di Assuntina Morresi
Tratto da Avvenire dell’8 ottobre 2009

«In Gran Breta­gna fa ricerca sulle cel­lule staminali embrionali, in I­talia  sarebbe ri­cercato dalla po­lizia. In Gran Bretagna sta per ri­cevere approvazione e finanzia­mento. In Italia riceverebbe una condanna fino a sei anni di car­cere, una multa fino a 150 mila euro, sarebbe sospeso per tre anni dall’esercizio professiona­le».

È quanto campeggiava due anni fa sulla copertina del men­sile dell’Associazione radicale Luca Coscioni sotto la foto di Stephen Minger, il ricercatore inglese noto per i suoi lavori su­gli embrioni umano- animali, presentato come l’eroe della li­bertà di ricerca e in quanto tale invitato in Italia a parlare all’U­niversità La Sapienza di Roma (sì, la stessa che aveva chiuso la porta in faccia a Benedetto XVI).

Ma intanto Minger ha cambiato mestiere: dopo due anni ha ab­bandonato la ricerca sulle em­brionali e lavora nel settore in- dustriale, mentre Lyle Arm­strong e Justin St John, gli stu­diosi che come lui avevano otte­nuto la licenza per creare em­brioni interspecie, se ne vanno: il primo lavorerà in Spagna, l’al­tro andrà in Australia. Nessuno li ha perseguitati in questi anni, ma nessuno li ha cercati: non hanno trovato chi volesse finan­ziare i loro progetti sulle «chime­re». I motivi non sono etici: dopo il via libera dell’Hfea – l’Autho­rity inglese che regola questo ti­po di ricerca – è stata modificata pure la normativa, che adesso consente di creare qualsiasi tipo di embrione misto umano/ ani­male. Il percorso della nuova legge inglese è stato accompa­gnato da dibattiti e campagne, con un notevole coinvolgimento dell’opinione pubblica: un’atti­vità intensa, largamente suppor­tata dalla stampa sia popolare che specializzata. Ma non è ba­stato. Dice Colin Miles, membro del Centro di biotecnologie e scienze biologiche, che ha rifiu­tato uno dei progetti: «Non basta avere un permesso. Si deve veri­ficare l’eccellenza scientifica e il potenziale del progetto». Che quel filone di ricerca fosse inutile e supe­rato lo si poteva capire leggendo la letteratura scientifica sul tema. E d’altra parte la scoperta delle «Ips», cellule adulte ‘ ringiovanite’ fino a uno stato simile a quello embriona­­le, ha rivoluzionato la ricerca nel settore. Ma sugli embrioni ibridi u­mano- animali la posta in gioco era altro: affermare l’autonomia assolu­ta della tecnoscienza e dei suoi ‘ sa­cerdoti’, e sancirne una volta per tutte l’insindacabilità delle scelte cercando di rendere accettabile l’e­sperimento più estremo: quello che, mischiando patrimonio genetico u­mano e animale, metterebbe in crisi la natura umana nella sua unicità.

Chi vuole portare la bandiera della libertà di ricerca dovrebbe, però, misurarsi innanzitutto con fatti e ri­sultati. Non si può spacciare per ri­cerca scientifica qualsiasi manipo­­lazione, anche quelle di cui si è nota l’inutilità, prospettando irresponsa­bilmente possibili cure per malati inguaribili, come si è fatto con gli embrioni ibridi. Dell’argomento si è interessato recentemente il nostro Comitato nazionale di bioetica con un parere articolato. Ma quel che più impressiona adesso è il silenzio di tutti quelli che hanno dato tanto spazio alle grandi promesse della ri­cerca sugli ibridi: opinionisti, scien­ziati, politici, sedicenti militanti «per la libertà della ricerca scientifi­ca» stanno ignorando la notizia. I media tacciono. Nessuno ha qual­cosa da dire in proposito? Chi parla di libertà di stampa non dovrebbe almeno rispettare il diritto dei citta­dini a un’informazione completa?