Da Pico a Scarlett Johansson, il mondo ha cancellato la parola “natura” per poterne fare ciò che vuole. Fino ai matrimoni gay

Il termine “natura” è stato bandito dal vocabolario contemporaneo. E’ una parola indicibile, politicamente scorretta, una maschera che nasconde intenzioni sinistre, una categoria desueta che non va contrastata ma delegittimata ed espulsa dal discorso pubblico. E’ lo spaventapasseri linguistico che scaccia le opinioni perbene. Evocare l’idea di natura come datità organica che tende a un fine è vietato nei dibattiti sul matrimonio gay tenuti questa settimana alla Corte suprema americana e non compare nella doppia copertina che il Time ha dedicato alle unioni omosessuali (“Il matrimonio gay ha già vinto”), perché suggerisce l’esistenza di una inaccettabile dimensione oggettiva e regolativa nei rapporti fra viventi. Un intollerabile argine alla creatività dei diritti. Le università americane più progredite nei “gender studies” hanno abolito il termine natura e ridicolizzato chi ancora osa sostenere l’esistenza di un “diritto naturale”; la cultura gay lo ripudia come ultimo retaggio del puritanesimo, per gli intellettuali liberal è il prodromo del totalitarismo. Mettere un confine fra ciò che è conforme alla natura e ciò che non lo è appare come il primo passo verso la violenza. Fare riferimento a un ordinamento “naturale” in una conversazione da salotto è il modo più efficace per non essere invitati all’appuntamento successivo. La perfetta sintesi di questa epurazione contemporanea l’ha fatta Filippo Messina nel portale CulturaGay: “Torniamo a parlare della ‘Natura’ e del suo ruolo in relazione con il fenomeno dell’omosessualità. Farlo è inevitabile, e continuerà a esserlo finché il concetto di Natura, svilito al punto di suonare come una bestemmia, verrà usato come argomento insindacabile per affermare quanto, a questo mondo, dovrebbe essere giusto o sbagliato. […] Viviamo in tempi tetri.

Tempi in cui la parola ‘Natura’ non potrebbe suonare meno spontanea. E’ più simile a una bandiera nazionalista, un espediente retorico buono per facilitare accenti offensivi o comunque discriminanti. […] Spesso cerchiamo di giustificare alcuni eventi (condannandone altri) sul metro di ciò che esiste in natura. Solo che la Natura, di per sé, non è né buona né cattiva. E’ soltanto quello che è: un gigantesco labirinto di cause ed effetti che si ripetono all’infinito alla faccia di qualunque morale. […] La Natura è soltanto la base di partenza, generica e caotica, dalla quale tutti emergiamo. La cultura dei popoli nasce in un secondo momento, ed è la vera realtà con cui siamo chiamati a misurarci ogni giorno”. Non a caso, scrive Messina intercettando l’opinione dominante nella cultura progressista, “a ricorrere agli argomenti ‘Natura’ e ‘Vita’ sono le menti più reazionarie”.
Per evitare dunque che le menti reazionarie prendano il sopravvento – svolta culturale plausibile soltanto per chi ha passato gli ultimi quarant’anni su Plutone – meglio eliminarla o sterilizzarla, la natura, facendone un caotico insieme di fenomeni biologici o associandola tutt’al più all’ecologia, dove sopravvive gagliardamente sotto forma di “environment”, ambiente. La natura è accettabile nella misura in cui coinvolge i cetacei e le calotte polari, messi a repentaglio da quell’innaturale sovvertitore che è l’uomo, il tiranno della catena biologica. L’introduzione del tabù culturale e linguistico non è avvenuta in modo repentino o per imposizione, perché “può addirittura capitare che il cambiamento avvenga in maniera tutt’altro che traumatica, che avvenga anzi attraverso il gioco, la rappresentazione”, come spiega Roberto Saviano raccontando della grandiosa conquista civile della prima ballerina transessuale al carnevale di Rio. Per questo epigono della “culture war” la società contemporanea è scandalosamente ingombra di tabù usati dal potere politico per autoalimentarsi, e i divieti più coriacei afferiscono all’ambito sessuale e delle relazioni affettive, dal matrimonio all’adozione dei figli per le coppie omosessuali. Il cancro della cultura contemporanea è aver posto limiti alla moltiplicazione dei diritti, certifica Saviano, magari in nome delle priorità economiche: “Non ci sono limiti ai diritti che è possibile ottenere senza sottrarre attenzione alle scelte economiche”. Evidentemente nel suo tour permanente nei cenacoli della cultura ufficiale Saviano non ha mai provato l’ebbrezza di tirare fuori la categoria della natura, di sostenere che i diritti si possono derivare dalle indicazioni naturali e non nascono sotto il cavolo dei capricci. Oppure che nella natura sono inscritte verità che resistono alla manipolazione dei desideri. La categoria della natura come stabile pietra di paragone dell’esperienza è stata estromessa nel silenzio, si è dileguata quasi da sé, in un processo talmente impercettibile che gli elitari vincitori di questa battaglia credono – non sempre in buonafede – di averla persa e si atteggiano a parte lesa e discriminata.

