di Gabriella Sartori
Tratto da Avvenire del 22 aprile 2009

Cosa dovrebbero o non dovrebbero fa­re il Papa e i vescovi italiani al fine di guidare il loro popolo verso le luminose mete richieste dai tempi, è un tema sul qua­le non cessa di esercitarsi uno stuolo nu­meroso di «soggetti».

I modelli di intervento sono vari: si va dalla intimidatoria «con­danna» del Parlamento belga contro le di­chiarazioni fatte da Benedetto XVI sui li­miti dell’uso del preservativo nella lotta al­l’Aids a forme infinitamente più educate e rispettose espresse in tono di “consiglio” sinceramente amichevole. È il caso di un ar­ticolo apparso ieri sulla prima pagina di un quotidiano nazionale, a firma di Michele Salvati. Ma insomma, sospira il professore, visto che Papa, vescovi e volontariato cat­tolico sono così socialmente apprezzati nel fare «del bene» soccorrendo naufraghi, de­relitti e clandestini, nonché terremotati e fa­miglie colpite dalla crisi, “sfruttino” meglio questo patrimonio, lasciando perdere tut­ti quei discorsi di nascituri e morituri e di etica sessuale che abbassano il consenso sociale invece di accrescerlo, come anche alla Chiesa farebbe comodo. Insomma, conclude educatamente il professore, ca­ra Chiesa, più Caritas meno bioetica.

Il professore, che così amichevolmente si esprime, va per questo ringraziato ed ap­prezzato. E tuttavia, nella sostanza, certe divergenze restano. Sfugge, per esempio, il fatto che dire talu­ne cose (politica­mente scorrette, è vero) in fatto di na­scituri e morituri, di dignità umana da ri­spettare in ogni si­tuazione della vita, specie in quelle fra­gili, è, per chi crede in Cristo, un modo, non meno nobile e sostanziale, di dire e fare la carità. Tanto più che se non lo di­ce la Chiesa non lo dice nessun altro (e quindi la cosa arric­chisce il dibattito, anche a livello demo­cratico). Di più: queste “strane” idee di fon­do, sono esattamente all’origine delle va­rie forme di carità cristiana così gradite a tutti (i soldi a fin di bene, il soccorso ai de­boli e agli emarginati, le cure ai poveri…). Sono le idee che hanno segnato la diffe­renza rivoluzionaria fra quel che c’era pri­ma di Cristo e quel che c’è stato (e si vuol continuare a far sì che continui ad esserci) anche dopo Cristo. Né ad Atene né a Roma (che pure furono sedi di altissime civiltà) sa­rebbe mai venuto in mente a qualcuno di prendersi cura dei malati in fase inguaribi­le, oppure degli handicappati; o anche so­lo degli schiavi. Sfugge, a chi critica l’insistenza cattolica sui temi bioetici, che è qui che si misura davvero la fedeltà al principio dell’ugua­glianza fra gli esseri umani che fin qui ha caratterizzato la civiltà occidentale.

Quando si comincia a far differenza fra vi­te “degne“ e vite “non degne” di prosegui­re, la famosa “uguaglianza” di cui pure ci si riempie la bocca a tanti livelli (sociali, po­­litici, di “genere”…) già non c’è più.

Resta poi da fare qualche postilla: propor­re taluni criteri in tema di etica sessuale, farebbe dunque perder consenso alla Chie­sa perché il «costume» porta da tutt’altra parte. Cosa parzialmente vera. Ma forse non nei termini in cui anche alcuni sfidu­ciati cattolici pensano. Impegnato in una campagna di vaccina­zione contro una forma di cancro all’utero che prevede questo intervento sulle dodi­cenni italiane, cioè «prima del primo rap­porto sessuale», il professor Umberto Ve­ronesi ha ammesso con «sorpresa»: dal­lo screening che abbiamo fatto a Mila­no, è risultato che ben il sessanta per cen­to delle diciottenni cittadine non ha an­cora avuto tali rapporti. Roba che se l’a­vesse detta il cardinal Bagnasco avreb­be rischiato come minimo il più sarca­stico e alluvionale dei linciaggi mediati­ci. E anche di questo, che la realtà, a vol­te, è diversa da come ha interesse di far­cela vedere l’onda “corrente”, andrebbe tenuto conto. Anche in casa nostra.