per litigare bisogna essere in due e in questo caso manca il quorum” era una delle risposte più frequenti) attenti a non cadere nella trappola di un falso dialogo (nella fattispecie, rimandando al mittente l’invito a partecipare al dibattito sul sito del film; intervenire su questo forum sarebbe stato un modo indiretto di legittimarlo).

Una sfida vinta, come dimostra il rinnovato interesse verso la prelatura dopo il terremoto Dan Brown, anche grazie a un uso intelligente e creativo delle stesse armi mediatiche dell’avversario: da titoli come Opus Pride alla provocatoria dichiarazione “Silas esiste davvero” seguita da un articolo su Agbim Silas, un impiegato nigeriano che vive da più di vent’anni a Brooklyn con sua moglie Ngozi.

Il signor Silas è effettivamente membro dell’Opus Dei; difficile immaginare qualcosa di più lontano dal monaco albino killer descritto da Dan Brown (e una notizia più appetibile per i network americani, dalla Cnn all’Abc, che infatti dedicarono ampio spazio alla notizia).

“Fare una limonata” ignorando volutamente l’acidità del limone per non finire impantanati nell’acrimonia delle polemiche significa anche sfruttare l’effetto paradosso dei riflettori puntati per far conoscere attività caritative che in condizioni normali sarebbero state ignorate dai media in quanto classificate come “non-notizie”; grazie a Dan Brown, per esempio, il progetto di solidarietà Harambee-Africa, lanciato durante la lavorazione del primo film della serie, è diventato improvvisamente celebre in tutto il mondo.

Un valido aiuto alla “parte lesa” è arrivato anche dall’oggettiva mediocrità artistica del film di Ron Howard: “Vuoi un valido surrogato della mortificazione corporale? Con il prezzo del biglietto hai due ore di sofferenza assicurate” scriveva Antony Lane sul “New Yorker” dopo aver visto il guazzabuglio di complottismo e simbologia religiosa interpretato da Tom Hanks e Audrey Tautou. Un collega giornalista raccontava sul forum di discussione del suo giornale di aver preso sul serio l’invito ad andare a fondo alle questioni sollevate dal film, e di essere rimasto colpito dalla mole di testimonianze storiche sul fatto cristiano, fino ad ammettere: “Un aspetto irritante della Verità con la v maiuscola è che se la cerchi abbastanza a lungo corri seriamente il rischio di trovarla”.

Tra le conclusioni del libro di Mora c’è anche la scoperta che “la gioia è un’ottima consigliera” e il senso dell’umorismo è un valido alleato in ogni disputa. Non può essere costruita a tavolino, però; la letizia, manzonianamente, “chi non ce l’ha non se la può dare”; il sorriso è un riflesso della profonda pace che la fede regala anche in situazioni drammatiche. Non solo: la prova, o comunque la sfida di circostanze oggettivamente ostili, “costringe” i cristiani a essere creativi e a dare intelligentemente ragione “della speranza che è in loro”, parafrasando la Scrittura, senza lasciarsi intimidire da complessi di inferiorità, totalmente ingiustificati e sempre controproducenti.

Tenendo presente che “il vento dà coraggio a chi sa navigare” come recita il proverbio castigliano che l’autore mette a esergo del suo libro, e che “un’istituzione che ha dato origine all’università è in grado di essere rilevante tra gli intellettuali, un’istituzione che in venti secoli ha dedicato le sue migliori risorse alla cura dei poveri e dei malati possiede un ricco patrimonio di credibilità; un’istituzione nel cui seno è nata la scultura di Michelangelo sa cosa significa esprimersi con chiarezza”.

Per questo “il responsabile della comunicazione non deve essere uno spettatore, ma uno sceneggiatore”, deve prendere iniziativa, sempre alla ricerca di forme nuove per raccontare storie interessanti e affascinanti, che mostrino la realtà della Chiesa nei suoi aspetti fondamentali. Ciò implica che deve dare grande importanza all’osservazione, al dialogo, allo studio, a tutta la dimensione intellettuale del suo compito.

Un tema già affrontato con la consueta precisione speculativa da Tommaso; “viene in mente la distinzione che ricorda Joseph Pieper – scrive Mora – tra due forme possibili di comunicazione: la locutio, che consiste nel dire qualcosa che in realtà non riguarda il destinatario, e la illuminatio, che consiste nel dire qualcosa che getta una luce e aiuta l’interlocutore a comprendere la realtà in un modo nuovo”.

Il tutto nel quadro di una premessa: la convinzione che Cristo e con lui i suoi discepoli sono da sempre segno di contraddizione per il mondo e che in ogni caso la buona comunicazione non può essere accomodante con le mode contrarie al Vangelo.

da Mascellaro.it