Harvey Mansfield combatte da una vita il “pigro dogmatismo” relativista che oggi si esprime nella forma della negazione di una natura teleologicamente orientata. Lo studioso di Machiavelli assalito dalla realtà e “convertito” dai testi di Leo Strauss che è stato maestro di una generazione di intellettuali conservatori ha scritto, assieme a Leon Kass, un briefing legale per la Corte suprema, pubblicato mercoledì nel Foglio, in cui sostiene che le scienze positive che la modernità idolatra non sono in grado di dimostrare bontà o malvagità del matrimonio omosessuale. Nonostante che siano state erette a strumento unico della decrittazione della realtà, sono afone e sorde di fronte a questa figura della cultura contemporanea. La postmodernità è condannata dal suo stesso tribunale. Il filosofo americano ha scritto alcuni anni fa “Manliness”, un saggio sulla virtù perduta della virilità. Perduta perché vituperata dall’indifferenza sessuale propalata dal pensiero femminista. Mansfield dice al Foglio che “è iniziata con il femminismo contemporaneo l’esclusione del concetto di natura dal discorso contemporaneo, e da quello discende anche l’affermazione dei matrimoni omosessuali”. Per svolgere il concetto parte dalla prole, prodotto oggettivo dell’unione naturale: “Il matrimonio gay non tiene conto dei figli, al massimo può arrivare all’adozione o alla manipolazione estrema della vita, ma anche in quel caso nega ai figli la presenza di un padre e di una madre, presenze diverse biologicamente, sessualmente, e anche come ruolo nella famiglia. Non riesco a capire come si possa negare questa evidenza fondamentale. Il femminismo degli ultimi decenni non ha fatto battaglie per l’emancipazione, per l’acquisizione di diritti, com’era successo ad esempio per il suffragio universale, ma ha combattuto per annullare la differenza di genere. E ha vinto. E’ stato aiutato dalla sociologia e dalle scienze umane che hanno costruito una mistica pseudoscientifica attorno all’indistinzione del genere. L’idea di una neutra ‘parentalità’ non era nel linguaggio comune, ma è stata introdotta da una corrente sociologica”. E’ qui che la natura diventa intollerabile: “La natura non c’è, e se c’è è malvagia, questa è l’idea dominante. Il femminismo ne ha fatto una questione decisiva, ha teorizzato che la natura è una prigione dalla quale liberarsi. Non hanno mai considerato il dato naturale come una sorgente di libertà e ordine, perché avrebbero dovuto ammettere che le donne si realizzano in forme diverse rispetto agli uomini.

