di Carlo Panella
Tratto da Libero del 25 giugno 2010
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Due anni di reclusione e una multa di 5.500 euro perché la polizia ha trovato sul sedile posteriore  della sua macchina una copia del Vangelo: questa la notizia che ci viene non da un paese controllato dai Talebani, non dall’Arabia Saudita, ma da quell’Algeria che si vuole “laica” e che laica non è perché dal 2006 una legge punisce con una pena carceraria che va da 24 a 60 mesi di reclusione e con una multa sino a 8.000 euro chiunque faccia proselitismo, tenti cioè di convertire un musulmano. Abdelhamid B è un venditore ambulante algerino che vende, senza licenza, le sue merci nel mercato di Jijel, città a est di Algeri e un mese fa è stato arrestato, su indicazione di tre cittadini che sostenevano di averlo visto “menter faceva proselitismo”. Il povero Abdelhamid è solo l’ultima vittima di questa persecuzione dei cristiani in Algeria, che ha già portato in galera decine di cristiani, in un clima di “caccia alle streghe” che ha visto l’8 gennaio una massa di manifestanti distruggere la chiesa protestante di Tizi Ouzou, capoluogo della Berberia. Una situazione talmente grave che l’arcivescovo cattolico d’Algeria, monsignor Ghaleb Bader ha chiesto la riforma delle legge che punisce il “proselitismo”, aggiungendo “se i musulmani accolgono i cristiani convertiti all’Islam, perché lo stesso non può essere fatto dai cristiani”. Netta la risposta del ministro del culto algerino Bouabdallah Ghiamallah: “Non vogliamo che minoranze religiose diventino pretesto per le potenze straniere per entrare nei nostri affari interni”. Il dato più grave della persecuzione algerina dei cristiani è che questa legislazione persecutoria è stata introdotta nel 2007, segno di una presa crescente dell’Islam anche sulle società e sugli Stati che nascono, come nacque l’Algeria nel 1963, nel segno della più piena laicità. Un processo che sfata la leggenda che contrappone l’Islam “moderato” a quello “fondamentalista”. Ovunque nel mondo musulmano si succedono gli episodi di persecuzione dei cristiani non solo da parte dei terroristi (migliaia le vittime cristiane in Nigeria, Iraq, Pakistan e Indonesia), ma anche –e il dato è forse più grave- da parte degli Stati. Il 9 marzo scorso il Marocco ha espulso 10 missionari cristiani accusati di proselitismo. In Pakistan, due giorni fa, monsignor Peter Jacob, della Conferenza Episcopale, ha denunciato un nuovo incarceramento per “blasfemia” di Rehmat Masih, cattolico anni dell’arcidiocesi di Faisalabad, in un paese in cui la famigerata “Blasphemy Law in 22 anni ha già portato in carcere (anche con pena di morte poi tramutata in ergastolo) ben 1.032 persone in 23 anni. La ragione di questa persecuzione, della proibizione del proselitismo che accomuna tutti i paesi musulmani è così enuncata nell’articolo 10 della “Dichiarazione Islamica dei Diritti dell’Uomo” (antagonista a quella dell’Onu): “L’Islam è una religione intrinsecamente connaturata all’essere umano. E’ proibito esercitare qualsiasi forma di violenza sull’uomo o di sfruttare la sua povertà o ignoranza al fine di convertirlo a un’altra religione o all’ateismo.” Questo è il dogma che unisce tutti –salvo rare eccezioni- i musulmani: l’islam è una religione naturale, l’uomo nascerebbe musulmano (e diventa cristiano o ebreo e zoroastriano, uniche religioni tollerate dall’islam) solo per condizionamento dei genitori. Convincere un musulmano a convertirsi sarebbe dunque un “atto contro natura”. Per questa ragione nel mondo musulmano non c’è democrazia: perché la libertà di pensiero è conculcata nelle sue radici. Ovunque.