Intervento di mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste

ROMA, giovedì, 24 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per intero l’intervento pronunciato questo giovedì da mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste già Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, in occasione della giornata di studio dal titolo “Per una rivoluzione verde dell’Africa. Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”, promossa dall’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” in vista della prossima Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per l’Africa.

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“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.” (GS 1). Questo noto e bellissimo esordio della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Gaudium et spes) del Concilio Vaticano II ci consente di cogliere in profondità il senso del nostro incontro e anche della mia partecipazione.

Non è competenza della Chiesa e della sua dottrina sociale intervenire sulle problematiche di natura strettamente tecnica riguardanti le varie attività connesse con il mondo agricolo. Tuttavia, tali problematiche, essendo collegate con la vita delle persone e dei popoli, presentano una serie di implicazioni di carattere etico, sul piano culturale e sociale, sulle quali la Chiesa avverte il dovere di offrire i suoi principi, i suoi criteri di giudizio e le sue preziose indicazioni per realizzare sempre il bene comune e lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini come richiesto dalla Populorum Progressio di Paolo VI e recentemente ribadito dall’Enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI.

Se volgiamo il nostro sguardo, attento e partecipe, al Continente africano, lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini richiama le nostre responsabilità a cercare soluzioni efficaci e lungimiranti ai gravi problemi che affliggono quelle popolazioni. Il Continente africano, infatti, è quello che possiede la maggior percentuale di persone che lavorano in agricoltura – in alcuni Paesi oltre l’80% -, ed è anche il Continente dove si trova il maggiore numero di persone che soffre di malnutrizione e sottosviluppo. Nella classifica dei Paesi economicamente meno sviluppati, stilata dalle Nazioni Unite, tra le ultime 50 posizioni è possibile trovare ben 35 Stati africani. La spiegazione più plausibile di questa drammatica situazione è data dall’arretratezza e inadeguatezza delle tecniche agricole utilizzate. Tale situazione non ha consentito all’Africa di beneficiare dei frutti della cosiddetta rivoluzione verde, a causa di un mancato sviluppo della meccanizzazione agricola, dei sistemi di irrigazione, dell’utilizzo di prodotti chimici come antiparassitari e fertilizzanti o dell’uso diffuso di sementi selezionate e migliorate. Come voi ben sapete, n molti Paesi africani gli agricoltori hanno difficoltà a procurarsi i semi da piantare ed è sufficiente una stagione di siccità o di piogge abbondanti per destabilizzare la fragile economia agricola. E’ in questo contesto che va accolto l’invito del Santo Padre Benedetto XVI, contenuto al n. 27 della Caritas in veritate: “Il problema dell’insicurezza alimentare va affrontato in una prospettiva di lungo periodo, eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilità anche nel lungo periodo. Tutto ciò va realizzato coinvolgendo le comunità locali nelle scelte e nelle decisioni relative all’uso della terra coltivabile. In tale prospettiva, potrebbe risultare utile considerare le nuove frontiere che vengono aperte da un corretto impiego delle tecniche di produzione agricola tradizionali e di quelle innovative, supposto che esse siano state dopo adeguata verifica riconosciute opportune, rispettose dell’ambiente e attente alle popolazioni più svantaggiate”.

A partire da questo illuminante testo del Magistero, è importante sottolineare che per la soluzione di problemi così complessi e profondi come quelli che affliggono l’Africa non ci sono soluzioni univoche e semplicistiche. Per conseguire uno sviluppo agricolo adeguato servono infrastrutture, trasporti, scuole… Sono indispensabili anche la pacificazione e la stabilità politica e sociale… Ma non possiamo ignorare i tanti benefici che ne deriverebbero dall’impiego di tecniche di produzione agricola innovative capaci di stimolare e sostenere gli agricoltori africani a realizzare la cosiddetta rivoluzione verde nel Continente. Già oggi, grazie all’utilizzo delle sementi opportunamente migliorate tramite tecniche che intervengono sul loro patrimonio genetico stanno promuovendo un crescente e diffuso progresso, come dimostrato da interessanti studi.

Per il bene dell’uomo e di tutti gli uomini la Chiesa cattolica ha sempre favorito il lavoro, la conoscenza scientifica e le applicazioni tecnologiche che generano lo sviluppo. In merito alle biotecnologie vegetali, possiamo affermare che ci sono “gruppi di persone che, vedendo alcuni disastri ambientali e prevedendone altri maggiori, si oppongono fortemente allo sviluppo e all’applicazione della biotecnologia; non di rado tali gruppi sono mossi da una certa ideologia antiumanistica, quando propongono misure restrittive per la manipolazione della specie vegetali animali, mentre favoriscono la manipolazione della persona umana, a livello di embrioni, in nome di finalità terapeutiche, ma anche con una permissività sempre più ampia nelle pratiche di aborto ecc. Occorre pertanto superare i due estremi: la  biotecnologia non deve  essere divinizzata né demonizzata. La tecnica e, di conseguenza, la biotecnologia è una cosa buona, ma può essere usata male; è dunque necessario che, come ogni  attività umana, l’economia, la politica e via dicendo, essa sia guidata dalla morale.  La biotecnologia ha prodotto concretamente un grande sviluppo in molti settori, come la medicina, la farmacologia, la zootecnia ecc. che se correttamente utilizzato, potrà risolvere molte delle questioni sociali del mondo odierno”[1].

Il libro della Genesi ci insegna che Dio Creatore ha affidato all’uomo, creato a sua immagine e somiglianza, il giardino dell’Eden affinché lo “custodisse e coltivasse”. Con l’intelligenza ricevuta dal Creatore, la capacità di capire i meccanismi della natura e la possibilità di utilizzare questi meccanismi con delle tecnologie sempre nuove, l’uomo può progredire nella coltivazione del giardino. Con la sua sensibilità etica, con l’esercizio di una prudenziale valutazione e con il senso di una responsabilità non paralizzante deve essere anche capace di orientare le sue sempre maggiori potenzialità di innovazione tecnologica verso il bene e lo sviluppo economico e sociale di tutti.

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1) “Dizionario di Dottrina Sociale della Chiesa”, voce “Biotecnologie” edito  dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Libreria Ateneo Salesiano, pag. 88.