L’osservazione ci dice che i generi hanno qualità simili che si esprimono in forme diverse, e su questa osservazione si sono sedimentate nel tempo le convenzioni della famiglia, la divisione dei ruoli. Sono convenzioni, certo, dunque esposte ai cambiamenti, ma radicate nell’osservazione naturale. Dall’avvento della modernità l’uomo si ribella alle inclinazioni naturali, ma quando non le seguiamo paghiamo un prezzo. Il prezzo del matrimonio gay è l’affermazione dell’indistinzione del genere e verrà il momento in cui anche l’idea dell’esclusività del rapporto sarà messa in discussione. Faremo i matrimoni a tempo”. Per il teologo Russell Ronald Reno, direttore della rivista First Things, punto di riferimento del pensiero giuridico di matrice cristiana, la rappresentazione tracciata da Mansfield descrive una “nuova età gnostica” intimamente ostile al dato naturale. “Mentre gli antichi gnostici – spiega Reno al Foglio – consideravano la natura un impedimento allo spirito, per noi è un impedimento alla libertà personale. Siamo passati dallo gnosticismo spirituale allo gnosticismo della libertà. Se la libertà, puramente negativa, è l’unico criterio di azione, il corpo diventa il luogo della sperimentazione, e le relazioni fra uomini sono disposte a seconda del capriccio o della pulsione. Tutto questo rimanda alla concezione di Bacone: lo scopo della sua scienza era dominare le leggi per manipolare la realtà. Non riusciamo a uscire da una concezione di natura come qualcosa che può essere quantificato, una natura esclusivamente empirica che è all’origine del dualismo moderno”. Bacone diceva che “l’osservazione dei processi naturali sotto l’aspetto del loro orientamento a un fine è sterile, e come una giovane vergine votata a Dio, essa non genera nulla”, ma secondo Reno una forma di teleologia non è mai stata abbandonata, almeno nella cultura americana: “Il problema è che il fine è vivere secondo il desiderio del momento. Ha vinto la scuola di Ralph Waldo Emerson, il cui ideale supremo era desiderare una cosa e il giorno successivo desiderare il suo opposto. La discontinuità era un valore per lui, perché concepiva l’uomo come un essere che si reinventa continuamente”. Allo stesso modo, dice Reno, “la cultura odierna cerca di reinventare i legami fra le persone ed è perfettamente logico che si parta dal matrimonio. Distruggere il matrimonio è una precondizione per reinventarsi, perché il matrimonio è la sintesi originaria fra natura e tradizione. E’ un’istituzione sociale che riflette la natura duale dell’uomo”. Nel futuro il direttore di First Things vede uno “spostamento del matrimonio verso una concezione precristiana, tutta orientata alla stabilità economica, un mezzo e non un fine. Ci si sposerà per riuscire a mandare i figli al college”.

