Roma, 30. Una “poltiglia” insulsa, quasi una “pietanza immangiabile” o, comunque, ben “poco nutriente”. Così, agli occhi di molti fedeli, devono apparire non poche delle omelie che ogni domenica vengono pronunciate dai pulpiti. Questione di parole, ma anche di atteggiamenti e di testimonianze credibili da parte di chi è chiamato a fare la predica. A dirlo è stato il vescovo Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), intervenuto a Roma al xiv convegno liturgico per seminaristi.

La tre-giorni organizzata dal Centro di azione liturgica – associazione promossa dalla Cei – si è conclusa questa mattina con la messa celebrata dal presidente, il vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano, Felice Di Molfetta. Al centro dei lavori dell’assemblea “L’omelia tra celebrazione e ministerialità”. Tema che, senza troppi giri di parole, è stato affrontato dal segretario generale della Cei nell’omelia della messa presieduta nella mattina di martedì 29. “Spesso le nostre parole e la nostra pastorale tutta – ha detto il presule – risultano una poltiglia melensa e insignificante, come una pietanza immangiabile o, comunque, ben poco nutriente. È questione di atteggiamento e di vita, non solo di parole, anche se pure le nostre parole e le nostre stesse omelie dovrebbero prendere a modello questa sorta di criterio regolativo che ci viene dalle parole del vecchio Simeone:  nello stesso tempo annunciare la salvezza e mettere di fronte alla decisione”. In questo senso – prosegue Crociata – “sarebbe oltremodo deplorevole far diventare le omelie occasioni per scagliare accuse e contumelie, rimproveri e giudizi di condanna; ma anche il contrario risulta insulso, quando le nostre parole si riducono a poveri raccatti di generiche esortazioni al buonismo universale”. Insomma, l’obiettivo è quello di riuscire a coniugare, sia nella vita spirituale che nell’azione pastorale, “consolazione e monito, speranza e serietà d’impegno, fiducia gioiosa e necessaria severità, annuncio della salvezza e invito, direi sfida, alla decisione”. Un equilibrio delicato e fragile, una “tensione polare” – afferma monsignor Crociata – che può mantenere “solo chi ha imparato a reggerla, solo chi si è deciso per Cristo sperimentandone allo stesso tempo la dolcezza e la consolazione”.
Esiste, insomma – rileva il segretario generale della Cei – “un principio d’ordine teologico-spirituale che presiede al servizio ministeriale della predicazione liturgica”. E cioè che “anche la presa di parola nella liturgia è espressione del comune stare sotto la Parola di Dio, “in religioso ascolto” di essa, come esordisce la Dei Verbum, proprio di tutta la Chiesa sempre”. In primo luogo – spiega Crociata – “poiché anche l’omelia è trasmissione della Parola di Dio”. E poi “perché il primato rimane alla iniziativa di Dio che agisce con efficacia in essa e attraverso di essa”. Pertanto, “è decisivo che l’omileta abbia coscienza d’essere egli stesso un ascoltatore, anzi d’essere il primo ascoltatore delle parole che pronuncia. Egli deve sapere innanzitutto, se non solamente, rivolta a sé quella parola che sta pronunciando per altri. E dico quasi solamente, poiché egli non può conoscere la relazione che Dio stabilisce attraverso la sua parola con gli ascoltatori, ma sa con certezza di dover rispondere, nella grazia di Dio, della accoglienza nella propria vita di quella parola che sta porgendo ad altri; questo, certo nella coralità ecclesiale d’una accoglienza in cui ci si sostiene ed edifica a vicenda per la potenza dello Spirito che ha ispirato e continua a ispirare la comunicazione della Parola di Dio e il suo ascolto credente”. In questo senso – precisa il presule – “accanto e prima, anzi dentro, la coscienziosa preparazione d’una omelia c’è, nel ministro, innanzitutto l’esigenza di fondo di accogliere la Parola con la propria mente, con il proprio cuore e nella propria vita”.
Non si tratta, dunque, – avverte Crociata – di recepire la  novità portata da Cristo come una mera conoscenza intellettuale, secondo una “posizione gnostica ricorrente nella storia, dentro o fuori lo spazio ecclesiale”. Così “se in passato dovevamo guardarci dalla tentazione del moralismo, oggi a essa se ne aggiungono altre, le quali arrivano a relegare la fede in una sfera interiore, anzi quasi privata o intimistica, per lasciare poi libero campo a ogni genere di comportamenti. Mi pare che la Parola di Dio stigmatizzi in maniera netta l’inaccettabilità di simili separazioni, anzi di questa vera e propria dissociazione”.

(©L’Osservatore Romano – 31 dicembre 2009)