L’Italia è il miglior amico di Israele, ma Gerusalemme vorrebbe che si riducesse il volume d’affari con gli ayatollah. L’Italia è dipendente energeticamente dall’asse Mosca-Tripoli-Teheran, quando in Basilicata vi è un mare di petrolio. Frattini chiede lo stop degli investimenti a Teheran
Andrea Sartori (Insegnante)

Benjamin Nethanyahu ha definito Berlusconi il miglior amico di Israele. E sicuramente l’Italia del centro-destra è più vicina, ideologicamente parlando, ad Israele rispetto ai suoi predecessori. Ma vi sono alcuni grossi problemi: l’interscambio tra Italia e Iran, che è fra i più alti al mondo, e ovviamente la forte amicizia con Putin, il “grande protettore” di Ahmadinejad. Ma qualcosa si muove: Frattini chiede lo stop degli investimenti in Iran.

In Europa l’Italia è il miglior partner commerciale della Repubblica Islamica. Prendiamo i dati riferiti al 2007. Tali dati registrarono un’impennata nelle esportazioni verso la Repubblica dei mullah.

Partiamo dall’anno 2006. I maggiori partner commerciali dell’Iran risultano essere Germania e Italia (e non è un caso si tratti delle due nazioni maggiormente legate alla Russia putiniana). Il 23 dicembre dello stesso anno le Nazioni Unite approvano sanzioni sugli scambi commerciali con Teheran. Secondo i dati diffusi dal ministro dell’economia tedesco le esportazioni passano da 4,3 miliardi di euro nel 2005 a 3,2 nel 2007. Invece, per quanto riguarda l’Italia, le esportazioni sono passate da 2,257 miliardi di euro di esportazioni nel 2005 a 1,825 nel 2006, per arrivare a 1,861 miliardi di euro nel 2007, facendo registrare un +2,,01%. Invece le importazioni dall’Iran verso l’Italia sono passate da 2,922 miliardi di euro nel 2005 a 3,880 nel 2006 e 4,186 nel 2007.  Il volume d’affari con gli ayatollah, secondo la Camera di Commercio Italia-Iran, è passato da 5,718 miliardi di euro nel 2006 a 6,048 miliardi nel 2007. Il volume d’affari britannico coi mullah è di soli 598 milioni di euro: una bazzecola, al confronto. Le importazioni riguardano sopattutto energia. Per quanto riguarda l’energia, vale a dire petrolio e gas naturale, l’Italia sembra sempre più dipendente dalla triade Russia-Iran-Libia, tre nazioni strettamente legate fra loro, quando la stessa Basilicata potrebbe fornirci parecchia energia. In Val D’Agri esiste un giacimento di petrolio da 50 miliardi di euro.

Gerusalemme vorrebbe che Roma allentasse i rapporti commerciali con l’Iran. Negli Stati Uniti ritengono giustamente che l’Eni dovrebbe diminuire la sua attività in Iran.

Il Jerusalem Post parla della collaborazione della società milanese “Carlo Gavazzi” con l’Iran per lo sviluppo del satellite Mesbah2, e Tel Aviv sta chiedendo conto. Ricordiamo inoltre i sempre più stretti rapporti con una Russia che resta il primo fornitore di armi e di tecnici nucleari per Teheran.

Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha dichiarato, in un’intervista rilasciata a La7 “Siamo assolutamente fermi nel bloccare nuovi investimenti nel settore del petrolio e del gas. Abbiamo già bloccato l’assicurazione Sace per chi investe in Iran. E’ una misura di assoluta correttezza che gli amici israeliani apprezzeranno”.

Da qui però partirà anche una delicata fase diplomatica con Mosca, sempre piuttosto restia nel condannare Teheran (oltre a difenderne il diritto al nucleare grazie all’aiuto che Rosatom graziosamente concede alle centrali iraniane).

Frattini ha indicato una strada giusta, anche se non di facile percorribilità. La Repubblica dei mullah ha  purtroppo alleati che la crisi economica, che ha investito soprattutto le democrazie, ha reso potenti: in primis Russia e Cina.

La strada del blocco dei vantaggiosi interscambi commerciali con l’Iran sarebbe mossa da statisti.