La nuova evangelizzazione secondo Benedetto XVI
di Marina Corradi
Tratto da Avvenire

«Il mondo oggi ha bisogno di persone che parlino a Dio, per poter parlare di Dio». Il discorso di Benedetto XVI all’assemblea convocata dal Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione si potrebbe condensare in queste poche limpide parole. Davanti a migliaia di fedeli disposti a spendere se stessi per annunciare Cristo nelle società secolarizzate, il Papa è stato essenziale. Come sapendo che quell’espressione, “nuova evangelizzazione”, coniata già da Giovanni Paolo II a fronte del distacco dalla fede dell’Occidente, può non essere di immediata comprensione.

Perché se è una evidenza come la mentalità comune negli ultimi quarant’anni sia stata sovvertita da una modernizzazione che ha cancellato molto di memoria e tradizione cristiana, non pochi si chiedono come dovrà mai essere, questa “nuova” evangelizzazione. Perché d’accordo, il mondo oggi parla altri idiomi e insegue spesso altri dei, e quindi forse occorrono parole inedite per l’eterna buona novella; ma concretamente, ci si chiede, da dove si ricomincia per portare oggi Cristo agli uomini? Con semplicità, allora, anche ieri Benedetto XVI è tornato sul passaggio essenziale del suo motu proprio di un anno fa: per annunciare in modo fecondo il Vangelo, scrisse, occorre anzitutto «che si faccia profonda esperienza di Dio». Perché il cristianesimo non è una decisione etica, aggiungeva con le parole della Deus caritas est «ma l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte».

Si ricomincia dunque, ancora e sempre anche se dentro a cambiamenti culturali tanto profondi da sembrare una mutazione antropologica, da Cristo. Solo uomini che di Cristo facciano esperienza, gli parlino, magari ci si scontrino, così come Giacobbe lottò con Dio in un drammatico misterioso corpo a corpo, possono poi annunciare agli altri ed essere ascoltati, in quel contagio che si fonda sulla testimonianza incarnata, sulla faccia di un padre, o di un amico.

Ma, si potrebbe obiettare, e la televisione con la sua opaca catechesi, e il web, e l’onda omologante delle mode? Cosa può la testimonianza del singolo di fronte a un simile spiegamento di forze? La forza di quella Parola, risponde il Papa, non dipende anzitutto dalla nostra azione, dal nostro «fare», ma da Dio: un Dio che ama «nascondere la sua potenza sotto i segni della debolezza». La debolezza della capanna di Betlemme, e della Croce. Tutta un’altra logica da chi ragiona in termini di consenso e di audience, di masse convinte a comprare, scegliere, amare, conformandosi allo spirito del tempo. Benedetto XVI ci ricorda che nelle nostre città disorientate, nelle famiglie affaticate, a noi dimentichi o distratti, Dio parla ancora; e occorre credere, ancora, all’umile potenza della sua parola, cui basta, per diffondersi, la faccia di un uomo semplice; se, però, con quel Dio parla, e poi tacendo lo resta a ascoltare.

Che c’è di nuovo, allora? Non l’annuncio, ma il terreno è cambiato; come ha detto monsignor Fisichella, non si può più dare per scontato in Occidente che il linguaggio della fede sia compreso come una volta, ripetendo le medesime parole, perché non è più così. Di certo, anche coloro che annunciarono il cristianesimo ai confini dell’Impero romano cadente trovarono nuovi idiomi, nuove “forme” per la medesima sostanza. E però tutto allora e oggi ricomincia, dice il Papa, da Dio, e da uomini suoi amici. Nel cui sguardo una diversità genera meraviglia. «Possiamo ancora affermare con certezza, come agli inizi del cristianesimo, che la parola di Dio continua a crescere e a diffondersi». Lo affermeremmo, noi? Lo ha detto il Papa, ieri, con quella lieta quasi sfrontata audacia di cui è capace chi ha fede. E non si preoccupa di quante siano le divisioni avversarie, e quanto forti: confidando in Dio come una casa che ha le fondamenta nella roccia, e non teme il vento, né il sussultare delle faglie, nel buio.