Nel documento degli ordini dei medici sul fine vita
di Assuntina Morresi
Tratto da Avvenire del 17 giugno 2009

Quello della nutrizione e dell’idratazione artificiale è probabilmente l’aspetto piu’ dibattuto del disegno di legge Calabrò sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), un nodo che caratterizza la legge, evitando che scivoli verso il diritto a morire.

Questo nodo essenziale è stato recentemente affrontato anche dalla Fnomceo, la Federazione degli ordini dei medici, in un documento dedicato alle Dat, aprendo tuttavia al proprio interno una spaccatura. I voti contrari e gli astenuti non sono stati molti, ma pesanti, perché provenienti da ordini importanti come, fra gli altri, quelli di Bologna, Milano e Roma.

Una divisione innegabile, come si può vedere dalle polemiche che ne sono seguite, ma anche inevitabile, considerate le distinte posizioni: solo la nutrizione artificiale – e non anche l’idratazione – è considerata, nel documento votato dalla Fnomceo, come una terapia. E ciò con definizioni quanto meno ambigue. Qualche esempio: nel testo si legge che la nutrizione artificiale è un trattamento medico «in grado di modificare la storia naturale della malattia». Ma la nutrizione, di per sé, non può modificare l’evolversi di una malattia: i gravi danni neurologici per cui spesso si rende necessaria l’alimentazione assistita non si modificano – purtroppo – con apposite diete. Non è stato il sondino naso gastrico a permettere ad Eluana, nei suoi diciassette anni di stato vegetativo, di mantenere il ritmo sonno/veglia, respirare autonomamente, e via dicendo: la storia naturale della sua malattia è stata modificata dall’intervento di rianimazione effettuato dopo l’incidente, e non dalla nutrizione artificiale. È proprio questo il motivo per cui la nutrizione non è una terapia: non cura niente, offre solo sostentamento. Al contrario, sospendere la nutrizione artificiale modifica sicuramente la storia naturale di ogni malato: senza mangiare muoiono tutti, indipendentemente dall’esistenza o meno di una patologia. La descrizione della nutrizione artificiale nel testo continua così: è «la prescrizione di nutrienti, farmacologicamente preparati e somministrati attraverso procedure artificiali, sottoposti a rigoroso controllo sanitario». Sembra quindi che si possa parlare di nutrizione artificiale quando il contenuto è un preparato farmacologico, e allo stesso tempo il supporto è artificiale (sondino, Peg). Allora dovremmo dedurne che tutte le persone che usano un supporto artificiale – come la Peg – per un cibo preparato a casa – ad esempio, un frullato – non si nutrono artificialmente. E che dire di chi mangia solo in parte per via naturale, mentre completa l’alimentazione con mezzi artificiali? Molte persone in stato vegetativo sono nutrite dai familiari con modalità miste. È interessante l’opinione di chi si trova in queste condizioni: come sanno i lettori di Avvenire,

lo scorso 5 aprile a San Pellegrino Terme le associazioni dei familiari riunite nei coordinamenti nazionali La Rete – Associazioni riunite per il trauma cranico e le gravi cerebrolesioni acquisite e la Federazione nazionale associazioni trauma cranico (Fnatc) hanno sottoscritto una Carta – la Carta di San Pellegrino, appunto – che definisce alimentazione e idratazione come «atti dovuti».

Un’affermazione secca, decisa, chiara: i familiari di persone gravemente disabili, che non riescono a nutrirsi autonomamente, chiedono semplicemente che ai loro cari non vengano mai a mancare cibo ed acqua. Il fatto che siano o meno terapie non è neppure preso in considerazione: evidentemente è di secondaria importanza per chi vive sulla propria pelle situazioni così difficili. Ed anche questo dovrebbe far riflettere. Nel documento Fnomceo, come pure nelle recenti dichiarazioni del suo presidente Amedeo Bianco, veniva ribadito che sono state audite anche le Associazioni di tutela dei pazienti; ne deduciamo che siano stato ascoltati anche coloro che hanno sottoscritto la Carta di San Pellegrino. Sarebbe interessante sapere perché la loro posizione non viene neppure citata dagli ordini dei medici. Quello della Fnomceo, insomma, più che un testo di guida alla deontologia professionale, appare un documento condizionato dalla politica, su cui si allunga l’ombra grave della fine di Eluana Englaro.