di Tommaso Scandroglio da www.lanuovabq.it

Neonato abbandonato nel cassonetto

Lo Zingarelli alla parola “schizofrenia” indica questa definizione: “Gruppo di disturbi mentali psicotici, caratterizzato da un’alterazione profonda del rapporto con la realtà, da dissociazione mentale […]”. Questo tipo di disturbo pare in qualche modo aver inquinato le menti di molti, giornalisti compresi.

Ne abbiamo avuto la prova in merito a una notizia che molti quotidiani hanno dato un paio di giorni fa riguardante una giovane donna la quale ha abbandonato il corpicino del proprio figlio appena nato in cassonetto dell’immondizia. Lei, 25enne romana, tiene nascosto il piccolo nella borsa per una ventina di ore e vaga per la città. Poi prende un aperitivo con un’amica e infine lo getta in un cassonetto avvolto in una busta di plastica. Da ultimo si reca all’ospedale San Camillo per un’emorragia e racconta tutto. La Polizia è andata a prelevarla a casa.

Domanda: ma non è né più né meno quello che avviene 315 volte al giorno nel nostro paese con l’aborto procurato? L’aborto legale è il cassonetto per disfarsi del figlio non voluto messo a disposizione dallo Stato. Quante donne sono andate ad abortire e poi hanno continuato la loro vita fatta di gesti quotidiani come se niente fosse, celando agli altri il macigno che pesava sul loro cuore? Questa giovane donna non ha compiuto in buona sostanza solo un aborto tardivo? Certo, ha fatto tutto da sola si dirà, ma con la RU486 all’incirca non avviene così quando si firma per le dimissioni volontarie dall’ospedale?

La notizia dunque non dovrebbe esistere e invece i giornali parlano di “madre impazzita” e di “dramma della follia”. Forse, a ben vedere, è la legge 194 che ha legalizzato questo “dramma della follia” rendendolo normale, “assennato” e lasciando fuori solo l’omicidio post-nascita.

E poi perché indignarsi per questo gesto? Che differenza esiste tra il disfarsi di un feto dopo la nascita e farlo prima della nascita? Non è solo questione di tempo? Anzi, di spazio: se è nel ventre della madre il piccolo è indifeso e non ha diritto alla vita, ma appena ne esce è tutelato dalla legge. Prima le forze dell’ordine mettono dietro le sbarre chi impedisce alla donna di disfarsi del figlio, un secondo dopo le stesse forze dell’ordine arrestano la donna per quell’identico gesto prima permesso. Prima uccidere è un diritto, dopo un delitto (infanticidio). Non è schizofrenia giuridica, sociale e mediatica questa? Pare proprio, come prima si accennava, che in molti ci sia un’alienazione della realtà e un uguale fatto – la soppressione di un bambino – riceva due giudizi diametralmente opposti e configgenti tra loro.

Ma perché si benedice il gesto della donna che abortisce e si stigmatizza quella stessa donna che invece di recarsi in un ospedale apre un cassonetto? Perché l’ideologia pro-choice è riuscita in un gioco di prestigio raffinatissimo, è riuscita cioè a rimuovere dall’aborto il bambino, ad occultarlo alla vista, a farlo scomparire dentro il cilindro della persuasione mediatica. Invece tutti noi rabbrividiamo di fronte all’immagine mentale carica di forte plasticità di una madre che getta il figlio nell’immondizia. Però nella pratica abortiva il tutto si svolge in modo identico: i feti abortiti finiscono nei rifiuti speciali ospedalieri, insieme a gambe amputate e resezioni del colon. Non è la stessa cosa?

Allora forse è opportuno mostrare a chi è favorevole all’aborto cosa sia un aborto con immagini e filmati perché comprenda che è un omicidio prenatale. Perché chi è favorevole a questa pratica ha una corresponsabilità morale in merito a questo atto e ha un dovere etico di conoscere e informarsi.
Il caso di questa giovane donna e del suo bambino ci mostra dunque un tratto saliente di questa società che non pensa più, ma che è solo senziente: se non tocca e vede non comprende.