Nel discorso al Bundestag del 2011 Benedetto XVI ha parlato del ponte che congiunge la natura all’etica e al diritto, condannando la riduzione positivistica: “Se si considera la natura, con le parole di Hans Kelsen, ‘un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti’, allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico. Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la spiegano, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali”, diceva allora il Papa. La natura descritta da Kelsen è l’unica versione che si porta in società. In un dialogo con il Foglio anche il filosofo Enrico Berti, professore emerito all’Università di Padova e uno dei massimi studiosi viventi di Aristotele, conferma che esiste questa tendenza riduzionista “specialmente tra i filosofi, i sociologi, gli antropologi e i cultori di scienze umane, ma è qualche cosa di assurdo: nell’ambito delle scienze naturali, per esempio, ha del tutto senso parlare di ‘natura’. E anche con riferimento all’uomo non bisogna dimenticare che ‘natura’ ha a che vedere con ‘nascita’, deriva dal participio del verbo nascor, e proprio il fatto della nascita, cioè della generazione e della riproduzione rivela che anche nella specie umana esiste una natura in base alla quale la generazione è di carattere bisessuale”. I contemporanei hanno largamente manipolato l’idea di natura e la questione è esplosa a livello popolare sul tema della differenza sessuale: “Si parla di coppia perché due sono i sessi. Là dove si prescinda dal sesso, non si capisce perché si vuole un’unione costituita da una coppia e non da tre o quattro persone. Perché mai deve essere privilegiata la coppia e non una unione di altro tipo? Se si prescinde dal sesso non c’è motivo per cui si debba privilegiare la coppia”. Rifiutando il concetto di natura, dell’uomo si può fare dunque quello che si vuole? “ Sì – spiega Berti – perché non si riconosce nulla di inviolabile, non manipolabile e non disponibile. Non è così in tutta la filosofia contemporanea: Habermas ha scritto un trattato sul futuro della natura umana nel quale dice che non si può fare a meno dell’idea di natura e che bisogna, pur riconoscendo il progresso della cultura, tenere conto che esiste una natura. Non è che se ne voglia fare una norma, una regola, una legge da imporre: queste sono astrazioni frutto anche del giusnaturalismo moderno, che credeva che la legge naturale avesse la stessa evidenza delle idee chiare e distinte di Cartesio. Il diritto naturale può essere a sua volta suscettibile di arricchimenti e approfondimenti: Jacques Maritain, che ha scritto un bel libro sulla legge naturale, lo riconosceva. Solo in età moderna ci si è resi conto che la schiavitù è contro il diritto naturale, ma per molti secoli, anche di cristianesimo, la schiavitù è stata considerata un fatto naturale. Ci può essere dunque un progresso non nella legge naturale, ma nella conoscenza, nella scoperta progressiva della legge naturale”. E perché è avvenuta questa rimozione? “Forse perché – continua il professore – si è abusato dell’idea di natura facendone il pretesto per imporre regole o leggi per cui non si riusciva a trovare altra motivazione. Le scienze della cultura, contrapponendo natura e cultura, hanno ritenuto che l’uomo sia espressione della cultura. Già dai tempi dell’Umanesimo è così: nel saggio ‘De dignitate hominis’, Pico Della Mirandola sostiene che mentre le altre creature hanno ricevuto da Dio una natura immutabile, l’uomo in quanto dotato di libertà è un essere che si costruisce da sé una propria natura. Questo certamente non è in contrapposizione con la natura umana, perché la libertà è appunto la caratteristica della natura umana. L’uomo è per natura libero, così come è per natura animale politico”.

Bacone, Pico, Cartesio. Il rifiuto contemporaneo della natura ha radici profonde. Eppure per una corretta manutenzione dell’attitudine, per toglierle di dosso la polvere teoretica e trasformarla piuttosto in un maglio con cui modellare il diritto, la cultura, le tradizioni, dalla Corte suprema americana fino alle riunioni di redazione passando per le aule universitarie, serve il lavoro di un’élite non esclusivamente accademica. Christopher Wolfe, filosofo, giurista e scienziato politico, professore emerito alla Marquette University, dice al Foglio che “l’idea che l’uomo si ricrea costantemente è trainata dall’élite intellettuale, ma per ottenere e controllare il consenso su questi temi serve una presenza capillare nei mezzi di comunicazione. I giornali da questo punto di vista sono lo strumento meno influente, perché sono riflessivi. Parlo dell’industria dell’entertainment, del cinema, della cultura pop, della tecnologia, dei bestseller, dei magazine patinati. E’ su quel terreno che è stata distrutta l’idea di una natura con un valore etico e prescrittivo. In occidente nessuno, specialmente fra i giovani, ha ormai occasione di sentire un ragionamento articolato contro il matrimonio omosessuale, ad esempio. Nel tempo la diffusione di una mentalità che rifiuta la natura diventa legittimazione popolare, infine legge”. La traiettoria di riduzione ed esclusione della natura dal dibattito che congiunge Bacone alla copertina del Time passa, insomma, per Scarlett Johansson, l’attrice che in un rivelatore eccesso progressista ha detto che “la monogamia è innaturale”.

di Mattia Ferraresi e Piero Vietti da Il Foglio